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Le opinioni sulle prospettive del 43° Congresso Nazionale del 25/26/27 ottobre Dalla nota politica "Verso il 43° Congresso Nazionale" finalmente si può constatare come si stiano stemperando i toni e si ricerchi l'unitarietà del Partito Repubblicano. E' un passaggio estremamente positivo in vista del Congresso. Personalmente, in questo clima che sembra cominci a prevalere nel Partito, credo che sarebbero opportune due cose: da parte di Biondi, o di altri della minoranza emiliano-romagnola, accettare la proposta di una gestione comune della federazione regionale con l'entrata di un esponente nella segreteria regionale. Ciò avrebbe una valenza positiva per una dimostrazione di unitarietà verso l'esterno e di chiusura verso le forze centrifughe. Dall'altra parte, il mio auspicio è quello di un maggior coinvolgimento anche della minoranza nazionale nella gestione del partito nazionale. Positivo anche il tentativo di costituire, all'interno della Casa delle Libertà, una nuova componente organizzata con la partecipazione di Giorgio La Malfa. Alberto Fuzzi Segretario Provinciale del PRI di Modena Intervento di Widmer Valbonesi Il consiglio nazionale del 06/07/2002 rappresenta uno snodo fondamentale nella vita del Pri ed è bene che tutti i repubblicani ne siano coscienti. La decisione di celebrare un congresso straordinario non convince perché le motivazioni non sono chiare e perché il rischio vero è che il partito viva un'altra stagione di veleni e di divisioni interne, anziché una fase di elaborazione di un progetto politico e culturale quale quello che sarebbe necessario, vista l'incapacità dei poli di centro -destra e di centro- sinistra di rispondere ad una cultura di governo dell'interesse generale. Il congresso dell'Emilia-Romagna rimane comunque un punto di riferimento per tutti i repubblicani che vogliono riprendere il respiro di un disegno strategico,che li renda protagonisti e non subalterni delle culture socialiste e popolari e prigionieri di logiche di schieramento. Nel mio intervento al consiglio nazionale ho messo in evidenza il fatto che esistono forze intellettuali laiche repubblicane e liberal-democratiche che non si vogliono far omologare da un bipolarismo di sottopotere, che vanno organizzate politicamente con un progetto politico di terza via e di terza forza. Sono il blocco sociale dei piccoli e medi imprenditori della società aperta, sono i professionisti che non hanno bisogno della raccomandazione o del protettorato politico, ma che chiedono che sia il merito a decidere delle responsabilità e delle carriere. Sono quei lavoratori che, consapevoli dei loro diritti, hanno comunque a cuore una visione del governo del paese che ricomprenda anche le generazioni future, attraverso la concertazione dello sviluppo e del welfare. Sono quei cittadini laici che non contestano il diritto dei cattolici di professare la loro fede e di comportarsi di conseguenza ma che non possono accettare la trasformazione dell'Italia da grande paese dell'Occidente, in cui la laicità dello stato è garantita dalla Costituzione repubblicana, ad un Paese confessionale in cui la Chiesa indirizza e scandisce i tempi delle libertà civili. Sono coloro che credono nello stato di diritto e nelle regole, che non devono offrire margini di impunità o di privilegio a coloro che attraverso l'esercizio del governo credono di poter essere al di sopra della legge. Sono coloro che vedono nell'esercizio di una funzione pubblica lo svolgimento di una funzione di responsabilità verso l'interesse generale e pretendono perciò da costoro comportamenti consoni al ruolo che ricoprono. A tal proposito , non è accettabile che la vicenda che ha coinvolto il Ministro degli Interni Scaiola si concluda con una semplice presa d'atto delle dimissioni. Il Pri doveva chiedere : - perché il Ministro, anziché spiegare agli italiani come mai , dopo il delitto D'Antona avvenuto da parte delle BR, abbia ritenuto, assieme ai suoi collaboratori, che il prof. Biagi non fosse un possibile bersaglio del terrorismo, negandogli la scorta. -Perché mai gli assassini di D'Antona e Biagi fossero ancora in libertà e a che punto stavano le indagini. -Perché ,anziché tranquilizzare gli italiani sul fatto che i terroristi non avranno tregua, nè quelli nazionali nè quelli internazionali ,ricercati da un Paese unito nella volontà di preservare le regole democratiche ed in grado di prevenire o reprimere il fenomeno, il ministro se ne è uscito con un "rompicoglioni" diretto ad un uomo dello Stato assassinato e con una frase sull'inutilità delle scorte che grida vergogna per la responsabilità della carica ricoperta. Perché se essa fosse detta in buona fede presupporrebbe il ritiro delle scorte a tutti, oppure essa è un atto di sfiducia professionale verso chi esercita il proprio mestiere con grande rischio. Il Pri doveva denunciare e prendere decisamente le distanze da una classe di governo così impreparata e che esprime il dileggio delle istituzioni e del bene comune. Così come , di fronte ai dati dell'economia che dimostrano un saldo negativo fra entrate ed uscite di 30.miliardi di euro (57 mila miliardi di lire) solo nel primo semestre, con un' inflazione a giugno del 2,2%, con una crescita di appena 1,4% anziché il 2,3, con entrate illusorie e senza sgravi fiscali promessi, il Pri deve riprendere a discutere del merito dei problemi, della politica economica italiana ed europea, non dei risultati politici del patto per l'Italia, che ci sono, ma che rischiano di essere poi un boomerang, se non sostenuti da politiche di effettiva crescita ed incentivazione dello sviluppo. Il nostro metro di misura è sempre stato quello di come la politica economica del governo corrisponde alle esigenze di rigore della spesa pubblica, di risanamento , di investimenti e di innovazione del modello di sviluppo, non quello di contare i risultati politici contingenti . Da questo punto di vista l'attività del governo è poco trasparente se persino il presidente della commissione finanze è costretto a chiedere i dati dei conti in maniera ufficiale a Tremonti, non potendone disporre; se l'Europa contesta i dati forniti, se le previsioni sono su dei tassi di sviluppo in contro tendenza rispetto ai dati reali, se la Corte dei Conti contesta i dati del DPF, se il risanamento dei conti pubblici avverrebbe nel 2005 anno di votazioni e quindi anno meno adatto ad impostare e raggiungere politiche di bilancio rigorose. Il Pri quindi deve fare il punto sulla sua partecipazione al governo e sulla politica disastrosa di questo governo , ritrovando per intero la propria capacità critica al servizio del paese. Non è accettabile che la logica delle alleanze faccia perdere le caratteristiche della nostra identità rendendoci partecipi di logiche di appartenenza e meno rigorosi nella critica di merito. Nemmeno è accettabile che le carenze del governo siano misurabili sulla crisi della sinistra, e fare di ciò oggetto di comparato compiacimento. Semmai questo, come noi affermiamo, dovrebbe essere motivo per tutti i repubblicani per condannare la mediocrità del bipolarismo di potere e per riprendere insieme la linea strategica della terza via, che non significa isolamento , ma la messa in campo di una visione terza liberal democratica-repubblicana fra quelle popolari e socialiste, come avviene in tutta Europa. L'organizzazione delle forze democratiche repubblicane- e liberali è un problema che viene prima delle alleanze politiche e deve avvenire sulla base della rispondenza ai contenuti programmatici e allo spazio politico riservatoci, non a piccoli contentini di sottopotere. Tra l'altro, in previsione delle elezioni politiche europee con il sistema proporzionale, è evidente che interesse di tutti i repubblicani è ritrovare un disegno strategico di autonomia e di identità come ha ammesso il presidente del partito on. La Malfa in un intervento apprezzabile e di una certa apertura unitaria. Naturalmente, su questa linea politica presenteremo per il congresso nazionale una relazione alternativa a quella preannunciata dal segretario nazionale, tuttavia vorremmo poterlo fare sgomberando il terreno da due presupposti irrinunciabili. Innanzitutto, la valorizzazione delle realtà periferiche- attraverso il riconoscimento del diritto all'autonomia decisionale sui livelli di competenza territoriale- è il presupposto su cui si può iniziare un discorso nuovo di rilancio del partito senza l'affanno di uscite dal partito, ma creando le condizioni di un confronto costruttivo sui contenuti. L'altro caposaldo di un confronto possibile è la revisione dello statuto secondo i principi delle libere organizzazioni di persone, e cioè di riforma delle regole di rappresentanza in base agli iscritti e non ai voti ottenuti in elezioni europee , quando lo statuto prevede elezioni politiche e regionali ,ormai svolte da diverso tempo senza il simbolo dell'edera . Se questi presupposti saranno accettati e perseguiti , il dissenso sulle scelte di alleanze può essere risolvibile con il rispetto delle regole democratiche e con la dialettica propositiva; ma sinceramente questo non mi sembra oggi possibile, vista l'intransigenza della segreteria. Del resto ,dopo che il segretario nazionale è venuto al congresso regionale dell'Emilia-Romagna a rivendicare uno spazio per la minoranza, ed avendoglielo noi concesso come forma di garanzia e di disponibilità al dialogo, il fatto che sia stato rifiutato, la dice lunga sul tipo di congresso nazionale e di clima cui si va incontro: una sorta di regolamento dei conti alimentato da un contorno di egocentrici in cerca di rivincite personali. Widmer Valbonesi-Segr. Regionale Emilia- Romagna Intervento di Eugenio Fusignani Con la nota politica "Verso il 43° Congresso", la segreteria pare aver intrapreso un nuovo corso nell'intendere i rapporti con la minoranza interna. Peccato che ai toni indubbiamente più distesi, e rispettosi del ruolo della minoranza e dei suoi esponenti, non corrispandano contenuti altrettanto aperti al dialogo ed al confronto. Se da un lato, infatti, devo riconoscere che si è compiuto un discreto passo in avanti nella ricerca di quei valori comuni che consentono la convivenza di opposte visioni, dall'altro non è possibile non stigmatizzare la totale chiusura sull'unico elemento in grado di garantire questa convivenza; vale a dire quell'autonomia delle scelte locali che è l'indispensabile condizione per garantire quella "salvaguardia e rilancio del partito" per farne " la risorsa e la riserva democratica del Paese". Se vogliamo veramente che questa "risorsa e riserva democratica" divenga tale, allora dobbiamo lavorare tutti perché il partito acquisti sempre maggior autonomia rispetto agli schieramenti nei quali si trova collocato e, contestualmente, una sempre maggiore capacità di rappresentare, in maniera autenticamente laica, i problemi del Paese e delle realtà nelle quali ci troviamo ad operare politicamente. Se noi dovessimo, infatti, pensare a collocazioni organiche ed automatiche, decreteremmo la fine del PRI, cioè l'esatto contrario di quanto noi, attraverso i nostri comuni sforzi ed i nostri inevitabili umani errori, abbiamo cercato, e cerchiamo tuttora, di evitare. Io sono fermamente convinto, e non è certamente una novità, che il partito non possa restare in uno schieramento come quello di centrodestra che, oltre a non garantirgli quei minimi spazi di visibilità, ne mortifica il ruolo e la storia. Eppure questa mia radicata convinzione non mi esime dal valutare positivamente i risultati che il partito ha ottenuto, nelle recenti amministrative, laddove si è presentato con la Cdl, riconoscendone i meriti a quegli amici che, a partire dal segretario nazionale, si sono impegnati nella campagna elettorale per tenere alte le bandiere e le idee del PRI. Per contro devo evidenziare come in molte realtà importanti, che peraltro esprimono altrettanto significative rappresentanze parlamentari, questo impegno, volutamente e colpevolmente, non lo si è profuso, arrecando così un grave danno a tutto il partito. Anche perché se l'Edera consegue, ad esempio, un risultato positivo a Reggio Calabria nel centrodestra, questo, oltre a gratificare il mio orgoglio di partito, mi consente di aumentare la forza contrattuale del PRI anche a Ravenna, dove stiamo col centrosinistra. Lo stesso, chiaramente, vale anche per il contrario. Allora non si capisce perché si dovrebbe omogeneizzare una scelta, calando dall'alto una collocazione che, se ripetuta automaticamente, impedirebbe al partito di esercitare quel ruolo di "riserva democratica" che gli si vuole attribuire. Con l'aggravante che, contestualmente, ne sarebbero sacrificate anche le prospettive autonomiste, pur consapevoli che queste non possono essere intese come mera battaglia di testimonianza, avulsa da alleanze e da schieramenti. Un'autonomia che dovrebbe rappresentare l'obiettivo strategico di tutto il PRI e che, per realizzarsi, necessita della massima apertura politica, consentendo ai congressi locali, senza condizionamenti di nessun genere, di scegliere le alleanze amministrative sulla base di convergenze sia politiche che programmatiche, ma comunque in grado di farci meglio rappresentare quel ruolo di terza forza che dovremmo tutti voler esercitare. Stare nel centrodestra a Roma, e nel centrosinistra o in autonomia in periferia, non è, infatti, come strumentalmente qualcuna continua sostenere, né strabismo strategico né tantomeno opportunismo politico; si tratta semplicemente della libertà di dare una prospettiva al partito ed una rappresentanza alle istanze di quella parte di società che continua a vedere nel PRI l'unico interlocutore credibile ed autorevole. Una prospettiva che porti gli iscritti a continuare il loro impegno nelle battaglie repubblicane, ed una rappresentanza che, diversamente, troverebbe riscontri in altre formazioni o andrebbe ad ingrossare le fila degli astenuti. Si tratta, in altre parole, dell'inevitabile necessità di ricostruire una nuova "casa comune dei repubblicani", per adeguare l'esistente, le cui fondamenta sono tuttora solide, alle nuove