|
La nota politica |
|
Una battaglia del Pri Ritorno al nucleare: il caro petrolio dà ragione ai repubblicani di Italico Santoro Certo, i repubblicani possono essere soddisfatti! Nel 1987 furono i soli, con i liberali, a sostenere le ragioni dell'energia nucleare in una campagna referendaria condotta sotto la spinta emotiva della tragedia di Chernobyl. Chi, tra noi, non ne conserva memoria? Chi non ricorda la fuga dalle responsabilità che caratterizzò democristiani e comunisti, partiti nei quali l'esigenza di vellicare gli umori dell'elettorato prevalse sull'esigenza di tutelare gli interessi del Paese? Chi non ricorda il sostanziale isolamento dell'allora ministro dell'Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, e gli sforzi da lui compiuti per salvaguardare almeno un presidio destinato a continuare la ricerca in un settore strategico? O degli scienziati e dei ricercatori vicini al Pci, anch'essi isolati e impotenti di fronte alle "ragioni della politica"? Per anni, con l'ottusità che è propria di tanta parte della classe dirigente italiana, si è pensato che aver chiuso i conti con il nucleare fosse stato per l'Italia un affare. Il greggio era a buon mercato, la via maestra sembrava tracciata per sempre. Certo, c'erano stati i costi altissimi sostenuti per la chiusura e la riconversione delle centrali nucleari in attività o in costruzione, ma erano stati archiviati rapidamente in un mondo in cui la bolletta energetica era una voce marginale per i bilanci di imprese e famiglie. Così come era stata archiviata la facile ironia del primo ministro francese Rocard, che durante una visita in Italia ci aveva ringraziato per aver contribuito - con i risultati del referendum - ad accrescere le esportazioni francesi di energia. E invece con l'abbandono del nucleare si è segnata un'altra tappa, forse decisiva, verso il declino industriale del paese. E sono stati necessari il barile di greggio sopra i cento dollari e una dipendenza dall'estero per le forniture di petrolio e di gas che rischia di minare la stessa autonomia del Paese sul piano internazionale, perché il clima cambiasse. Al Pri che già da alcuni anni sta rilanciando con forza l'esigenza di un ritorno al nucleare, si sono affiancati prima Pierferdinando Casini - che ne sta facendo un tema centrale della sua campagna elettorale - e ora Silvio Berlusconi, per il quale non c'è alternativa a questa scelta. Sarebbe di sicuro un fatto positivo se anche Walter Veltroni prendesse finalmente posizione su un tema scomodo, segnando così una rottura vera e definitiva sia con la sinistra radicale, sia con il governo Prodi, per il quale il ritorno al nucleare era un argomento tabù ("per ora non attuale", aveva dichiarato il presidente del Consiglio, allora solidamente in carica, mentre il prezzo del greggio si impennava e la bolletta energetica puntava verso l'alto). A noi repubblicani resta la soddisfazione di aver visto lontano. E una curiosità: ci sarà, prima o poi, qualcuno chiamato a pagare per i disastri di questi anni, per la superficialità con cui il Paese è stato respinto indietro in un settore nel quale era all'avanguardia ed i cittadini sono stati costretti a pagarne il conto? Roma, 3 marzo 2008 Il boss a spasso Scarcerazioni facili, tra garantismo e tutela della società Nel 1991 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a fronte della scarcerazione per decorrenza dei termini preventivi di trenta imputati per reati di mafia, si recò in Parlamento per far approvare un decreto legge d'urgenza, grazie al quale le forze dell'ordine poterono tenere in carcere i sospetti criminali. Nove anni dopo - governo D'Alema - 11 ergastolani pluriomicidi furono invece tranquillamente scarcerati. E oggi, a distanza di diciassette anni dal decreto legge di Andreotti, nuovamente abbiamo assisto alla scarcerazione di un giovane boss della mafia, niente di meno che il figlio di Totò Riina, noto come il numero uno di Cosa Nostra. Per cui non soltanto non siamo riusciti a fare un solo