|
La nota politica |
|
Una battaglia del Pri Ritorno al nucleare: il caro petrolio dà ragione ai repubblicani di Italico Santoro Certo, i repubblicani possono essere soddisfatti! Nel 1987 furono i soli, con i liberali, a sostenere le ragioni dell'energia nucleare in una campagna referendaria condotta sotto la spinta emotiva della tragedia di Chernobyl. Chi, tra noi, non ne conserva memoria? Chi non ricorda la fuga dalle responsabilità che caratterizzò democristiani e comunisti, partiti nei quali l'esigenza di vellicare gli umori dell'elettorato prevalse sull'esigenza di tutelare gli interessi del Paese? Chi non ricorda il sostanziale isolamento dell'allora ministro dell'Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, e gli sforzi da lui compiuti per salvaguardare almeno un presidio destinato a continuare la ricerca in un settore strategico? O degli scienziati e dei ricercatori vicini al Pci, anch'essi isolati e impotenti di fronte alle "ragioni della politica"? Per anni, con l'ottusità che è propria di tanta parte della classe dirigente italiana, si è pensato che aver chiuso i conti con il nucleare fosse stato per l'Italia un affare. Il greggio era a buon mercato, la via maestra sembrava tracciata per sempre. Certo, c'erano stati i costi altissimi sostenuti per la chiusura e la riconversione delle centrali nucleari in attività o in costruzione, ma erano stati archiviati rapidamente in un mondo in cui la bolletta energetica era una voce marginale per i bilanci di imprese e famiglie. Così come era stata archiviata la facile ironia del primo ministro francese Rocard, che durante una visita in Italia ci aveva ringraziato per aver contribuito - con i risultati del referendum - ad accrescere le esportazioni francesi di energia. E invece con l'abbandono del nucleare si è segnata un'altra tappa, forse decisiva, verso il declino industriale del paese. E sono stati necessari il barile di greggio sopra i cento dollari e una dipendenza dall'estero per le forniture di petrolio e di gas che rischia di minare la stessa autonomia del Paese sul piano internazionale, perché il clima cambiasse. Al Pri che già da alcuni anni sta rilanciando con forza l'esigenza di un ritorno al nucleare, si sono affiancati prima Pierferdinando Casini - che ne sta facendo un tema centrale della sua campagna elettorale - e ora Silvio Berlusconi, per il quale non c'è alternativa a questa scelta. Sarebbe di sicuro un fatto positivo se anche Walter Veltroni prendesse finalmente posizione su un tema scomodo, segnando così una rottura vera e definitiva sia con la sinistra radicale, sia con il governo Prodi, per il quale il ritorno al nucleare era un argomento tabù ("per ora non attuale", aveva dichiarato il presidente del Consiglio, allora solidamente in carica, mentre il prezzo del greggio si impennava e la bolletta energetica puntava verso l'alto). A noi repubblicani resta la soddisfazione di aver visto lontano. E una curiosità: ci sarà, prima o poi, qualcuno chiamato a pagare per i disastri di questi anni, per la superficialità con cui il Paese è stato respinto indietro in un settore nel quale era all'avanguardia ed i cittadini sono stati costretti a pagarne il conto? Roma, 3 marzo 2008 |