situazioni determinatesi a seguito delle vicende di quest'ultimo decennio. La casa comune dei repubblicani si costruisce tutti insieme, magari anche riscrivendo regole nuove, se necessario, ma non si può pensare di costruirla unilateralmente, facendosi forza di una maggioranza che può essere riconosciuta per la gestione ordinaria, ma che diviene intollerabile sopraffazione nelle delicate questioni che riguardano il "bene comune", che in questo caso è rappresentato dalla salvaguardia della storia e dal pensiero del PRI. Una storia ed un patrimonio di idee che, è bene ricordarlo, non appartengono solo a chi vince i congressi. Ora, non comprendendo bene le ragioni che inducono a celebrare un congresso straordinario, dal momento che non è in discussione, a quanto pare, la linea politica uscita da quello di Bari, facciamo in modo, almeno, di non trasformare la prossima assise congressuale in una sorta di regolamento di conti, tanto interno alla maggioranza quanto nei confronti della minoranza. Cerchiamo, quindi, di sfruttare l'occasione per creare le premesse del rilancio di una nuova autonoma capacità di elaborazione e di proposta politica del partito e, non meno importante, per gettare le basi per la costruzione di quella "nuova casa comune dei repubblicani", che non può prescindere dal riconoscimento alle federazioni locali di scegliersi le alleanze. E non per "pretendere sconti e deroghe" ma perché gli interessi di tutti passano attraverso il riconoscimento di questo fondamentale diritto politico, peraltro sancito anche dal nostro statuto. Spero che le posizioni della maggioranza su questo terreno possano modificarsi e che il congresso sancisca in maniera inequivocabile questo diritto. Se questo avverrà non si tratterà né di un cedimento da parte della maggioranza, né tantomeno di una conquista da parte della minoranza, ma sarà solo e semplicemente la vittoria del PRI contro tutti coloro che (e non solo fuori dal partito) vorrebbero vederlo sparire. Eugenio Fusignani componente della minoranza della DN del Pri Intervento di Mauro Mita L'ultimo Consiglio nazionale repubblicano, merito soprattutto del Presidente e del Segretario del Partito, ha instaurato un clima di distensione e dialogo civile con l'opposizione interna, anche se permangono riserve e pregiudizi circa la collocazione politica sancita dal Congresso di Bari. Pregiudizi e riserve che la minoranza declama facendo propri tutti i motivi polemici dell'Ulivo e dintorni contro il centrodestra. Pregiudizi che spesso riflettono inconfessate acquisizioni di potere locale che certa micro-nomenclatura accampa come una sorta di lascito inalienabile. Comunque, un rapporto nuovo e più distensivo si impone anche per andare verso il congresso di fine ottobre con quella lucidità di analisi che non deve essere offuscata da quei motivi polemici che a Bari e dopo Bari hanno lacerato il Partito fino al punto di veder consumarsi una mini scissione, sia pure contenuta e senza avvenire. Oggi il PRI è più che mai obbligato a seguire la strada della sua coesione interna, in quella dialettica del confronto che una forza democratica a vocazione nazionale deve preservare. Pena la sua dissoluzione e la scomparsa dal paesaggio nazionale. Questo pericolo sembra essere scongiurato; e lo dicono i risultati positivi delle elezioni amministrative del 26 maggio, dove le liste dell'Edera, pur nella limitatezza della loro presenza nei comuni chiamati alle urne, hanno registrato un significativo successo rispetto all'ultimo test amministrativo. Il PRI non è più all'anno zero della sua rinascita. Il voto delle amministrative è un punto di partenza che fa del PRI, come ha sottolineato il segretario Nucara, una forza ad impianto nazionale, secondo una pertinente osservazione del "Corriere della Sera". Partito nazionale. Ecco la carta d'identità del movimento repubblicano nel corso accidentato di una storia bisecolare che dalle tavole della "Giovine Italia" arriva fino ai nostri giorni, in quegli alti e bassi che cadenzano le vicende umane, nel complesso intreccio di una storia che mai finisce e che sempre ricomincia. Nel grande mareggiare della moderna storia italiana, che ha come punto focale l'irrompere del principio di nazionalità, il movimento repubblicano, che fu protagonista nel Risorgimento, ha sempre saputo cogliere quelle "idee-forza" in linea con i momenti di svolta e di superamento di situazioni non più difendibili. Fu così nella lotta dell'unità italiana, nell'antifascismo, nella Resistenza, nella ricostruzione post-bellica, nella grande scelta occidentale, nella solitaria richiesta di una politica di rigore economico, nel quadro di quell'Europa in cammino vista come punto d'approdo di una Italia ammodernata nel suo tessuto sociale ed economico, istituzionale ed amministrativo. Non per nulla, è stato con Mazzini, il partito dell'unità nazionale; e con Cattaneo, il partito delle autonomie, nell'accezione di quel federalismo dal basso, nei suoi diversi presidi di libertà. Ecco la peculiarità del movimento politico che folgorò Piero Gobetti nelle pagine della sua "Rivoluzione liberale". Il repubblicanesimo è stato in Italia il movimento che meglio di ogni altro ha saputo incarnare in modo limpido e dinamico i valori dell'Occidente, in quella ispirazione laica sempre aperta alle ragioni degli altri, per cui il PRI fu nella stagione del centrismo il partito che con Randolfo Pacciardi seppe tessere con la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi un rapporto positivo e costruttivo, oggi unanimemente apprezzato anche da quanti a sinistra furono allora ostili; ed è stato il partito che con Ugo La Malfa non ha mai perduto le ragioni del dialogo a sinistra, nella prospettiva di coinvolgere il Partito comunista italiano nel processo di costruire una moderna democrazia industriale saldamente ancorata all'Occidente. Un ancoraggio che l'allora partito di Amendola e di Ingrao, per ragioni di scelte internazionali, non poteva facilmente accettare. Un mondo oggi è cambiato. L'impero sovietico si è dissolto con la caduta del Muro di Berlino. Nell'Europa della moneta unica e nel quadro della mondializzazione del mercato e della finanza, e con l'irrompere di un nuovo nemico, il terrorismo senza frontiere, nuove sfide sono dinanzi alle forze politiche, non soltanto italiane, a destra e a sinistra, in quella che in Europa, pur nelle sue specificità, è la democrazia bipolare maggioritaria, modello ormai irreversibile. In queste nuove sfide, i vecchi partiti della sinistra europea (e lo dicono i suoi leader più illuminati, come i francesi Michel Rocard e Laurent Fabius, per fare solo due nomi) sono i ritardo di un progetto e di una credibile proposta per governare una complessa e moderna società sviluppata. Ad eccezione di Tony Blair, che nel vecchio Partito laburista ha operato una vera e propria rivoluzione copernicana, nessuno dei partiti di sinistra europea, compresi gli italiani, dentro e fuori l'Ulivo, ha avuto lo stesso coraggio. Per cui la destra, più pragmatica, è vincente un po' dappertutto nella vecchia Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia ai Paesi Bassi, dall'Irlanda (e certamente fra un paio di mes ) alla Germania. La destra vince sui temi dell'economia, dell'immigrazione e della sicurezza. I grandi temi su cui la sinistra, come gli eserciti della coalizione antinapoleonica, è "in ritardo di un giorno, di un esercito, di una rivoluzione". È in questo quadro che si spiega la scelta repubblicana del Congresso di Bari: un passo dettato dalla constatazione che con questa sinistra (dove Massimo D'Alema e Giuliano Amato sono in netta minoranza) non si va da nessuna parte, corteggiando i Cofferati, i no-global, i girotondisti e quant'altri. Questo è il vero dato che sta davanti al Congresso di ottobre. Ed è il dato che ci accompagnerà per tutta la durata della legislatura. Che reggerà nonostante i tentativi di nuovi ribaltoni. Una legislatura segnata da due scadenze (le elezioni europee e poi quelle amministrative per il rinnovo dei Consigli regionali) da cui dipendono i futuri assetti di questo bipolarismo imperfetto che fa del nostro sistema democratico un'anomalia in Europa. Correggere questa anomalia è il nodo che le forze politiche dei due schieramenti contrapposti sono chiamate a sciogliere nei quattro anni che ci restano fino al 2006. Un compito che i repubblicani si sono fissati in vista di quell'obiettivo strategico che si identifica con la salvaguardia della propria autonomia, intesa come condizione imprescindibile della propria sopravvivenza. Coniugare questa sopravvivenza con la difesa della Repubblica, nel senso del rinnovamento del suo impianto costituzionale, deve costituire per il PRI quell'imperativo etico-politico per cui ci si chiama repubblicani. Ecco perché nel dibattito sulla riforma della Costituzione del '48, intangibile nei principi della prima parte, ma modificabile nella seconda parte, quella che riguarda l'organizzazione dei poteri, il PRI non può non essere coinvolto, anche in virtù di quella tradizione che lo fa a un tempo partito delle autonomie e partito dell'unità nazionale. Al di là dello schematismo scolastico che oppone "presidenzialismo" e "parlamentarismo", i repubblicani sanno con i loro "maggiori" che la più grande Repubblica del mondo, gli Stati Uniti d'America si ispira alla formula così icasticamente enunciata da Jefferson: " il presidente è potente, ma il Congresso è onnipotente". Un modello di Repubblica che, in virtù della divisione verticale e orizzontale dei poteri, assicura stabilità dell'esecutivo e centralità del Parlamento, in quel rapporto dialettico per cui la volontà popolare si esprime con la freschezza del consenso, in linea con la suggestione che fu di Jean-Jacques Rousseau della "democrazia continua". È lungo questa direzione che il PRI, "partito della Repubblica", può ancora dare qualcosa alla democrazia italiana. Ed è questo l'appuntamento del Congresso di ottobre. Mauro Mita Intervento di Riccardo Bruno Un congresso nazionale a poco più di un anno dalla svolta di Bari, può essere effettivamente la sede consona per cercare di sanare la ferita che si è aperta nel partito ed elaborare una strategia comune che ci porti oltre alla soglia della sopravvivenza. I repubblicani non si devono dimenticare che questa sfida per la sopravvivenza iniziata nel 1993, non è ancora stata vinta e che buona parte dell'opinione pubblica nazionale ci considera una reliquia del passato. Sono cose che terrei a mente in questo periodo di riflessione precongressuale. Noi abbiamo un compito aprioristico, particolarmente arduo, forse superiore alle nostre forze, che è quello della salvaguardia dell'identità repubblicana. Io non ho mai smesso di credere, in questi anni turbolenti, che la scuola di pensiero che si riflette nel nostro partito, sia una risorsa indispensabile per guidare questo Paese verso un futuro migliore di quello che classi politiche improvvisate e demotivate ci stanno preparando. Guardando gli ultimi risultati elettorali, anche considerando i centri nei quali il partito ha presentato le liste ed ha raccolto molti consensi, noi siamo poca cosa rispetto al complesso dell'elettorato italiano e abbiamo anche pochi mezzi per poterci affermare oltre le cerchie di amici che ci sostengono abitualmente. I numeri, comunque li giriamo, sono tutti contro di noi, anche nelle istituzioni e negli enti dello Stato, oltre che nei consigli comunali e regionali. Qualunque altra forza politica, o quasi, ci sovrasta, se non in voti - che so il Ccd avrà solo 3 punti percentuali più di noi- sicuramente in deputati, cariche e prebende. Noi abbiamo solo una cosa a nostro favore. Le ragioni. Le ragioni della sopravvivenza, della difesa e del rilancio dell'identità, repubblicana quelle non sono mai venute meno. E questo proprio quando invece sono venute meno le ragioni di molte altre forze politiche, mentre, di quelle nuove che sono nate, magari le ragioni non si capiscono. Questo non significa che non abbiano ragioni per esistere i Ds, Forza Italia, la Margherita. Ne hanno di diversissime e moltissime, ma esse non hanno alla loro base ragioni legate fondamentalmente al decorso della storia nazionale tali, per cui non potessero essere quella cosa che poi sono, piuttosto che un'altra. Queste ragioni non si vedono. Tant'è che, scusate, essi stessi, non sanno mica fino in fondo, che cosa sono. Non lo sanno i Ds che ancora discutono se considerarsi socialisti, o semplicemente forza di sinistra, perché il nome socialista, per chi è stato molto a lungo nella sua vita un comunista, non è proprio una soluzione esistenziale accettabile. Ma non lo sa Forza Italia, che si riconosce in Berlusconi in quanto entità individuale, ma al suo interno è divisa da culture e da tradizioni affatto diverse, e io credo conflittuali fra di loro. Che cos'è poi la Margherita, lo lascio alla vostra fantasia dirlo e preferirei non occuparmene. Possiamo credere che chi a stento sa quale sia veramente la sua storia, la sua natura ed il suo ideale, sia in grado di fornire una strada certa sulla quale far proseguire il corso del destino di una nazione? E' è più plausibile che si prospetti un'avventura, dalla quale poi un Paese si debba riprendere. Il fatto però che nelle vene dei repubblicani pulsi una linfa vitale e nobile non deve però trarci in inganno. Un popolo intero non si riconosce nelle sue origini più pure, anzi in genere se ne allontana. Noi repubblicani non siamo nel cuore della patria, abbiamo la patria nel cuore che è diverso. La repubblica non è repubblicana, ne ha assunto la forma al più, grazie anche al nostro contributo e la sua storia non si è ancora conclusa. Per questo la nostra parabola deve continuare. Ricordiamoci, amici che portiamo le corone del Pri alla breccia di Porta Pia e facciamo bene a portarle, per carità, ma ricordiamoci che quando i bersaglieri entrano a Roma ci entrano con i generali francesi, magari gli stessi che combatterono contro i volontari romani al Gianicolo e che Mazzini in quel momento è in galera e Garibaldi in esilio. Ricordiamoci che il Risorgimento per noi non è compiuto perché la tradizione