passo avanti su questo versante della lotta alla mafia rispetto a quanto avvenne quasi vent'anni fa, ma anzi siamo andati indietro, visto che la criminalità organizzata ha uno dei suoi principiali affiliati in libertà e lo Stato su-bisce uno smacco gravissimo. Una sconfitta. Per la Giustizia innanzitutto, visto che i magistrati, secondo quanto ha detto il procuratore antimafia Piero Grasso, sono ormai ridotti al rango di "lavoratori socialmente inutili". Si preoccupano di imbastire i processi alle veline televisive, ma poi non sono in grado di tenere in galera nemmeno un personaggio come il figlio di Riina. Ma sia chiaro che la sconfitta investe anche la classe politica nel suo complesso, visto che l'episodio avviene mentre si discute delle liste elettorali e vi sono partiti che ritengono di dover pacificamente candidare alle prossime elezioni personalità condannate proprio per reati di mafia. Una sconfitta che poi ricade pienamente su questo governo ancora in carica; che, per quanto dimissionario, invece di mostrarsi amareggiato avrebbe potuto - previa consultazione delle forze di opposizione - intervenire a riguardo con un provvedimento ad hoc, visto che in un anno e passa di attività non si è minimamente preoccupato di accelerare i tempi del processo. Capiamo bene che l'onorevole Veltroni, che rappresenta un'Italia nuova, non si senta responsabile dell'eredità fallimentare che il centrosinistra - con il governo D'Alema e con il governo Prodi - ha lasciato, ma crediamo che, più che promettere chissà quali risultati eccezionali su questo fronte, farebbe bene ad impegnarsi con se stesso per non ripercorrere gli errori compiuti dai governi da lui sostenuti. E' vero che si è dimostrato alquanto spregiudicato nell'immaginare pene asprissime contro i pedofili; e questo testimonia quanto il leader del Pd sia sensibile alle questioni attinenti della sicurezza. Ma anche se la pedofilia è un fenomeno grave, che va contrastato con energia, non siamo in Belgio. Siamo invece in Italia, dove è quanto mai necessaria una revisione dei termini e delle norme della scarcerazione preventiva per i reati di mafia, i quali non possono essere equiparati ad altri reati comuni. Questo è il primo problema che deve porre all'attenzione un governo serio sul versante della sicurezza dei cittadini, lasciando da parte proposte azzardate e roboanti, buone per fare i titoli sui giornali. Roma, 29 febbraio 2008 Un indirizzo per il Pdl Libertà di coscienza sui temi etici, timone fermo sull'economia Il programma del Partito Repubblicano approvato dalla Direzione nazionale è stato inviato agli alleati. Sulla base di una comunanza di concrete indicazioni per il governo del paese, sarà possibile trovare un'intesa per la prossima legislatura. Cinque anni di governo con Forza Italia e quasi due anni di opposizione hanno cementato un rapporto politico solido tra il Pri ed il leader del Pdl, tale da ritenere che l'analisi e la terapia per ridare all'Italia una prospettiva di ripresa e di crescita economica coincida nei suoi tratti essenziali. Ovviamente è un problema per noi rinunciare, alle prossime elezioni politiche, al simbolo. Questa condizione che dobbiamo accettare a malincuore non può essere considerata duratura. Il Pri non intende sciogliersi in nessun contenitore e non ne vede ragioni, soprattutto se il Pdl pensa in prospettiva ad una costituente del Partito Popolare Europeo. Abbiamo però registrato evidenti punti in comune con il Pdl, non solo sulla politica internazionale, ma anche sui temi economici e su quella che riteniamo un'ormai improrogabile riforma della Giustizia. Mentre siamo preoccupati per i tratti di continuità che stanno emergendo fra il governo Prodi e l'Italia nuova che pure ha promesso Veltroni. Il primo e più eclatante è l'accordo a Roma con la sinistra massimalista per sostenere il ritorno a sindaco di Rutelli. Ciò fa pensare che la svolta veltroniana si esaurisca sulle sponde del Tevere. Tanto che la proposta di aumento dei salari fatta da