repubblicana non prende la testa della liberazione e dell'unità d'Italia e saranno delle semplici èlite ad assicurarsi i vantaggi di questo nuovo Stato nazionale, non certo il popolo mazziniano che era stato preso a colpi di mitraglia. Poi la storia è di difficile lettura ed accade che mazziniani convinti ritengano il fascismo l'autentica possibilità di riscatto nazionale, penso a Dino Grandi, ad esempio, ma noi sappiamo che il fascismo è stato invece un drammatico e disperato elemento di ritardo della vita repubblicana. E dopo il fascismo questa repubblica di cui noi siamo stati forza di minoranza dal primo momento, si è costituita su un intreccio culturale cattolico e comunista al quale noi siamo fondamentalmente estranei ed estranei lo restiamo. Solo con un azione costante, puntuale, tenace siamo riusciti a far si che questo intreccio politico culturale anti-repubblicano- perché né il comunismo, né la chiesa cattolica sono naturalmente tradizioni repubblicane - non mettesse in ginocchio un paese che faticava a stare in piedi. Ma forse che in sessant'anni c'è stato un cambiamento tale da rasserenarci, forse che la pattuglia repubblicana, questi eredi indefessi del risorgimento sono riusciti a far trapassare nella vita democratica pienamente i loro valori, o per lo meno in una maniera sufficiente da poter dire, amici sciogliamo le righe? La semplice lettura dei giornali, la cronaca parlamentare, ma anche pochi secondi di ascolto della televisione, sul programma che preferite, fanno pensare di no, che non ci siamo proprio. Si poteva anche lasciare l'Italia agli austriaci per le attuali condizioni, se proprio devo dire come la penso. E vi confesso che la simpatia che ho sempre avuto per la Lega, nonostante mi divida da essa per lo meno l'estetica, deriva dal fatto che in fondo i leghisti pensano questo: tanto vale lasciare l'Italia agli austriaci, tanto vale farci la nostra repubblichetta del nord, perchè il risorgimento è fallito. La Lega è la testimone involontaria della necessità della nostra esistenza ed io ho difficoltà ad azzuffarmi con essa anche quando pure sarebbe giusto farlo. Allora il problema che abbiamo di fronte sempre è quello di dove riuscire a svolgere una funzione che noi riteniamo indispensabile al Paese quando la maggior parte delle altre forze politiche nemmeno si accorge della necessità di essa, in quanto prese in questioni che davvero poco hanno di sensato. Vi faccio subito un esempio immediato: valeva la pena di tutta questa agitazione sulla riforma dell'articolo 18? Per un premio nobel dell'economia, che in fondo ci è molto vicino, Franco Modigliani, ovvio che no, che non c'era motivo di cercare la frattura nel paese. Per buona parte della sinistra e del sindacato invece si, tanto per accumulare ritardi e danni a quelli già esistenti. Possibile che siano così miopi in questo paese? Che non vedano al di là del loro interesse di corporazione? Si, sono così miopi, rassegniamoci e continuiamo a cercare di lavorare. Noi dobbiamo ripartire dal '91, dalla fine della nostra collaborazione con la formula di pentapartito. Allora aprimmo una fase nuova della vita nazionale, su un presupposto politico teso a costruire un equilibrio non previsto e non prevedibile, fondato non sui partiti, ma sulle personalità che ci apparivano di qualità tale da poter andare oltre l'area politica alla quale pure appartenevano e costruirne una nuova, squisitamente democratica. Fu un tentativo ambizioso ma che non vide mai la luce essendo subito vittima della soluzione giudiziaria. Da quel momento ad oggi la soluzione giudiziaria non è stata ancora risolta e resta il sottofondo dello scontro istituzionale che riguarda l'autonomia della magistratura dalla politica. Noi sappiamo bene cosa significa salvaguardare l'autonomia della magistratura ed il libero corso dell'inchiesta giudiziaria, ma da qui a trascurare ogni rispetto dei diversi poteri l'azione della magistratura stessa, ce ne passa. A me è stato talmente evidente l'uso strumentale della giustizia in questi anni, il presupposto di protagonismo di alcuni giudici, per non parlare della minaccia che essi rivolgevano alla democrazia rappresentativa nei suoi liberi organismi, i partiti in quanto tali, che ritenni in qualche modo immorale una nostra alleanza con le forze politiche beneficiate da questa azione e che questa azione incoraggiavano per assicurarsi una rendita di posizione dai suoi risultati. E' stata una pagina infelice della nostra vita democratica la possibilità che si consumò di liquidare una classe politica attraverso l'azione inquirente della magistratura con il benestare di forze politiche che possedevano radici altre rispetto a questa stessa democrazia. Berlusconi ed il suo movimento, nascono nella vita politica italiana, come una reazione forte a questo autentico assalto agli strumenti della vita democratica a cui il Pri non era in grado di rispondere. Poi erano evidenti i tratti demagogici, irrazionali dei primi passi politici di Berlusconi e l'ibrido delle forze a cui si rivolgeva. Tanto che era impossibile per il Pri pensare ad un confronto costruttivo con quel movimento ai suoi inizi. Ma l'affermazione di Berlusconi a fronte dello sgretolamento del tessuto democratico, comportò nei fatti una difesa di quel sistema dall'aggressione giudiziaria e questa difesa fu la causa del suo successo e del suo legame profondo con l'elettorato, non certo dovuto al suo controllo delle televisioni o ai suoi miliardi, o magari ai suoi debiti. Io comunque sostenni le scelte del partito che si disposero su un canone convenzionale di valutare i progetti e le proposte, come era doveroso fare per una forza politica come la nostra, in mezzo al guado, piuttosto che cercare una spiegazione delle cause sotterranee alle trasformazioni della vita politica. Oggi sono poi passati quasi dieci anni da allora ed è bene cercare di affrontare anche questi aspetti più di fondo. Ma con lo sguardo dell'attualità politica noi cogliemmo allora la fragilità e l'instabilità della coalizione di Berlusconi del '94, controversa e per certi versi pericolosa e lavorammo per costruire, ancora una volta, un equilibrio migliore. E in fondo ci riuscimmo utilizzando la forza della sinistra in una posizione subordinata all'area democratica moderata, con Dini prima e Prodi poi, su obiettivi prioritari per la tenuta del Paese, quali l'Europa e le riforme. Raggiungere l'obiettivo della moneta unica era indispensabile per non pagare i costi pesantissimi dell'esclusione. Ma non ci siamo fatti illusioni sul fatto che fosse sufficiente aver centrato la moneta unica per mettere l'Italia nelle condizioni di poter andare avanti serenamente. Anche per questo abbiamo sostenuto chi, come D'Alema, aveva dimostrato di capire la necessità riformatrice che attendeva il Paese. Mercato del lavoro, flessibilità ed anche revisione della previdenza sono stati i temi lanciati dal governo D'Alema che meritavano un appoggio, senza contare che l'impostazione politica perseguita presupponeva una chiarezza di fondo, da noi condivisa, della coalizione, per la quale essa era un insieme di forze distinte, socialiste, cattolico democratiche e laiche democratiche. Peccato che le ottime intenzioni dell'onorevole D'Alema vennero abbandonate una ad una di fronte alle prese di posizione di Cofferati e di Veltroni che cambiarono l'agenda dell'azione del governo e persino l'idea stessa della coalizione. Noi a quel punto non avevamo più niente da fare nel centrosinistra e in un sistema maggioritario come questo, siamo stati in qualche modo costretti a passare dall'altra parte, pur avendo esperito fino all'ultimo - fiducia al governo Amato - un tentativo di rilancio della coalizione su una prospettiva riformista, che non ebbe successo. Mentre si consumava il nostro distacco dal centrosinistra, ci accorgevamo dell'evoluzione positiva del centrodestra, sulle prospettive di politica estera innanzitutto, con l'adesione di Forza Italia al Ppe, ma anche sull'impegno di modernizzare l'Italia che con i suoi ritardi strutturali perdeva punti di competitività. Di più, Berlusconi ci chiese un contributo politico vero quando espresse il suo desiderio di allargare il Polo alle forze di centrosinistra, prefigurando un'ampia coalizione, tale da comprendere una destra, un centro e una sinistra, noi repubblicani, con i socialisti del nuovo Psi. In un certo senso, per chi ama le formule e le tradizioni, vorrei ricordare che il Pri è una forza di sinistra moderna e democratica e se dunque vuole contribuire al centrosinistra, esso si allea con un centro o con una destra moderata, al limite. Ma se si allea con un'altra sinistra e con la sinistra estrema, non c'è il centrosinistra, c'è una coalizione dal sapore frontista. Il "Patto del lavoro", è una chiara dimostrazione di una politica di centrosinistra nella sua capacità di coinvolgere la Cisl e la Uil, ed è un tassello che è mancato alla politica dei governi D'Alema ed Amato i quali non osarono stringere un accordo con un sindacato allora diviso sul tema della flessibilità. Il problema vero è che il Patto del lavoro non basta da solo a rilanciare l'economia italiana e le sue prospettive future, così come sul versante politico l'ampia coalizione che Berlusconi aveva detto di voler costruire, in effetti, non è mai nata. Al contrario, per certi versi, Berlusconi sembra sempre più un uomo solo al comando e per quanto dimostri fantasia e sensibilità, c'è da chiedersi se questa singolare formula di governo monocratica che l'Italia sta vivendo, sia in grado di ottenere dei risultati utili e se noi siamo in grado con le nostre forze di contribuirvi. Io credo sinceramente che noi dovremo puntare ad una nuova riaggregazione delle forze politiche, fuori dal sistema maggioritario, possibilmente, e quindi incominciare a mettere in discussione i frutti di questo bipolarismo. E' un grande tema che va affrontato soprattutto se Berlusconi nonostante i suoi sforzi, non ce la facesse. Perché io riconosco al presidente del Consiglio molta buona volontà, una notevole intelligenza politica, ma una mancanza di metodo che per un sistema democratico è essenziale e di questa mancanza di metodo ci si accorge dai problemi strutturali del governo e dalla debolezza del suo partito a livello locale: Forza Italia è infatti il primo partito quasi dovunque, ma raramente riesce ad esprimere una leadership autentica come si è visto nelle passate amministrative. In queste condizioni non comprendo come Forza Italia possa emanciparsi da Berlusconi ed escludo che senza un partito emancipato alla base, il leader di esso, per quanto prestigioso egli sia, si dimostri in grado di recepire le istanze di un Paese e di guidarlo con fermezza attraverso le tante difficoltà che si presentano. Nella debolezza di Forza Italia, un corpo enorme con una testa troppo piccola, vedo anche inscritto il futuro della parabola del presidente del Consiglio. Io non avrei fretta di vaticinare questo futuro, ma farei il possibile per cercare di far capire ai nostri alleati che così le cose non vanno e che occorre cambiare registro cominciando dallo sfruttare le risorse che mettiamo loro disposizione. Questo perché accanto alle palpabili difficoltà della maggioranza non vedo un segnale positivo, che sia uno, da parte della opposizione, caratterizzata da una deriva gauchista, francamente insopportabile e da una resa dei conti fra Ds e Margherita che non lascerà molti superstiti sul campo. Da questa parte, dove siamo collocati nazionalmente, invece ritengo che ci si possa ancora salvare, ma occorre riprendere in mano l'iniziativa. Il nostro congresso nazionale sia il primo passo in questo senso. Riccardo Bruno-Componente della D. N. Intervento di Mauro Aparo Il Pri si ritroverà riunito in un congresso che è bene chiarire sin da ora non potrà dirsi straordinario: più volte abbiamo espresso l'auspicio di consolidarne la frequenza annuale al fine di intensificare il dibattito politico interno, adeguare, confermare o correggere la linea politica , riaffermare il metodo repubblicano. Il nostro statuto prevede il Congresso almeno una volta ogni due anni, pertanto ben venga ogni anno se utile . Ecco che il Congresso sarà per alcuni l'occasione per segnare ulteriormente negli accadimenti del primo anno di Governo la bontà di una scelta difficile, a tratti molto sofferta sia per coloro che non ne hanno inizialmente condiviso le ragioni, che per coloro che ad ogni livello la hanno proposta e caldeggiata. Sarà per altri l'occasione per riconsiderare la contrarietà espressa alle posizioni della maggioranza, e ci sarà spazio anche per coloro che riterranno che la più che centenaria vita del Pri sia oramai giunta alla fine, o che verranno per folclore politico. Vorremmo che il periodo estivo fosse periodo di analisi ancora più attenta, infaticabilmente orientata a cercare di traguardare non tanto il nostro futuro quanto quello dell'Italia in Europa. Dovremo interrogarci su quanto tempo abbiamo realmente dedicato al Pri e quanto intenderemo dedicarne. Dovremo chiederci se davvero abbiamo rappresentato con "integralismo mazziniano" il nostro credo laico, la nostra religione del dubbio, in tutte le occasioni possibili, divenendo esempi di minoranza nell'agire quotidiano, nel rapporto con gli altri nelle discussioni con coloro che frequentiamo o con i quali abbiamo opportunità di scambiare delle idee. Dovremo chiederci se siamo riusciti a produrre qualche idea originale o se abbiamo proposto un tema nuovo al Pri sul quale lavorare, caratterizzando il nostro essere. Non è facile essere repubblicani, forse non lo è mai stato del tutto, oggi è più difficile ma a tratti sentiamo un sottile senso di orgoglio che sebbene non deve farci perdere il senso della realtà ci da un respiro nuovo, e una voglia di fare che tanti hanno ritenuto perduta e con il quale ha dovuto fare i conti. Agli amici del partito vorrei dire di guardare dentro se stessi, nel profondo, sono certo che essi troveranno quell'orgoglio , ma essi dovranno considerarlo lo strumento più formidabile per camminare sempre a testa alta e per approfondire il ragionamento fino ad affinarlo a tal punto da renderlo davvero utile al paese e poi a noi repubblicani. La situazione del paese è tutto fuorché rosea o azzurra , non ci stanchiamo di dirlo e di documentarlo con l'azione del partito , della fodazione La Malfa e delle organizzazioni collaterali al Partito; essa richiederà scelte difficili quali la destinazione delle scarse risorse pubbliche ,la revisione del sistema pensionistico, il progressivo rallentamento della competitività italiana sullo scenario economico internazionale. Non ci sono estranei i temi della famiglia e dei giovani nei confronti dei quali troppo poco si sta facendo sia nella scuola che al di fuori di essa. L'innalzamento delle cifre relative alle anoressie e alle bulimie sono la conferma di un disagio crescente che prende strade nuove , spesso imprevedibili, in una nuova e più sottile cultura dell'emarginazione. Assistiamo con crescente preoccupazione alla sostanziale crisi del sistema finanziario e dei mercati dei capitali che fanno dire a qualcuno che si tratta di una crisi del capitalismo molto molto seria. La situazione internazionale dopo i fatti dell'11 Settembre mantiene un equilibrio metastabile tra gli alleati che rendono possibile l'approssimarsi di una crisi irachena senza che vi sia la necessaria compattezza e adesione alle scelte di politica estera e per il terrorismo. Un quadro a tratti indecifrabile che costringe ad una navigazione a vista, difficile , rischiosa. La vita del Pri è anche legata più prosaicamente alla propria capacità di sostentamento economico e finanziario, si tratterà di pensare ad una forma stabile di autofinanziamento che non può più essere ulteriormente procrastinata. Gli amici di ieri che hanno rappresentato il Pri ai massimi livelli hanno agito spesso per se stessi , la famiglia o il proprio sparuto gruppo di emuli, è necessario stabilire che se si assumono responsabilità per il partito nell'interesse del paese si deve partecipare alla causa del sostentamento dell'organizzazione, e va stabilito una volta per tutte e senza infingimenti . Il congresso sarà tutto questo e con questo dovremo confermare una scelta ed una segreteria che molto stanno meritando . Si è creata una squadra che anela di ricomprendere energie ulteriori, forse sarà necessario guardare anche oltre le nostre mura ed essere una casa di vetro alla quale tutti possano guardare anche se di provenienza diversa rispetto alla tradizione repubblicana. Un quarto dell'elettorato di un tempo si trova oggi senza casa o in forte imbarazzo nel quadro dell'attuale maggioritario, teniamolo bene a mente. Credo si possa fare ancora molto per dare voce a chi non ne ha più. Credo si debba avviare una battaglia vera per il proporzionale , lo diciamo da anni , il presidenzialismo si può discutere , ma impedire di proiettare la ricchezza democratica di una nazione sulle scelte che tutti coinvolgono non può essere trascurato come problema politico di primaria importanza. I temi repubblicani tornano di attualità perché temi irrisolti della vita politica e della convivenza civile: si guardi al tema del fabbisogno energetico. Assistiamo ad un involgarimento molto forte della società italiana ed è inutile far finta di niente: c'è una cultura dell'abbondanza con la quale dobbiamo fare i conti , c'è un vuoto di classe dirigente che va colmato negli anni, c'è un deficit di impegno sociale che trova compensazione nelle forme del volontariato cattolico e non , del non profit e in quella della surroga del privato rispetto ai compiti dello Stato. Ruolo dello Stato e sua definizione è uno dei temi che dovremo portare al congresso, un congresso che sarà anche per tesi, anche, non soltanto, certo libero , ma sarà altresì il luogo dove mettere al centro i nostri temi , le nostre idee. Una certa idea dell'Italia, la repubblica dei repubblicani, ecco il senso della nostra voglia di continuare, di durare. Con tutta la passione ed il disinteresse dei quali siamo e saremo capaci. Mauro Aparo-Componente della D. N. Intervento di Gianni Ravaglia Se anche i partiti avessero un'anima, mi piacerebbe identificarla nella loro tradizione, nella loro cultura e nel progetto politico che i sostenitori di quel partito sentono di dover esprimere. Ritengo che il PRI possegga una grande e ancor validissima tradizione (che non sa rinverdire), una forte valenza culturale laica-democratico liberale (che non vuole riaffermare) ma, soprattutto, da qualche anno, non ha più un progetto. Ciò nonostante la nostra tradizione e la nostra cultura sono talmente radicate e valide da permetterci di celebrare ancora un congresso e, quindi, di esistere. Mi sono chiesto più volte: se fossimo in grado di rivitalizzare nel suo complesso la nostra anima quale spazio ci sarebbe per il PRI! Me lo chiesi in particolare in occasione di quello che avevo ritenuto essere un importante convegno progettuale organizzativo che si tenne a Roma nell'ottobre del 1997. In quell'occasione cercai di stimolare il dibattito con alcune idee che, a mio parere, avrebbero potuto ricollocare il PRI nella nuova contingenza storica che segnava la sconfitta del comunismo e del collettivismo: una sconfitta che avrebbe potuto aprire spazi nuovi per una moderna forza democratico liberale. La mia disillusione fu grande quando mi resi conto che le logiche di schieramento uccidevano il dibattito sulle idee. E così siamo passati al martoriato periodo del "ci vogliono-non ci vogliono", fino ad accasarci con Berlusconi, ma senza approfondire alcuno dei problemi di fondo della Nazione. Con un'unica eccezione, la battaglia per l'Europa. Ma anche qui: si sapeva che la scelta europea presentava vantaggi ma anche costi. Ebbene, a cominciare dalla sinistra, tutta la classe politica italiana ha fatto questa scelta cercando di ottenere i vantaggi, senza voler pagare i costi. Costi che, per l'Italia, causa l'enorme debito accumulato con le politiche collettiviste, si sapevano essere di gran lunga superiori a quelli degli altri paesi europei. I costi della nostra entrata a pieno titolo nella moneta unica sono quelli derivanti da un recupero complessivo della competitività del sistema Italia, congiunto alla riduzione del debito pubblico. Così come un'impresa che abbia forti debiti, prodotti obsoleti, costi eccessivi se vuole riposizionarsi sul mercato, svilupparsi e rigenerare profitti, deve passare per un periodo di dimagrimento del debito, di investimenti nella ricerca, di riduzione dei costi, così il nostro Paese per riprendere il cammino dello sviluppo avrebbe dovuto e dovrebbe avviare una drastica riduzione della spesa corrente, investire nella ricerca, riequilibrare il bilancio pubblico e rilanciare lo sviluppo con riduzione di imposte e investimenti nelle infrastrutture. Il centro sinistra aveva iniziato, anche se troppo timidamente, questo processo con Prodi, abbandonandolo poi con D'Alema a seguito dei niet di Cofferati. Per inciso vorrei ricordare che in una riunione della direzione nazionale nella quale si discusse tale problema mi espressi in modo contrario al proseguimento dell'appoggio al governo D'Alema, proprio perché era stato stoppato sui temi dell'innovazione. Dunque, sgombriamo il campo da certo sinistrismo di maniera che vorrebbe comunque collocare il PRI a fianco dei DS. Terminavo il mio intervento nel 1997: " In questo complesso di ragioni( che, in questa sede, vi risparmio) sta anche il nostro rifiuto a considerare stabile un equilibrio di forze che vede un centro sinistra ancora troppo sbilanciato sul fronte di politiche collettiviste e stataliste; un centro destra ove trovano alleanza le classi dirigenti dei resti dello statalismo fascista, di componenti del populismo cattolico e di un partito azienda, il cui leader usa la politica per difendere il proprio impero economico e difendersi dai pubblici ministeri;infine un partito secessionista ove militano cittadini che alla giusta e razionale contestazione dei guasti di uno stato onnivoro e centralista preferiscono la fuga dalle proprie responsabilità. Questo è un equilibrio che non ci piace e noi vogliamo cambiarlo." L'unico concetto che mi sentirei di modificare rispetto ad allora sono quel " ci " e quel "noi". Il partito infatti continua a dividersi tra coloro che vorrebbero l'alleanza con un centro sinistra che ancora non ha cambiato le proprie propensioni e che anzi sembra voler inseguire lo statalismo verde-comunista-no global e coloro che, incuranti delle norme che gli avvocati di Berlusconi impongono alla maggioranza del parlamento a difesa del loro maggior cliente, ritengono che la salvezza del PRI stia nel sostegno a tale politica. Cosicché pare debba ritrovarmi con pochi altri a sostenere che " questo equilibrio non mi piace".La qual cosa per intenderci, non mi spaventa affatto. Anzi: mi vado sempre più convincendo del fatto che o il PRI saprà riprendere la strada maestra delle idee e della battaglia per la riproposizione della propria anima, libero, per qualche tempo, da schieramenti incongrui, oppure non ha prospettiva. Ritenevo nel 1997 e ritengo tutt'ora che il tasso di collettivismo e di statalismo esistente in Italia sia eccessivo e che si debba impostare un progetto che porti gradualmente la percentuale di spesa pubblica sul Pil al di sotto del 40%. Tale percentuale a fine '97 era sul 51%. Oggi secondo i dati dell'ultimo documento di programmazione 2003-2006 si attesta sul 47,3%. Se la riduzione di circa 4 punti si deve all'azione dei governi di centro sinistra, il governo Berlusconi, che pure ha promesso di realizzare un'iperbolica riduzione di imposte, prevede, in tre anni di portare tale percentuale al 46,2%. Morale, non è prevista alcuna riduzione della spesa corrente, che anzi, al netto degli interessi, tende ad aumentare. Non si capisce allora come possa stare in piedi un progetto di riduzione notevole delle le imposte, senza che contestualmente non ci si prefigga di ridurre la spesa. In realtà mi pare trovi conferma quanto ebbi modo di esprimere in presenza dell'allora segretario del Partito Giorgio La Malfa, al congresso del PRI dell'Emilia Romagna di due anni or sono e cioè che: un programma economico come quello del governo Berlusconi che si basa esclusivamente sul presupposto che un'economia come quella italiana, pur senza attivare drastiche riforme strutturali: delle pensioni, con l'abolizione degli albi professionali, con una marcata flessibilità del mercato del lavoro, con una riforma scolastica dei gradi superiori nel segno della competitività e della ricerca collegata all'industria, di forti investimenti nelle infrastrutture, possa crescere a tassi annuali dal 3 al 5%, è pura e semplice demagogia. E infatti oggi i nodi giungono al pettine. Da un lato Berlusconi si è ormai risolto, con leggi ad hoc, i propri problemi con la giustizia, e dall'altro, firmato l'importante Patto per l' Italia, ci si ritroverà senza i quattrini per finanziarlo, se non mendicando la revisione del Patto di Stabilità Europeo e, per quella via, aumentando il disavanzo corrente. Eppure c'era bisogno delle norme previste dal Patto per l'Italia così come è necessaria la riduzione delle imposte, ma il tutto andava inquadrato in un progetto realistico non basato sulla curva di Laffer (la riduzione delle imposte si ripaga con l'aumento del reddito che ne consegue!!) che alla prova dei fatti è sempre fallita, bensì sulle riforme strutturali che ridiano competitività a tutto il sistema Italia. Il populismo Berlusconiano invece spande ottimismo e sorrisi, ma vedrà il proprio fallimento nel rifiuto di negare l'evidenza. Il governo a mio parere ha due strade davanti a sé. Se manterrà fede alla riforma del fisco promessa in campagna elettorale, senza realizzare le riforme di riduzione di spesa pubblica che la rendano praticabile, avremo come conseguenza la fuori uscita dall'Europa e la strada argentina; le pezze dei condoni fiscali oltre ad essere diseducativi e moralmente deplorevoli, non risolvono i problemi. E questa è la prima strada, quella che si evince dal documento di programmazione per i prossimi tre anni testè presentato in Parlamento. La seconda strada invece è quella di ammettere i propri errori, prendere atto che la crisi economica mondiale, che era comunque prevedibile, non permette i voli pindarici della campagna elettorale e che quindi occorrerà procedere con la scure delle riforme per ridare competitività alla Nazione e, per questa via, ridurre strutturalmente anche le imposte. Insomma, voglio dire, se questo centro destra ha ottenuto tanti voti, faccia il suo mestiere. Riduca lo statalismo, il collettivismo (non solo denunciando quello degli altri, propaganda buona per quando faceva opposizione) concretamente, con leggi anche impopolari nell'immediato ma che sappiano cogliere i veri interessi nazionali. Non credo che Berlusconi abbia la statura politica di imboccare questa strada e mi chiedo: il PRI di oggi ha questa statura, ha la volontà di sparigliare le carte e di dire la verità alla Nazione? La mia speranza è che la nuova classe dirigente voglia valorizzarsi su di un nuovo corso che recuperi un ruolo storico per il PRI. Pronto ad ammettere che mi sono sbagliato se ciò non avverrà. Io non so la ragione per la quale si è voluto un congresso straordinario del PRI. Ma se la ragione fosse, appunto, quella di dire al Paese la verità sui conti pubblici, sui ritardi sulla strada delle riforme, sui pericoli di una deriva peronista, allora ci sarebbe la ragione per ritornare ad essere orgogliosi della nostra anima ritrovata e il congresso potrebbe assumere una rilevanza storica per i repubblicani. Si, perché tornando a confrontarci sui contenuti, su di un progetto politico, liberi da logiche di schieramento potremmo scoprire che l'Italia ha bisogno di interventi ben più radicali di quelli che propone il governo Berlusconi e che quindi il nodo non sta tanto nella scelta tra i girotondi di una sinistra fuori tempo e di una destra, minata sul piano morale dai conflitti di interesse del proprio leader. Potremmo scoprire, ad esempio, che questo centro destra che non potrà fare la riforma della giustizia separando, come io ritengo giusto fare, le carriere dei magistrati, se deve approvare