Veltroni è perfettamente equivalente a quella del comunista Migliore e sembra riportare, nella sua formulazione, l'Italia a cinquant'anni fa, quando si pensava al salario come variabile indipendente. Ora vogliamo sperare che il leader del Pd precisi meglio l'impostazione di questo tema, anche per segnare un punto di distanza politica - oltre che elettorale - da quella che altrimenti appare, almeno nei propositi, la vecchia coalizione di Prodi. E' anche vero che Veltroni soffre di oscillazioni, per cui sui problemi economici può essere assimilato a Migliore, mentre su quelli della sicurezza - vedi la lotta alla pedofilia - è più vicino a Fini. Ma questo certamente non è rassicurante per il paese. Il Partito democratico, costretto ad una evidente rimonta elettorale, convinto di poter fare a meno di alcune forze significative, come i socialisti, sembra impegnato in una folle corsa. E' importante che il Pdl non si faccia contagiare dalla smania di rimonta del suo principale avversario e non faccia passi falsi, magari pensando di sacrificare chi ha portato un bagaglio di esperienza liberale e democratica non trascurabile all'interno della coalizione che vinse le elezioni nel 2001. Berlusconi del resto si considera "un monarca", come ha detto egli stesso. Però non ha instaurato una monarchia, ma una "anarchia" per quello che concerne i principali temi che riguardano la coscienza di ciascun individuo; e bene ha fatto. Ma il polso del governo invece dovrà essere fermo sui provvedimenti che bisognerà intraprendere in materia economica, considerata la condizione drammatica del paese. Roma, 28 febbraio 2008 Il senso di una presenza Rimettere in corsa un paese ingessato priorità dei repubblicani La Direzione Nazionale del Pri ha approvato in via definitiva il programma messo a punto in vista delle prossime elezioni politiche. Questo programma - che la "Voce" pubblica integralmente su questo stesso numero - è stato presentato alle altre forze politiche ricomprese nel Pdl. Non si tratta, come è ovvio, di un libro dei sogni o di un lungo elenco di cose da fare. Segue una logica coerente che ha come obiettivo quello di rilanciare un paese "ingessato" e messo al tappeto dai due anni di governo dell'Unione e di Romano Prodi. Al centro del programma è quindi la crescita dell'economia, da perseguire mediante una serie di interventi mirati che seguano due filoni: la politica dell'offerta e quella del risanamento finanziario. Il tutto ricompreso all'interno di un processo riformatore, spalmato su un'intera legislatura, che si propone di rimuovere "le resistenze statalistiche e conservatrici, in quella prospettiva liberal-democratica che costituisce il portato più moderno della realtà europea". Questa filosofia di fondo si articola in una serie di proposte operative che traggono ispirazione dalla lunga storia del pensiero repubblicano. Merito, innovazione, ricerca, aumento della produttività sono il loro comune denominatore. I settori di intervento coprono un ampio spettro: dal rilancio del nucleare agli Ogm, dalla politica salariale alla semplificazione amministrativa, dalle liberalizzazioni alla ricerca e alla diffusione tecnologica. L'obiettivo è quello di presentare, all'approdo di fine legislatura, un paese nel quale la pressione fiscale sia riportata al livello degli anni Ottanta (il 35 per cento del Pil) e la spesa pubblica nel suo ambito fisiologico, intorno al 40 per cento. I livelli, insomma, che sono propri di un moderno e maturo paese avanzato, nel quale il costo del settore pubblico registri significativi passi indietro per favorire la crescita e il rischio individuali, fattori indispensabili ad uno stabile sviluppo. Il programma affronta poi, anche se in modo più sintetico, il tema delle riforme istituzionali. Tra queste vengono in evidenza tre questioni. La necessità di reintrodurre il principio di interesse nazionale; l'abolizione delle province e dei consigli di circoscrizione nei comuni con popolazione inferiore ai trecentomila abitanti; la riforma dell'ordinamento giudiziario. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, accanto ad una serie di interventi immediati (dalla regolamentazione delle intercettazioni telefoniche alla normativa in tema di prelievo coattivo di materiale biologico) vengono messi in risalto alcuni aspetti di fondo, che comportano una modifica di norme costituzionali: composizione del Consiglio Superiore della Magistratura; "giusto processo"; obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale. Queste le linee essenziali del nostro programma. Spetterà in primo luogo ai repubblicani in Parlamento darvi seguito. Ma spetterà all'intero partito vigilare perché i parlamentari che rappresentano il Pri adempiano fino in fondo e con scrupolo al loro dovere. Che è, oggi più che mai, quello di contribuire al rilancio di un paese in difficoltà ma ricco di risorse umane, alle quali bisogna appellarsi per riprendere la via dello sviluppo. Roma, 27 febbraio 2008 Tre precisazioni L'Edera di fronte ad una scelta impegnativa e difficile Siamo di fronte ad una scelta molto difficile per il Partito repubblicano italiano, a dimostrazione che la nostra storia - che si è svolta a cavallo di due secoli - si misura costantemente con il rischio o la minaccia della scomparsa. Dal 1992 abbiamo patito in maniera particolare il sistema elettorale maggioritario, che ha messo a dura prova una forza di minoranza come la nostra, tanto che più volte abbiamo dubitato di riuscire a resistere. L'evoluzione del sistema bipolare maggioritario verso un sistema bipartitico - è questo che sta avvenendo di fatto in queste settimane e senza bisogno del referendum - rende ancora più stretti i margini di azione politica di una formazione con le nostre caratteristiche. Occorrono una straordinaria compattezza in frangenti come questi e una particolare cautela nei passi da compiere. Noi dubitiamo peraltro - e le radici di questo dubbio affondano in una conoscenza profonda della realtà italiana - che il bipartitismo possa rappresentare una risposta adeguata alla soluzione dei problemi del paese. Lo conferma il dibattito che si è aperto nel Partito democratico, con l'emergere di quelle divisioni fra laici e cattolici che la leadership del Pd vorrebbe invece negare. Il Popolo delle libertà, sotto questo profilo, ha saputo definirsi meglio e con più prudenza. L'intesa fra An e Forza Italia è il preludio ad una formazione di stampo popolare europeo che pure non si è ancora disegnata compiutamente. Il Pdl ha accettato un'alleanza con la Lega (che è cosa diversa dal Ppe) e l'ha rifiutata con l'Udc, per evitare una sovrapposizione. Sta trattando con noi, che apparteniamo storicamente alla tradizione democratica, liberale e riformatrice, in Europa terza forza fra quella socialista e quella popolare. Il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, ha dimostrato una particolare sensibilità nei confronti del mondo che noi rappresentiamo, tanto da distinguere fra i piccoli partiti e un partito con una tradizione storica ed un retaggio ideale come il nostro. Per questa ragione il Pri, che ha stretto un'alleanza nella legislatura che si sta concludendo anticipatamente, non ha alcuna intenzione di sciogliersi in qualcosa di diverso da sé senza poter essere garante della nascita di un soggetto liberaldemocratico più ampio. E per questa ragione l'Edera intende concorrere alle prossime elezioni amministrative seguendo i canoni della propria indipendenza di forza partito. Valutiamo invece l'ipotesi di aderire ad un gruppo unico parlamentare, come accordo di legislatura, in nome di una particolare coesione della forza di governo, ma sappiamo bene i limiti fortissimi che una tale scelta ci imporrebbe. Per accettarla dovremmo essere pienamente persuasi del programma di governo concordato con gli alleati. Il Partito repubblicano italiano ha seguito una strategia di fondo in questi anni, cioè quella di non scomparire, di non farsi assorbire, di resistere ai tentativi costanti di frazionamento, per