le leggi Cirami per bloccare i processi al proprio leader. Né potrà fare la riforma delle pensioni se questa deve servire a coprire le minori entrate derivanti da promesse elettorali di riduzione del 20-25% delle aliquote fiscali dei più ricchi. Così come potremmo scoprire che se, come diceva Ugo La Malfa, la classe dirigente deve essere di esempio alla Nazione, e solo se riesce ad esserlo può cercare di interpretare interessi nazionali non sempre popolari, Berlusconi si rivela essere un forte handicap per una vera azione innovativa. Per cui si tratta veramente di aprire un percorso nuovo, per scompaginare gli attuali poli o, comunque, di operare in piena autonomia, per l'affermazione di un terzo polo democratico liberale che abbia una forte caratterizzazione innovativa. Le elezioni europee sono ormai alle porte. Sono convinto che se il congresso saprà caratterizzare il PRI come terza forza, autonoma dai due poli in quanto capace di esprimere un proprio progetto politico, aperta ad aggregare le componenti democratico liberali presenti nel Paese, allora anche le ferite rimaste aperte dai precedenti congressi potranno essere sanate e potremo guardare ai prossimi appuntamenti elettorali con rinnovato ottimismo. Gianni Ravaglia-Consigliere nazionale di minoranza Ravenna 10 settembre 2002 Intervento di Giancarlo Cimatti Prendo spunto da un apprezzabile e condiviso intervento di Gianni Ravaglia per ribadire l'esigenza di un progetto politico che recuperi l'unità dei repubblicani e sappia aggregare le forze migliori del Paese per una Italia e una Europa all'altezza delle nostre aspettative. L'orizzonte appare denso di nubi funeste: - venti di guerra si annunciano a Oriente, il terrorismo internazionale turba equilibri e prospettive…il pacifismo nostrano si mobilità…l'Europa non sa cosa fare… -la politica economica del Governo, in presenza di una congiuntura economica e finanziaria internazionale sfavorevole, mostra tutti i suoi limiti e le sue improvvisazioni…(…basta con i condoni) -la sinistra riformista ha lasciato il campo a girotondi e proteste -il conflitto politico/sociale rischia di avere effetti dirompenti (non solo nei rapporti col Governo ma all'interno della società) - il Governo è in netta difficoltà ( appare evidente la perplessità di fasce e segmenti sociali che l'hanno votato) e non gli viene riconosciuta l'autorevolezza necessaria per affrontare i momenti difficili: Altro che riforme… siamo in un pantano PIU' CHE MAI C'E' BISOGNO DEI REPUBBLICANI ! Più che mai c'è bisogno di una forza che, per tradizione e cultura, sappia essere di riferimento, di garanzia, di unità attorno ad un progetto condiviso. Come possiamo essere riferimento per il Paese se continuiamo ad essere divisi? Come possiamo recuperare l'unità nostra se non ci dotiamo di un progetto politico all'altezza della nostra tradizione e della nostra cultura? Usciamo da logiche di schieramento! (a Roma come a Ravenna). Ritroviamo con orgoglio la nostra anima, confrontiamoci sui contenuti e , su questi e sui nostri antichi valori- operiamo per favorire una grande aggregazione di ispirazione repubblicana, laica, liberaldemocratica che sappia essere di riferimento per il Paese in questa lunga e difficile transizione. Per quanto mi consta c'è richiesta di un siffatto soggetto politico. E' il momento di costruire e non di distruggere. Cerchiamo di comprendere con rispetto e umiltà- gli uni le ragioni degli altri, ricerchiamo la nostra unità sulle politiche ( gli eventuali schieramenti nazionali e locali- ne discenderanno per conseguenza) Intransigenza sui valori e sui principi; identità occidentale; Europa; risanamento economico, un progetto per lo sviluppo, un nuovo stato sociale, mi appaiono gli elementi caratterizzanti. Giancarlo Cimatti segretario U.C. PRI Ravenna Intervento di Tommaso Edoardo Frosini Voglio richiamare l'attenzione degli amici repubblicani, anche in vista del prossimo congresso del partito, su di un tema da ritenersi oggi davvero centrale della questione istituzionale nel nostro Paese: la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, ovvero il tentativo di far decollare un sistema federale in Italia. E' un tema con il quale ci si deve confrontare e si deve soprattutto imparare a conoscerlo perché rappresenta il futuro delle istituzioni politiche secondo una nuova articolazione del potere in senso orizzontale, cioè articolata e distribuita fra le varie strutture di governo che compongono la Repubblica italiana, e che sono -secondo le nuove norme costituzionale- Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, tutte messe sullo stesso piano e livello. 1. Le modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione italiana (dall'articolo 114 all'articolo 132) votate ed approvate da una stretta maggioranza parlamentare e poi legittimate col voto referendario e quindi divenute legge costituzionale n.3 del 2001, aprono un nuovo scenario su quella che si usa chiamare la forma di Stato italiana. Si tratta della prima grande riforma costituzionale, perché innova significativamente un'intera parte della Carta costituzionale dedicata ai rapporti fra centro e periferia. E la si può ritenere conseguenziale alla riforma già varata - con legge costituzionale n.1 del 1999 - sull'elezione diretta dei presidenti di Regione e sull'autonomia statutaria delle Regioni stesse. In tal modo, infatti, si è provveduto a completare il quadro costituzionale inerente alle autonomie locali, attribuendo alle stesse il compito di essere innanzitutto delle… autonomie; visto e considerato che adesso hanno una serie di prerogative e poteri non più subordinati alla volontà statale. In questo breve intervento, però, vorremmo mettere in rilievo le ombre più che le luci della riforma, provando a dare risposta ad una domanda assai rilevante, che è la seguente: questa riforma è stata presentata come una riforma federale dello Stato: ma è federalismo quello che si è introdotto a livello costituzionale? C'è da dire, che dell'organizzazione degli Stati federali, secondo l'esperienza comparata, la riforma non ha previsto un elemento assai significativo, tale da connotare fortemente il federalismo. Si tratta della seconda Camera rappresentativa delle sole autonomie territoriali, una Camera delle Regioni per intenderci, in grado di coagulare gli interessi territoriali all'interno di un unico organo decisionale (non può certo essere considerata sufficiente l'integrazione con rappresentanti regionali e delle autonomie locali della Commissione parlamentare per le questioni regionali, prevista dall'articolo 11 della riforma, e la diversa maggioranza richiesta per l'approvazione di leggi nel caso di parere contrario o condizionato della Commissione integrata). L'esperienza degli Stati federali dimostra come non siano possibili forme di federalismo, o anche solo di "regionalismo avanzato", in mancanza di luoghi di raccordo tra Stato e enti regionali: ovvero, una governance caratterizzata da una molteplicità di livelli di governo richiede necessariamente meccanismi di coordinamento, centrali, interregionali, interlocali. Certo, non esiste un federalismo, ci sono invece diversi federalismi, specialmente se si accetta la teoria di uno dei massimi studiosi dei sistemi federali, Carl Joachim Friedrich, secondo il quale il federalismo o è dinamico o non è. In tal senso, il federalismo è un processo la cui evoluzione è dovuta alla capacità dei singoli enti locali di svilupparsi e di organizzarsi autonomamente, all'interno di una cornice costituzionale. In quest'ottica, allora, è ancora presto per qualificare il disegno costituzionale italiano come federale oppure no. Comunque vada, sarà un "federalismo italiano": così come c'è il federalismo tedesco oppure quello spagnolo, che non sono affatto la stessa cosa. 2. Va subito detto che la riforma costituzionale apre degli spazi nei riguardi di una prospettiva dinamica, che le Regioni dovranno saper sfruttare al meglio. Innanzitutto, il nuovo articolo 114 della Costituzione mette tutti sullo stesso piano: Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane costituiscono la Repubblica. Un impianto geo-istituzionale orizzontale, non più verticale, con al centro Roma capitale della Repubblica. La parte più significativa e "rivoluzionaria" della norma è quella prevista nel primo comma, che così recita: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato". Una siffatta disposizione costituzionale va incontro ad una serie di osservazioni critiche, che qui vogliamo riferire. Con una premessa: da un punto di vista politico, l'equiparazione formale dello Stato con gli enti locali provoca una sicura valorizzazione di questi ultimi, sottraendoli alla tradizionale impostazione e concezione, che vuole che le periferie siano costituzionalmente subordinate al centro. Insomma: se l'obiettivo politico era quello di esaltare l'ente locale, allora lo si è raggiunto; grazie ad una norma che mette Stato ed enti locali sullo stesso piano, come se fossero la stessa cosa anche perché insieme costituiscono la Repubblica. Da un punto di vista del diritto costituzionale, invece, si possono avanzare alcune riserve. La prima riguarda una possibile violazione di un principio fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, espresso all'articolo 5, e che si riferisce alla "unità ed indivisibilità della Repubblica". Ora, stante il nuovo articolo 114 della Costituzione, la Repubblica non sarebbe più unita e indivisa in quanto Stato, ma piuttosto sarebbe identificabile "anche" con lo Stato, al pari delle altre entità territoriali. La Repubblica diventa così una sorta di condominio nel quale convivono cinque entità politiche pariordinate e giustapposte non aventi più un punto di riferimento unitario. La nozione di Repubblica, che è una nozione carica di significati quasi meta-costituzionali tant'è la sua forza semantica, si verrebbe ad identificare, come già detto, con l'articolazione territoriale dei livelli di governo: tutti, certo, legittimati democraticamente, ma non sufficienti ad esaurire la più ampia nozione di Repubblica democratica espressa dall'art.1 della Costituzione. Infatti, la Repubblica è un assetto che si alimenta dal basso esprimendo il principio democratico, il quale si realizza nella molteplicità di espressioni della sovranità popolare. Certo, tra tali espressioni vanno annoverate le autonomie territoriali, ma accanto ad una pluralità di strumenti di esercizio della sovranità popolare. Pertanto, le autonomie territoriali non sembrano poter esaurire il concetto di Repubblica e il principio democratico non può riferirsi solo all'articolazione sul territorio di livelli di governo. Altra cosa sarebbe stata, invece, se il legislatore costituzionale avesse predisposto una formula di questo tipo: "L'ordinamento federale della Repubblica si articola nei Comuni, nelle Città metropolitane, nelle Province, nelle Regioni e nello Stato". In tal caso, si sarebbe opportunamente accentuato il fenomeno distributivo, ovvero dell'articolazione territoriale della Repubblica italiana: così come sarebbe opportuno che fosse; e non certo il fenomeno costitutivo della Repubblica, che affonda le radici ed esprime la sua forza costituzionale soprattutto nella parte prima della Carta fondamentale dell'ordinamento repubblicano, ovverosia nella Costituzione dei diritti e poi in tutto il suo dispiegarsi normativo a partire dall'articolo 1, che va letto in combinato disposto con l'articolo 139, il quale afferma che: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". 3. La concezione orizzontale emerge altresì, seppure in maniera non perfettamente simmetrica, nel nuovo articolo 117 della Costituzione: laddove, cioè, si fissano quelle che saranno le materie sulle quali lo Stato avrà legislazione esclusiva, lasciando, in tal modo, alla potestà legislativa regionale tutte le competenze residuali. Certo, le materie riservate allo Stato sono molte, e vanno ad incidere anche su tematiche che forse sarebbe stato meglio lasciare all'organizzazione regionale. Come per esempio l'ambiente e la legislazione elettorale e gli organi di governo di Comuni, Province e Città metropolitane. Si tenga conto però, che l'inversione della clausola (legislativa) a favore delle Regioni, costituzionalizzando quanto già fatto dalla legge n.59 del 1997, permetterà comunque una più agevole e stabile definizione degli Statuti regionali, ai sensi della legge costituzionale n.1 del 1999. Per quanto concerne un ulteriore ampliamento delle materie di competenza regionale, c'è adesso da segnalare il disegno di legge costituzionale presentato dal governo, che mira ad estendere in favore delle Regioni competenze legislative in tema di sanità, istruzione e polizia locale (e su questa proposta diremo qualche cosa nella parte conclusiva di questo nostro intervento). Si deve poi ricordare il nuovo articolo 118 della Costituzione, con l'introduzione del principio di "sussidiarietà", che potrà divenire il nuovo concetto guida sia dei rapporti in senso orizzontale pubblico-privato, che dei rapporti in senso verticale centro-periferia. In particolare, sotto quest'ultimo aspetto, la sussidiarietà scatterà nel momento in cui le Regioni da sole non riusciranno a realizzare i loro compiti, ed allora potranno chiedere "sussidio" allo Stato. Ma qui, proprio sulla possibilità delle Regioni di farcela da sole, di progredire e di valorizzarsi, di svilupparsi e di competere con le altre Regioni, si vuole muovere una critica alla riforma costituzionale. Si tratta della eliminazione del riferimento all'obiettivo della "valorizzazione del Mezzogiorno e delle Isole", di cui al (vecchio) articolo 119 della Costituzione. Si trattava di un riferimento che era stato fortemente e coscientemente voluto dal Costituente, il quale volle così costituzionalizzare il problema della valorizzazione dell'assetto civile, economico e sociale del Mezzogiorno e delle Isole. Quasi una disposizione di "diritto sociale territoriale", volta a promuovere e perseguire lo sviluppo economico e la coesione sociale nell'area meridionale, che non è solo la zona sud del Paese ma è anche "una maniera di essere di alcuni milioni di abitanti". Come emerge in un recente Rapporto elaborato dalla SVIMEZ, frutto del lavoro di una commissione di giuristi (fra qui anche chi scrive), pur nell'assenza del riconoscimento costituzionale della "valorizzazione" del Mezzogiorno, nulla parrebbe precludere alla Repubblica di perseguire l'obiettivo della reale unificazione economica del Paese. Anzi: un'azione integrale finalizzata alla crescita complessiva della macroregione arretrata ed il conseguente potere dello Stato a porre in essere interventi speciali per conseguire l'obiettivo, deve considerarsi pienamente compatibile con l'adozione di un ordinamento federale dello Stato. Infatti, gli interventi perequativi, previsti nel nuovo articolo 119 della Costituzione, traggono la loro consistenza costituzionale su principi fondanti l'ordinamento repubblicano: il principio di eguaglianza (articolo 3 Cost.), il principio di unità della Repubblica (articolo 5 Cost.) e il principio del buon andamento dei pubblici uffici o degli enti privati gestori di servizi pubblici (articolo 97 Cost.), che si concretizza anche nell'adozione di regole omogenee, in quanto le prestazioni lo richiedano. Infine, non si deve dimenticare che proprio negli Stati federali, più ancora che negli Stati accentrati, l'attuazione dei valori di solidarietà e di unità nazionale è affidata all'impegno di risorse comuni a sostegno dello sviluppo delle Regioni in ritardo o in crisi. Il testo della legge costituzionale attribuisce forme di autonomia finanziaria agli enti territoriali, limitandosi però a prevedere una potestà tributaria di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (non più quindi "nelle forme e nei limiti stabiliti dalle leggi della Repubblica"). Significativo è poi il nuovo quarto comma dell'articolo 119, secondo cui "le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono [cioè: devono consentire ed essere a ciò proporzionate] ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite". 