creare domani il nucleo di una forza liberaldemocratica utile alla modernizzazione del paese e alla realizzazione di un'Italia migliore rispetto a quella che abbiamo conosciuto e vissuto. Per riuscire in questa impresa occorre salvaguardare l'esistenza del partito, le sue possibilità di rappresentanza e, sia pure in condizioni difficili, un ambito di autonomia. Non possiamo quindi disdegnare una fase tattica, senza la quale nessuna strategia sarebbe possibile. Roma, 26 febbraio 2008 A proposito del centro Il Paese ha bisogno di riforme liberali, non di una palude Che cosa è, in politica, il centro? Casini lo rivendica per se stesso ed accusa Berlusconi di essersi spostato a destra in seguito all'accordo con Alleanza Nazionale; ma fino a poche settimane fa proprio Fini era l'interlocutore privilegiato dell'Udc. Berlusconi e Veltroni, in concorrenza tra di loro, rivendicano la stessa collocazione geopolitica, contendendosi - come è proprio dei sistemi bipartitici o bipolari - l'elettorato che si suole definire, appunto, di centro. Ma noi vogliamo riproporre la domanda iniziale. Che cosa è, appunto, il centro? Se con questa espressione si intende far riferimento ad una platea elettorale non ideologica, non dogmatica, e quindi disponibile a votare - di volta in volta e senza pregiudizi - chi meglio interpreta le esigenze profonde di un paese, la contesa per il centro assume una connotazione positiva. Se il centro rappresenta invece la palude, il luogo politico in cui vengono affossati tutti i tentativi di modificare in meglio l'esistente, di adottare riforme necessarie allo sviluppo, allora il centro assume - evidentemente - una connotazione negativa. E la assume, in particolare e nelle condizioni date, per l'Italia e per la cultura liberaldemocratica. Perché il paese ha bisogno di innovarsi, di spezzare i lacci corporativi che per troppo tempo lo hanno imprigionato, di premiare il merito e infrangere il mito dell'egualitarismo praticato a spese del bilancio pubblico e della crescita produttiva. In una parola, ha bisogno di riforme liberali. Di cambiare, non di conservare. Di guardare al futuro, non di rimanere fermo su se stesso. Il problema, allora, non è quello di conquistare astrattamente un centro che può anche essere - e a volte lo è - multiforme nelle sue aspirazioni e contraddittorio nelle sue scelte. E neppure quello di aggregare i moderati. E', semmai, quello di raccogliere intorno a poche proposte e a qualche idea-forza i voti di quella parte dell'elettorato fluttuante che in quelle proposte e in quelle idee-forza si riconosce. E se dovesse essere vero allora che proprio l'Udc rallentava il processo di trasformazione del paese - come Berlusconi sostiene - allora c'è da attendersi, in caso di vittoria del centrodestra, una spinta innovatrice sicuramente maggiore di quella sperimentata durante il precedente governo. D'altro canto, un ragionamento analogo vale anche per lo schieramento opposto. Se il governo Prodi ha fallito lo si deve non tanto e non solo alla esiguità della sua maggioranza o alle sue contraddizioni interne. Lo si deve in primo luogo al fatto che una parte significativa di quello schieramento rappresentava il primo e vero pilastro della conservazione politica; il baluardo di uno "status quo" non più sostenibile di fronte ai processi globali di trasformazione economico-sociale. Lo ha compreso, in parte almeno, Walter Veltroni. Che poi è entrato in contraddizione con se stesso caricando sul suo autobus quell'Antonio Di Pietro che su temi decisivi (come quello della giustizia ma non solo) rappresenta un esempio significativo dell'Italia che va lasciata ai margini. Nell'interesse del paese, che ha bisogno dei liberali, non di giustizialisti. Di competitività, non di espropri proletari. Roma, 25 febbraio 2008 Schieramenti e programmi Economia, istituzioni, politica estera: prime differenze tra Pdl e Pd Mentre l'attenzione degli osservatori e dei media è ancora concentrata sulla formazione delle liste, cominciano ad emergere le prime differenze "programmatiche" tra lo schieramento di centrodestra e quello di centrosinistra. O, per essere più precisi, tra il Pdl e il Pd. Differenze che fanno giustizia delle tesi secondo cui i programmi dei due partiti, a ben guardare, finirebbero più o meno per coincidere, per sovrapporsi l'uno all'altro. Facciamo qualche esempio. Partiamo dal trattamento salariale. Veltroni ha proposto una sorta di salario minimo per tutti, fissandolo a mille euro; il Pdl sostiene invece la detassazione degli straordinari. Nel primo caso avremmo un incremento generalizzato che finirebbe per tradursi - almeno nei casi di un aumento dei costi, non infrequenti per le piccole aziende - in una riduzione dei livelli occupazionali. Nel secondo, invece, solo i dipendenti che lavorano di più porterebbero a casa un salario più alto; l'obiettivo sarebbe, in altri termini, quello di coniugare una maggiore remunerazione con una maggiore produttività. Almeno su questo punto, insomma, la proposta del Pdl punta sul miglioramento dell'efficienza di impresa, quella del Pd ha un evidente sapore assistenziale. Secondo esempio. Autorevoli esponenti del Pdl - ancora di recente Gianfranco Fini - hanno fatto propria una vecchia proposta repubblicana, quella si semplificare il reticolo delle istituzioni e degli enti periferici eliminando le province. Una proposta diretta a ridurre in modo strutturale la spesa pubblica (fra il due e il tre per cento) oltre che, naturalmente, l'invadenza della politica; e che si sposa, proprio per questo, con la recente raccomandazione proveniente dal Commissario europeo Joaquin Almunia. Per il quale non basta che l'Italia riduca il deficit (e cioè l'indebitamento annuo), ma dovrà anche abbattere il debito consolidato. Questa raccomandazione - che noi consideriamo sacrosanta ma stranamente tardiva (perché non è stata rivolta già al governo Prodi, nei due anni di vacche grasse dell'economia mondiale?) - comporta qualche misura draconiana, e la soppressione delle province, la cui utilità reale è tutta da dimostrare, andrebbe proprio in questo senso. Che ne pensa il Partito democratico? Quali sono le sue proposte - al di fuori dei proclami generici - per ridurre ad un tempo spesa pubblica e invadenza della politica? Una terza questione riguarda il versante estero. Non è mai elegante occuparsi delle altrui vicende interne. Ma è proprio giustificato l'entusiasmo di Veltroni per Obama? Obama ci sembra, per essere franchi, un leader che se per età e atteggiamenti può somigliare a Kennedy, per le sue proposte sui temi internazionali - a cominciare da quelle che investono la sicurezza dell'Occidente e la lotta al terrorismo islamico - ricorda almeno per ora più l'infelice e rinunciataria presidenza di Jimmy Carter che quella imperiale ed espansiva del presidente bostoniano. Lo abbiamo annotato ripetutamente su questo giornale, ma comprendiamo chi preferisce mantenere un distaccato riserbo sulle elezioni americane. Quello che non comprendiamo, invece, è la smaccata preferenza, l'acritica adesione nei confronti di un candidato che - lo ripetiamo, per ora almeno - brilla per genericità ed evanescenza. Rimpianto del nuovismo a tutti i costi, del cambiamento come parola d'ordine piuttosto che come strategia politica? Probabilmente. Sono, per ora, solo tre esempi. Ma tutti significativi. E investono problemi tra loro diversi, che spaziano dall'economia alle istituzioni alla politica estera. E che fanno pendere la bilancia, piaccia o no, dalla parte del Pdl. Almeno per i repubblicani. Roma, 22 febbraio 2008 Corsi e ricorsi Veltroni e la rinuncia di Enrico Berlinguer al compromesso storico Ufficialmente il leader del Partito democratico Veltroni non si è scomposto più di tanto per le dichiarazioni del suo alleato privilegiato, Antonio Di Pietro, sulle questioni che concernono le reti televisive. Ha replicato che conta solo il programma. In privato invece sembrerebbe che Veltroni se la sia presa per la rozzezza mostrata in proposito