4. La riforma del titolo V della Costituzione prefigura una sorta di "regionalismo differenziato", volto ad esaltare e valorizzare le potenzialità intrinseche di ciascuna Regione; non si è voluto però tentare di risolvere il problema della differenziazione regionale. Non si è voluto, cioè, provare a dare risposta al seguente interrogativo: nell'attuale fase di sviluppo del regionalismo hanno ancora oggi un ruolo ed un significato politico-istituzionale le cinque Regioni speciali? La loro nascita era legata a fattori e ragioni - di carattere politico e geografico - oggi da ritenersi sufficientemente superati dall'evoluzione storico-politica e costituzionale italiana. Va rilevato semmai, che l'esigenza di dotarsi di un'autonomia "speciale" è oggi avvertita da tutte, o quasi, le Regioni italiane, a prescindere dalla storia, dalla configurazione geografica, dall'identità culturale; quindi, è un'esigenza che non ha nulla a che vedere con le vecchie istanze di specialità. Riflette, piuttosto, un forte bisogno di uscire in fretta dal culto per l'uniformità, che ha caratterizzato così a lungo la vicenda del regionalismo italiano, e che, a ben vedere, il regime speciale di talune Regioni non ha mai minimamente scalfito. Semmai, in uno Stato autenticamente federale tutte le Regioni, ovvero gli enti territoriali, sono speciali, nel senso che tutte devono godere parimenti di una forte autonomia. C'è da rilevare però, come la riforma costituzionale, sebbene preveda una torsione in senso federalistico del tipo di Stato, mantiene la caratterizzazione della specialità in favore delle cinque Regioni, e nel contempo però afferma, nel nuovo art.116 Cost., che "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni", secondo criteri prestabiliti. Questa previsione può essere considerata come una sorta di iniziale e progressivo percorso verso il riconoscimento delle forme e condizioni di specialità comuni a tutte le Regioni. Può ritenersi allora, seppure nell'ambito di una fase politico-istituzionale ancora in evoluzione, che l'autonomia speciale delle cinque Regioni stia per esaurire la sua ragion d'essere; che un nuovo assetto del rapporto centro-periferia qualunque forma verrà ad assumere, ma che sarà comunque rafforzativa dell'autonomia territoriale finirà col ridurre sempre più gli aspetti di differenziazione formale esaltando piuttosto aspetti di differenziazione sostanziale, ovvero di capacità promozionale di ciascuna Regione. Più nello specifico, si vuole mettere in rilievo come la riforma costituzionale abbia mantenuto i modi e le forme della specialità, a cominciare dalla promulgazione degli statuti speciali con legge costituzionale emanata dal Parlamento: e che oggi può ben ritenersi non più una prerogativa ma piuttosto un vulnus all'autonomia regionale, visto e considerato che le Regioni ordinarie, invece e giustamente, approvano con propria legge regionale i propri statuti. La riforma si è limitata ad intervenire soltanto per fare qualche leggero aggiustamento qua e là: come l'aggiunta del nomen in tedesco per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol e in francese per la Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste: riconoscendo così - una volta per tutte - quella condizione di differenza linguistica che identifica, in modo definitivo, l'identità regionale nella connotazione di minoranza linguistica. Si ha l'impressione che oggi le Regioni cosiddette speciali abbiano perso la loro specialità e che questa si stia trasferendo alle Regioni ordinarie (ammesso e non concesso che, come detto prima, debbano sussistere ancora forme di differenziazione regionale). Come recuperare su questo terreno? Vi è un'importante opportunità offerta dalla riforma, grazie alla quale, e se saputa ben sfruttare, le Regioni tutte, speciali e ordinarie, potranno rilanciare la propria politica di sviluppo e di autonomia. Si tratta della riscrittura degli Statuti regionali. E' un'occasione di primaria importanza per adeguare l'impianto complessivo delle istituzioni politiche e amministrative alle nuove sfide cui debbono far fronte le Regioni, per far sì che l'azione pubblica coniughi efficienza ed equità. E' un processo costituente, quello attuale delle Regioni, decisivo per il futuro delle stesse. Gli Statuti sono destinati a diventare una sorta di Costituzioni regionali (come ci sono già in Germania), all'interno delle quali bisognerà sapere scrivere i nuovi diritti della cittadinanza, nell'ottica di un disegno complessivo di rilancio delle autonomie territoriali. Sarà compito poi del legislatore regionale provvedere sapientemente all'organizzazione politica e amministrativa del territorio, sulla base delle competenze adesso attribuitegli dal nuovo articolo 117 Cost., che riserva al legislatore regionale tutte quelle materie escluse dalla competenza statale. 5. Alcune osservazioni sul recente disegno di legge costituzionale presentato dal ministro per le Riforme, on. Umberto Bossi, intitolato semplicemente "Modificazioni dell'art.117 della Costituzione", ma che ha un obiettivo molto ambizioso. Quello di ampliare ulteriormente, incidendo su alcuni settori strategici, la sfera di competenze legislative delle Regioni, e avviare così un vero e proprio processo di devolution, che si dovrà completare con l'istituzione di una Camera rappresentativa delle autonomie territoriali (a questo proposito, si segnala la recente nomina di una Commissione di studio presso il ministero delle Riforme con il compito di predisporre un progetto di riforma del bicameralismo). Il progetto di legge costituzionale si viene ad inserire nel già modificato Titolo V della parte seconda della Costituzione, senza stravolgerlo, ma piuttosto emendandolo e, soprattutto, integrandolo in maniera sostanziale. Dal punto di vista della tecnica legislativa il progetto di legge si presenta chiaro ed essenziale, perché si limita a stabilire che dopo il quarto comma dell'art.117 della Costituzione si aggiunge il seguente: "Le Regioni attivano la competenza legislativa esclusiva per le seguenti materie: - assistenza e organizzazione sanitaria; - organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione; - definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; - polizia locale". C'è subito da dire che queste sono materie che in ogni autentico Stato federale - come negli Stati Uniti, Germania, Svizzera - appartengono alla competenza esclusiva o quasi esclusiva delle unità politiche di periferia; e quindi la loro previsione nel nostro ordinamento a favore delle autonomie territoriali si inscrive senz'altro in una logica federalista. Come viene detto nella Relazione al disegno di legge costituzionale, "in materia di sanità, di istruzione e di sicurezza civile - con la necessaria gradualità ma in tempi certi e coniugando efficienza e solidarietà - intendiamo dunque imprimere una svolta federalista alla macchina dello Stato, ridisegnando di conseguenza intere sezioni architettoniche dell'edificio pubblico". Il progetto del governo compie una scelta costituzionale, che è più netta di quanto inizialmente previsto e annunciato. Infatti, rispetto al precedente progetto esposto dal ministro Bossi, non vi è più adesso la possibilità di attivare il filtro preventivo del giudizio di legittimità della Corte costituzionale; la quale aveva il potere di respingere tutte quelle iniziative legislative regionali, riguardanti le materie sopra indicate, ritenute in contrasto con i principi costituzionali. Si voleva in tal modo, affidando alla Corte il compito di custode, alleggerire preoccupazioni o timori di sorta su di un indiscriminato surplus di poteri regionali su materie ritenute "delicate" sul piano dell'organizzazione sociale, politica ed economica del Paese. Ma si finiva così col gravare la Corte di una competenza fin troppo particolare e sconosciuta nel nostro ordinamento, quale quella del giudizio preventivo rispetto all'entrata in vigore della legge. D'altronde, come garanzia costituzionale, vi è sempre la possibilità di tutela attraverso il ricorso per conflitto di attribuzione fra Stato e Regioni e fra Regioni. Delle tre materie, che col progetto di legge costituzionale si vorrebbero assegnare in via esclusiva alla Regioni, quella della polizia locale è sicuramente la più delicata; ed è quella sulla quale si sono già avanzati timori circa una sorta di regionalizzazione delle forze dell'ordine: come se, sulla base della competenza legislativa regionale, si potesse venire a creare la polizia lombarda, umbra, campana e così via dicendo. Prefigurare simili scenari può essere esagerato. Si tratta, piuttosto, di potenziare la sicurezza anche a livello locale, rendendo così più efficace sul territorio l'azione di prevenzione e di repressione dei piccoli crimini. 6. Infine, e per tornare al tema della riscrittura degli statuti regionali, si vuole qui evidenziare un aspetto da ritenersi molto importante per il destino politico-istituzionale delle Regioni, che è quello concernente la forma di governo e l'elezione diretta del presidente della Regione Prendiamo spunto da una recente vicenda della Regione Friuli Venezia Giulia dove si è svolto (il 29 settembre 2002) un referendum contro la legge approvata dal Consiglio regionale, la quale introduceva un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, e soprattutto andava ad incidere profondamente sulla forma di governo perché disciplinava la scelta del presidente di Regione riservandola al Consiglio regionale, anziché attribuirla al corpo elettorale per il tramite dell'elezione diretta. Il corpo elettorale aveva soltanto la possibilità di esprimere una preferenza per il candidato indicato sulla scheda, ma la scelta da esso effettuata non era affatto vincolante ai fini dell'elezione del Presidente. Questo, infatti, veniva eletto dal Consiglio regionale, il quale poteva scegliere chi credeva e poi cambiarlo come e quando voleva. Era una legge elettorale e sulla forma di governo pienamente in linea con il (vecchio) sistema italiano parlamentare-assembleare, che si pensava però di aver lasciato definitivamente alle spalle. Quindi era una legge nata già vecchia, e per questo bocciata dal corpo elettorale col voto referendario. Perché oggi la tendenza - nelle democrazie contemporanee - è quella di valorizzare al massimo la partecipazione popolare nella forma di governo, attraverso meccanismi elettorali che consentano agli elettori di scegliere da chi farsi governare, ovvero da quale maggioranza politica e dal suo leader. L'esperimento molto ben riuscito dei comuni, con l'elezione diretta del sindaco, ha fatto finalmente capire che a livello locale (in attesa di introdurlo anche a livello nazionale, secondo la proposta avanzata diversi anni fa dal P.R.I. al congresso di Massa Carrara) non si può prescindere, oggi, dalla scelta popolare per il capo dell'esecutivo. Questo sistema, infatti, ha innescato un meccanismo di responsabilità dei governanti, i quali sono chiamati a rispondere direttamente ai cittadini delle scelte che effettuano e delle decisioni che assumono. Quindi l'operato del capo dell'esecutivo e della sua maggioranza sarà periodicamente soggetto al giudizio dell'elettore, il quale tramite il voto potrà sanzionarlo oppure premiarlo. Tommaso Edoardo Frosini-Professore ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari-Consigliere nazionale del P.R.I Intervento di Sergio Savoldi La collocazione del PRI nell'alleanza di centrodestra ,decisa al congresso di Bari dalla maggioranza dei delegati, era stata motivata da chi l'aveva voluta, come un tentativo estremo di rompere la disattenzione da parte dell'opinione pubblica e di uscire dalla posizione di subalternità mortificante in cui il centro sinistra ci aveva confinato proseguendo il disegno di annullare comunque di fatto la nostra presenza nel dibattito politico italiano. Altre motivazioni addotte per giustificare la nuova collocazione erano quelle di adesione ad una politica di sviluppo e di rilancio dell'economia, che Berlusconi proponeva al paese dicendo di voler rompere lacci e lacciuoli di una conduzione ancora troppo dirigistica ed appesantita da un welfare ormai insostenibile. A quasi due anni dal congresso di Bari e dopo un anno e mezzo di Governo di centrodestra dobbiamo rimarcare con rammarico che la visibilità del PRI, già precaria con i governi di centrosinistra è diventata pressochè inesistente; peggio ancora dopo le elezioni amministrative parziali di primavera, checchè ne dica il Corriere della Sera in un minitrafiletto, si è avuta la sensazione netta che il PRI non sia percepito dall'opinione pubblica come una forza politica di dimensioni nazionali, ma come un insieme di realtà legate ai soli temi locali, senza una presenza di qualsiasi significato sui temi di carattere generale, tradizionalmente elemento di qualificazione del PRI anche da posizioni di estrema minoranza come negli anni sessanta. Preliminare ad ogni considerazione politica, vale la pena di rimarcare la incompatibilità che in ogni paese democratico maturo sarebbe non tollerata ,fra il ruolo di premier e di imprenditore concessionario dello stato e proprietario di quasi tutti i mezzi di informazione del paese. La condotta del Governo di centrodestra è apparsa specie negli ultimi tempi confusa, incerta e contraddittoria condizionata anche dalla mediocre statura politica di numerosi componenti della compagine governativa che occupano posizioni chiave. La politica estera del governo è poi improntata ad un improvvisazione sconcertante. Dopo le dimissioni di Ruggiero, che in qualche modo rappresentava la garanzia di un legame convinto con la Unione Europea, l'interim di Berlusconi è caratterizzato da una serie di iniziative bilaterali spesso di tipo personale, che hanno dato il senso di una sfiducia di fondo verso l'obbiettivo di costruzione di un'Europa Politica, disegno che i Repubblicani da sempre hanno considerato come traguardo fondamentale per il ruolo dell'Europa nel mondo. A fronte delle promesse elettorali che lasciavano credere di voler perseguire sviluppo e riduzione della pressione fiscale complessiva, unitamente ad un'attenzione alle fasce più deboli ed ad una vigorosa soluzione problemi legati alla sicurezza del cittadino, assistiamo ad un preoccupante peggioramento dei conti pubblici che rendono difficoltoso il rispetto dei parametri europei, ad un taglio ai trasferimenti agli enti locali che si tradurrà in calo dei servizi ai cittadini ed ad un aumento delle tariffe il che annullerà le agevolazioni fiscali per le fasce più deboli, ad una pericolosa ripresa dell'inflazione reale, un tasso di sviluppo al disotto dell'1%, ad una incapacità di coordinamento delle finanze locali, al blocco degli investimenti per le infrastrutture ed infine all'intenzione ormai esplicita di un nuovo condono fiscale da sempre considerato dal PRI come il peggio della politica fiscale. Il parere fortemente negativo di Confidustria, Confcommercio, oltre a quello di sindacati che hanno sottoscritto il Patto per L'Italia, sono lo specchio della incapacità di questo governo ad affrontare i problemi del paese. Stanno emergendo contraddizioni nel centro destra anche sul federalismo: la lega vuole un federalismo spinto, mentre la politica del governo appare sempre più accentratrice annullando ogni forma di decentramento di funzioni e competenze. A fronte di questa situazione il PRI non esprime alcuna valutazione di merito rinunciando a quel ruolo di coscienza critica che anche negli ultimi governi di centro sinistra esercitava. Siamo di fronte ad una acquiescenza di fatto di fronte ai tentativi di affossamento della scuola pubblica condotta dal Ministro Moratti, alle ingerenze sempre più pressanti della gerarchia cattolica nel campo della ricerca, della famiglia, delle istituzioni sanitarie ed assistenziali, nella politica dell'immigrazione, addirittura in politica estera come nell'episodio dei palestinesi esiliati dopo l'assedio di Betlemme. A fronte di questa condizione della maggioranza di centro destra squassata dalle intemperanze di Bossi e blindata sulle questioni della giustizia e del conflitto di interessi non giova di certo al paese la condizione delle opposizioni sempre più distanti fra loro, ormai distinte fra incerti riformisti come i DS di Fassino e Margherita e sinistra sempre più antagonista, dal correntone DS Verdi, ai comunisti italiani con avvicinamento pericoloso a Rifondazione comunista di tutta questa area. La mancanza di un disegno politico che si traduce nella mancanza di un leader minaccia di consegnare al centrodestra, peraltro in gravi difficoltà ed in preda a contraddizioni evidenti, il paese per un periodo di tempo indefinito. La vicenda del voto per gli alpini in Afghanistan è a questo proposito clamorosa. Quale atteggiamento di fronte a questo quadro pur solo tratteggiato dovrebbero avere i Repubblicani? Se il PRI non vuole scomparire, sciolto in varie altre formazioni ora di centrodestra dopo quelle di centrosinistra, deve ,se ne è capace, ritrovare le ragioni essenziali della propria identità di forza appartenente alla famiglia dei liberaldemocratici europei, erede di una gloriosa vicenda storica di minoranza legata agli ambienti laici delle categorie produttive, professionali, intellettuali e con collegamenti storici con le realtà sociali più aperte all'innovazione ed al confronto. Tale appartenenza alla famiglia liberaldemocratica europea deve imporci di operare per creare in Italia una realtà analoga a quella Europea distinta dai conservatori dai popolari e dai Socialdemocratici. Il ruolo del PRI dovrebbe essere quello di catalizzatore di un movimento siffatto che richiederebbe comunque 1) La ripresa di una posizione autonoma rispetto ai due poli maggiori; 2) La ripresa della battaglia, che non pare cosi utopica per il ritorno al sistema proporzionale, il tutto preceduto da una piattaforma politica , risultato finalmente di un programma di attualizzazione del patrimonio repubblicano da Mazzini a Ugo La Malfa. La posizione autonoma dai poli passa attraverso lo sforzo di presentare il simbolo dell'edera ad ogni tornata elettorale. Così come fu tentato nel 2001 dalla zone tradizionali che avevano già avviato la raccolta delle firme e che furono bloccate per sfiducia o convenienza di non farci contare dopo la svolta di centro destra di Bari. Per tentare questa strada di rinnovamento reale, generale ,profondo è necessario fare appello a tutte le risorse che rimangono ancora a disposizione dell'ideale Repubblicano; per questo il dibattito ed il confronto interno vanno favoriti in ogni sede per arrivare a sintesi reali di posizioni ideali da tutti condivise che si possano tradurre in azioni politiche efficaci ed all'altezza della tradizione Repubblicana. Per alimentare il dibattito non è certo il conformismo e la pretesa di allineamenti acritici fra centro e realtà locali che può dare qualunque risultato di crescita. L'autonomia delle realtà periferiche nelle valutazioni di carattere locale deve essere una realtà naturale della vita del partito, che in questo modo può far crescere quadri responsabilizzati ed individuare strumenti originali di azione politica da confrontare e da comporre nella difficile ricerca dell'azione politica generale sui grandi temi che non hanno mai visto fino a qualche tempo fa i Repubblicani impreparati o silenziosi. Non si capisce quali siano le reali intenzioni del Segretario Nazionale ,che a dispetto delle affermazioni per cui sarebbe la minoranza di Riscossa che ha chiesto il Congresso nazionale per fine ottobre 2002, è il solo che ha deciso di convocare l'assise Repubblicana. Tuttavia visto che il congresso è convocato, è doveroso che esso sia un momento di reale confronto tra le anime del partito per capire quali siano le forze rimaste e quali siano le intenzioni per affrontare un futuro che rischia di vedere definitivamente sparire il PRI come Partito Nazionale. Se il congresso si limitasse ad una resa dei conti all'interno della maggioranza, ad un disegno di puro ridimensionamento della minoranza , ad una povera passerella per partner di governo, ad una modifica dello statuto in senso restrittivo rispetto alla libertà di circolazione di idee nel partito, sarebbe davvero la dichiarazione che i Repubblicani non sanno più fare politica, quella dei grandi ideali , dei grandi disegni. Ugo Malfa diceva che in politica si è in pochi quando si è un residuo del passato condannati a scomparire o quando si guarda troppo avanti nel futuro. Cresce il timore che il PRI non sappia più vedere alcunché nel futuro. Riscossa per l'Autonomia Repubblicana, componente di minoranza del PRI ,dal congresso di Bari ha operato in sede nazionale ed in sede locale per contribuire al rilancio del PRI da posizioni diverse dalla maggioranza per la collocazione politica nazionale, cercando comunque di individuare azioni di stimolo e di critica costruttiva quando ciò ci è stato permesso. La maggioranza che ha voluto la svolta di Bari e che ha eletto segretario Francesco Nucara non ha sempre apprezzato lo sforzo compiuto da Riscossa di rimanere la riserva democratica del PRI elaborando linee di autonomia locale oltre che nazionale che costituiscono la possibile via d'uscita a fronte delle difficoltà e delle umiliazioni che il PRI sta soffrendo nel centrodestra in misura maggiore anche di quelle subite nel centrosinistra. Autonomia nel quadro politico, Autonomia per le realtà del partito , tutti con rinnovato spirito di servitori del paese come siamo sempre stati: questa in sintesi è la prospettiva che il congresso di Fiuggi dovrebbe indicare al movimento Repubblicano. Sergio Savoldi-Componente di minoranza della Direzione nazionale del Pri Intervento di Lilia Alberghina/Ricerca scientifica ed innovazione tecnologica: una priorità per il progetto Italia Da molti anni osservatori attenti del mondo economico avevano messo in guardia la classe politica e quella industriale del nostro paese sottolineando come la nostra economia desse chiari segni di non dedicare sufficiente attenzione alle innovazioni di prodotto. La crisi Fiat viene ora a dimostrare drammaticamente quanto siano rilevanti le conseguenze negative di una politica industriale che ha considerato la ricerca e l'innovazione un aspetto residuale e marginale del sistema paese. Per completare il quadro dobbiamo ricordare che non solo il nostro paese è carente di innovazione di prodotto nell'industria matura, ma è anche incapace di sviluppare il segmento produttivo dell'economia basata sulla scienza, cioè non tenta neanche di sviluppare l'industria di domani. D'altra parte è ormai chiaro che se il nostro paese vuole mantenere il tenore di vita a cui è giunto (continuando a sostenere quindi gli elevati costi del lavoro che lo caratterizzano) e vuole nel contempo promuovere l'occupazione, deve necessariamente portarsi a produrre anche beni e servizi di elevato valore aggiunto, cioè prodotti innovativi e di qualità. Le tecnologie basate sulla scienza, come le biotecnologie, hanno un grande ruolo innovativo, sia perché portano direttamente ad attività produttive ad alto contenuto tecnologico (ad esempio nuovi farmaci), sia perché innovano settori tradizionali (ad esempio industria chimica, tessile, di trasformazione di prodotti agricoli). Inoltre queste tecnologie hanno potenzialità di correggere positivamente il modello di sviluppo industriale degli ultimi decenni che ha portato ad un uso indiscriminato delle risorse naturali, all'inquinamento delle acque e dell'aria, in una parola al deterioramento dell'ambiente. Molti paesi della U.E. hanno realizzato in questi anni interventi significativi atti a far sviluppare il comparto che facilita il trasferimento di conoscenze dal mondo della ricerca pubblica al mondo produttivo attraverso vari strumenti tra cui anche la creazione di piccole imprese high-tech. In Italia questo sviluppo, che potrebbe portare ad una significativa crescita occupazionale (soprattutto di risorse umane molto qualificate oggi sottoccupate o costrette ad emigrare) e ad una crescita economica di rilievo, non si è ancora verificato. Le ragioni sono molte e se ne potrebbe dissertare per ore. Una cosa però mi preme di assicurare, come persona che vive da più di venticinque anni la vita universitaria italiana da professore ordinario, che ha avuto lunga esperienza di ricerca negli USA e di organizzazione della ricerca a livello di Commissione Europea. Malgrado le disastrose condizioni in cui la ricerca scientifica è stata tenuta negli ultimi dieci anni (e non che prima le cose andassero bene!) sia dai governi, sia dall'industria, abbiamo in Italia molti gruppi di ricerca di altissima qualificazione internazionale che potrebbero, ove adeguatamente valorizzati ed indirizzati, fornire le basi allo sviluppo desiderato. Per dare un'idea della scarsa considerazione dedicata alla Ricerca e Sviluppo sono state tenute dai governi italiani degli anni Novanta ricordo solamente che: 1) la percentuale di PIL dedicato a R & S alla fine degli anni Novanta era l'1% con una diminuzione significativa rispetto agli inizi degli anni Novanta (unico paese in U.E!) Come confronto: U.E. 2,0 % - U.S.A. 2,8% - Giappone 2,9% - Finlandia 3% - Svezia 4%. 2) in termini di investimenti in R & S l'Italia ha investito nel decennio ⅓ della Francia, º della Germania e circa quanto hanno investito Olanda ed Austria insieme (popolazione ca. 20 M contro ca. 60 M in Italia!). Dopo un decennio, gli anni Novanta, assolutamente negativo per il sostegno alla ricerca scientifica italiana, il programma elettorale della CdL aveva suscitato molte speranze. È inutile dire che il primo anno di Governo Berlusconi è stato assai deludente, caratterizzato da una stretta alle risorse allocate all'Università ed alla ricerca scientifica sia nella finanziaria 2002, che nella finanziaria 2003. Inoltre anche sulla funzione formativa dell'Università e sullo stato giuridico dei docenti corrono voci che fanno temere un ulteriore attacco ed un definitivo collasso del sistema alta formazione/ricerca scientifica. Il PRI ha una lunga e gloriosa tradizione di riflessione culturale e di proposta politica per lo sviluppo civile ed economico del nostro paese. Il tema di questo congresso voluto dal Segretario Nucara è "Lavorare nel presente pensando all'avvenire", e nella relazione del Segretario c'è più di un accenno all'importanza della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica. Ho desiderato portare questa testimonianza sulla urgenza del tema non per recriminare il passato, ma per affermare che l'esperienza degli altri paesi ci assicura che quello che oggi è un problema può trasformarsi in una grande opportunità. Potrei portarvi tanti esempi: dall'Irlanda, paese di pastori che è diventato la base dell'industria multinazionale USA in U.E. per quanto riguarda le biotecnologie, alla Svezia e Danimarca che hanno creato in pochi anni un biodistretto (Medicon Valley), che oggi impiega 40.000 addetti ed è in continua crescita. Occorre una strategia, il Progetto Italia, delineato da una tempestiva elaborazione culturale e capace di derivarne proposte di interventi legislativi conseguenti. Non si può fare tutto subito, e non è neanche raccomandabile. Occorre però fare subito qualche innovazione legislativa, che liberi energie represse nel mondo della ricerca pubblica e fornisca condizioni di sostegno infrastrutturale e finanziario che consentano di creare quel raccordo nuovo tra Università ed Industria, con la creazione di start-up high-tech. Il tema del raccordo tra ricerca scientifica pubblica ed innovazione tecnologica è oggi un tema non eludibile in Italia. Non possiamo avere la moneta unica ed essere distanti anni-luce dallo spazio europeo della ricerca. Dovremmo, anzi, forti della nostra storia, anche scientifica, dell'entusiasmo di tanti nostri giovani brillanti, della riconosciute doti di flessibilità, di creatività e di imprenditorialità che ci vengono riconosciute, sviluppare rapidamente un settore importante per la modernizzazione del nostro paese. Potremo così fare in modo che i nostri giovani migliori non siano costretti a cercare in altri paesi la possibilità di dedicarsi ad un lavoro di ricerca (caso Giannone insegni) o rimangano in Italia a lottare in modo defatigante contro mille ostacoli, invece di procedere celermente verso i traguardi intravisti in campi della scienza oggi fortemente competitivi. Una più profonda riflessione sulla ricerca scientifica può aiutare anche a far cogliere meglio le implicazioni etiche del progresso scientifico, che vede nelle biotecnologie l'evoluzione culturale diventare capace di agire sulla evoluzione biologica. Una seria e laica riflessione sui valori condivisi che dovranno guidare le scelte nei prossimi decenni sarà la chiave per un governo democratico del futuro. Mi auguro che il PRI raccolga queste sfide e sia di forte stimolo al Governo per attuare rapidamente una politica efficace di sviluppo economico e culturale. Lilia Alberghina Prof.ssa
in Biotecnologie e Bioscienze all'Università di Milano Bicocca Intervento di Antonio Zoli Il Paese attraversa un momento difficile, sia per problemi di carattere internazionale sia per problemi interni, sopratutto nel campo dell'economia e del sociale. E' importante quindi un serio impegno comune per contribuire a risolvere le questioni che per i cittadini, in molti casi, sono drammatiche. Intendo quindi il Congresso Nazionale convocato in via straordinaria, non come momento di scontro fra la scelta della coalizione: o con il centro-destra o con il centro-sinistra; ma come momento per la elaborazione di un "progetto" che contribuisca alla soluzione dei gravi problemi che l'Italia deve affrontare. Dobbiamo quindi discutere: sulla identità e salvaguardia di un movimento politico che si identifichi nella tradizione di quella parte del partito D'Azione che, con Ugo LaMalfa confluisce nel Pri e che ha espresso, nell'Italia del dopoguerra, uno Stato Sociale, ma ha anche saputo farsi carico delle compatibilità di una società Occidentale; su come operare per il superamento dell'attuale configurazione dei Poli che si contrappongono in Parlamento e che si rispecchiano nel Paese, nell'uno e nell'altro non essendoci più ideali, principi, senso del dovere, ma solo tattica, puro calcolo di convenienza, subalternità alla cultura del momento; su come rafforzare le Istituzioni affinchè non diventino preda di una nuova èlite governante che non tollera la loro autonomia ed i loro poteri, ridimensionando abitudini all'indipendenza di pensiero e di giudizio. E' in gioco il valore politico della legge uguale per tutti, l'interesse collettivo di una comunità ad avere la fiducia che la legalità valga anche per chi, con il potere, pretende l'immunità. Il mantenimento della nostra amicizia e solidarietà con gli Usa non è in discussione. Dobbiamo invece riflettere sul significato della nuova strategia americana di "guerra preventiva". Una volta stabilito il principio che una Nazione ha il diritto all'attacco preventivo non c'è modo di negare lo stesso diritto ad un altro Paese, accettando così un principio dalle conseguenze imprevedibili. Diventa quindi sempre più importante e necessario il rafforzamento della UE e dei suoi organismi deliberanti, che ci permettano di parlare in modo univoco. Dobbiamo riflettere sul fatto che la riorganizzazione, in Europa, di un ceto politico conservatore, non possa essere l'anticamera di una strategia che ha come obiettivo l'accantonamento dello Stato Sociale. La Comunità Europea deve diventare un soggetto attivo ed autorevole in campo internazionale. Stiamo vivendo un cambiamento strutturale della società industriale classica verso una società dei servizi, basata su tecnologia e sapere, che modifica il mercato del lavoro e del posto fisso. E' importante approfondire le ragioni di una critica, specialmente del mondo giovanile, nei confronti dell'attuale fase di sviluppo, meglio identificata come globalizzazione. Dobbiamo saper contrapporre a questa critica un alinea politica ed economica, socialmente orientata. L'Italia presenta squilibri sia dal lato della finanza pubblica sia da quello della competitività del sistema produttivo e delle infrastrutture. Le risorse finanziarie per gli investimenti pubblici sono quasi nulle, quindi è necessario agire sulla spesa corrente e sull'aumento del tasso di sviluppo, cioè: settore pubblico più efficiente, mercato del lavoro più flessibile, imprese tecnologicamente più capaci. Se perdiamo l'industria dell'auto, dopo aver perso quella della chimica e dell'informatica, perdiamo l'ultimo sistema industriale del Paese. Il tema del mercato del lavoro, della riforma del sistema pensionistico e della sanità comprendono importanti trasformazioni del tessuto socio-economico italiano. Vengono messi in discussione gli interessi, la dignità personale e l'avvenire dei cittadini, specialmente quelli più giovani e quelli che non hanno un posto fisso. Non si deve quindi procedere in una sola direzione, ma tutti insieme dire, ad esempio che: a) il risparmio che si attua con la riforma delle pensioni deve essere impiegato in parte per rimodernare il tessuto infrastrutturale del Paese, e in parte per ampliare il grado di copertura delle assicurazioni contro la disoccupazione e per predisporre una riforma degli ammortizzatori sociali; b) il sindacato deve affrontare la grande sfida di come organizzare la transizione della "società dei diritti" imperniata sulle garanzie utili a compensare iniquità sociali, alla "società degli interessi" fondata sui valori delle scelte individuali e della flessibilità. Come dicevo all'inizio, questo è il compito del Congresso. Maggioranza e minoranza debbono quindi contribuire, ciascuna dalla propria posizione, alla salvaguardia e rilancio del partito, cercando di farne, come ha detto il segretario "la riserva e la risorsa democratica del Paese". Antonio Zoli-Consigliere nazionale di minoranza Intervento di Italico Santoro Leggendo l'intervento che Gianni Ravaglia ha predisposto per il dibattito precongressuale mi è sembrato di riascoltare, anche nel linguaggio, - "l'anima dei partiti, la loro tradizione, la loro cultura, il loro progetto politico" - l'eco di una lontana stagione della Federazione Giovanile Repubblicana, di un impegno che allora ci accomunò e ci coinvolse fino in fondo, con Gianni e con altri amici, qualcuno dei quali (ricordo per tutti Gaetano Zorzetto e, su un fronte allora diverso, Giampiero Batoni) purtroppo oggi non è più tra di noi. Anche allora il tema in discussione era il rilancio del PRI: di un partito che sembrava si stesse spegnendo e al quale la recente segreteria di Ugo La Malfa cercava di imprimere nuovo impulso. Ci riuscì. E con lui ci riuscimmo tutti. E così anche ora mi ritrovo in accordo con molte delle cose che Gianni ha scritto e con molte di quelle che lascia intendere. C'è un solo vero punto di dissenso. E trovo una dimenticanza. Il punto di dissenso riguarda il sistema elettorale oggi in vigore. Che non condivido, così come non lo condivide Ravaglia. Ma che, purtroppo, esiste e condiziona - con il maggioritario di collegio - l'intera vita politica italiana. Obbligando i partiti a schierarsi, da una parte o dall'altra; ad allearsi, pena la loro scomparsa dal Parlamento, che in un paese come l'Italia significherebbe l'anticamera dell'estinzione. Se questo è il punto, ci sono tre buone ragioni per scegliere, malgrado tutte le sue insufficienze e le sue contraddizioni, l'alleanza con il centrodestra. La prima è rappresentata proprio da quella che ho definito "la dimenticanza" nell'intervento di Gianni: la politica estera e la collocazione internazionale dell'Italia. La politica estera, come era solito ricordare Ugo La Malfa, è l'involucro che tutte le altre politiche contiene e condiziona. Sulle scelte internazionali il centrosinistra non è in grado di esprimere una maggioranza autonoma ed organica coerente con la tradizione occidentale dell'Italia e - in particolare - del PRI. Non lo fu quando Presidente del Consiglio era Romano Prodi: servirono i voti dell'opposizione per salvare il governo. D'Alema poté decidere l'impegno nel Kossovo grazie alla provvisoria transumanza, organizzata con sagacia dall'ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di un folto gruppo di parlamentari da uno schieramento all'altro sotto le bandiere dell'UDR. Dopo "l'attacco all'America" la situazione si è fatta più grave. La politica estera è ancora più condizionante, la lotta al terrorismo durerà a lungo e obbligherà tutti a scelte drammatiche, il tema della guerra e della pace (che è dicotomia ben diversa da quella tra guerrafondai e pacifisti) caratterizzerà l'orizzonte politico per un lungo arco di storia. E di fronte a questo scenario la sinistra italiana appare, anche nelle sue componenti migliori, del tutto impreparata, oltre che terribilmente divisa. Come direbbe Angelo Panebianco, manca completamente del "principio di realtà" che, se è indispensabile in politica, domina in assoluto nei rapporti internazionali. O maschera dietro un pacifismo di facciata quel sostanziale antiamericanismo che non è nuovo e che ci trovammo a contrastare - come Gianni ricorderà - anche negli anni giovanili e nella stessa FGR. La seconda ragione è rappresentata dal blocco di forze sociali di cui il centrosinistra e il centrodestra sono espressione, a prescindere dalle posizioni intellettuali di singoli esponenti o anche dei vertici dei due schieramenti. Il centrosinistra coagula forze che per motivi storici - qualche volta anche nobili - si oppongono alle riforme di cui il paese ha bisogno. Nel centrodestra sono invece le forze che tali riforme sollecitano, in modo magari confuso e contraddittorio. La riprova l'ha offerta, involontariamente, Tony Blair. Il documento sulle politiche economiche e sociali da lui sottoscritto con D'Alema, allora Presidente del Consiglio, venne immediatamente sconfessato da quest'ultimo in seguito all'ultimatum che gli venne imposto da Sergio Cofferati e dalla CGIL. Analogo documento che Blair ha sottoscritto con Berlusconi si è trasformato nella piattaforma politica di un vertice europeo, quello di Barcellona. La terza ragione, infine, discende dalla seconda. Tra quelle forze che vogliono le riforme e che votano per il centrodestra si ritrovano anche per buona parte gli elettori repubblicani, quelli che negli anni settanta e ottanta contribuirono, magari senza iscriversi al PRI, ai nostri successi elettorali. Per recuperarli, e ritornare ad essere partito di effettiva consistenza, è necessario essere antagonisti alla sinistra. E aspettare che si esaurisca questa lunga fase di transizione, che sta bruciando schieramenti, partiti e uomini politici creati o gonfiati dalla ventata di follia che ha attraversato il paese all'inizio degli anni novanta e che assunse le forme del giustizialismo e del maggioritario. L'alleanza con il centrodestra non significa naturalmente, e non deve significare, rinuncia all'autonomia critica, sia pure esercitata nei modi e nei limiti che sono consentiti dal sistema maggioritario e dalla nostra ridotta forza elettorale. Soprattutto, non significa e non deve significare rinuncia alla nostra capacità progettuale. Perché è di un progetto politico che il paese ha oggi bisogno. Il paese, non il partito. Un progetto che parta da una forte convinzione occidentale in politica estera per definire il ruolo dell'Italia nell'era della globalizzazione. Come è scritto in una nota politica, il "patto" è un sistema di alleanze per ripartire le risorse esistenti. Il "progetto" è un'ipotesi di sviluppo, di crescita, di espansione perseguita attraverso un vigoroso processo riformatore. Ne abbiamo indicato anche le priorità. Tre punti: Mezzogiorno; impresa; ricerca e innovazione. Tre punti fra loro interconnessi, tre occasioni da cogliere e non tre dazi da pagare. Tre frontiere attraverso le quali far passare il rilancio dell'economia e della società italiana. Intorno a questo progetto, che è al centro del nostro Congresso, esortiamo tutti i repubblicani a lavorare, maggioranza e minoranza; con il prezioso contributo degli esponenti della società civile cooptati in Consiglio Nazionale. Tutti. Perchè, parafrasando Gianni Ravaglia, comune è la nostra anima e cioé la nostra tradizione, la nostra cultura; e quindi comune può essere il nostro progetto politico. Italico Santoro
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