dall'ex magistrato; e si sia chiesto come fosse possibile che costui non si rendesse conto delle novità tecnologiche e proprietarie che si sono manifestate nell'ultimo decennio e che complessivamente rendono piuttosto aleatorio e vago lo stesso concetto di duopolio televisivo. Figurarsi poi quello del monopolio. In sostanza un trasferimento di Rete Quattro sul satellite, o la cancellazione di Italia Uno, per dire, rispetto al 1994 o anche solo al 2001, non avrebbero un particolare senso. Il mercato televisivo, fra digitale terrestre e satellitare, appare oramai completamente trasformato. Berlusconi e le sue aziende possono stare tranquilli; e non certo perchè a sinistra non si contestino le sue proprietà. In compenso, se la sinistra non si è particolarmente evoluta, si è evoluto il mercato, tanto che l'attacco alle sue proprietà non è più da considerarsi strategico. L'offerta mediatica è oramai così ampia e diffusa che Mediaset e la stessa Rai appaiono come vecchi colossi che faranno bene a tenersi per mano anche nei prossimi anni se vogliono sopravvivere alle novità. Il problema è dunque un altro, e cioè che il passatismo dipietrista smuove un sentimento comunque profondo nel corpo dell'antiberlusconismo di maniera, e lo fa riemergere. Non è affatto detto che Veltroni possa governare tranquillamente un tale fenomeno. Esso ha pur sempre caratterizzato a lungo la politica italiana, tanto che noi ricordiamo come, a suo tempo, proprio Veltroni lo condivise e ne fu interprete. E' vero che ultimamente se ne è distaccato e dimostra ogni giorno che passa di guardare avanti. Ma nella sua ex coalizione (ed è ciò che più preoccupa il suo primo alleato) si guarda volentieri indietro come fanno i gamberi. E ciò significa che il decorso veltroniano, nonostante la rottura operata con la sinistra massimalista, patisce comunque un richiamo nostalgico all'interno delle sue file. Di sicuro Veltroni ricorderà che anche Berlinguer nel ‘74 comprese l'esigenza di una svolta politica profonda nella sinistra italiana; e si mosse strategicamente per cercare l'intesa di governo con la Democrazia cristiana. Ma questo suo passaggio politico - così spregiudicato per i canoni dell'ideologia - trovò resistenze interne ed esterne al partito, tali che il leader comunista di allora dovette abiurare presto alla soluzione di governo da lui proposta. Così iniziò la crisi irreversibile del Pci. Con tali corsi e ricorsi storici deve misurarsi fin da ora anche Veltroni. Roma, 20 febbraio 2008 Esternazioni sulle tv Il dipietrismo malattia infantile del veltronismo Parafrasando una celebre affermazione di Lenin, si potrebbe definire il "dipietrismo" come "la malattia infantile del veltronismo". Una malattia, oltretutto, che rischia di essere più grave di quanto il segretario del Pd avesse messo nel conto. Almeno per tre buone ragioni. Stipulando l'accordo con l'Italia dei Valori, Walter Veltroni ha offuscato l'immagine del corridore solitario che punta tutto sulla vocazione maggioritaria del suo partito. La corsa con uno sponsor come Di Pietro tutto può essere definita tranne che solitaria. Sarà, magari, rumorosa. E le dirompenti dichiarazioni rilasciate in questi giorni dall'ex pm di Milano ne sono, probabilmente, solo un assaggio. In secondo luogo, quell'accordo non è irrilevante sul piano del programma. Contribuisce, e come, a caratterizzarlo. Almeno in due direzioni. La prima è quella giustizialista, che sotto il richiamo alla legalità nasconde l'aspirazione forcaiola del magistrato di una stagione infelice della storia italiana. La seconda, che peraltro alla prima si sposa, è quella del populismo, del richiamo indistinto alla gente, della suggestione che su certi ambienti (non solo di sinistra) esercita il grillismo (al quale si aggiunge ora, a quanto pare, anche il fiorellismo). Personaggi da avanspettacolo trasformati in guru, in profeti, e interpretati dall'angelo vendicatore Antonio Di Pietro (che proprio un angelo, peraltro, non sembra essere). Terzo punto, l'inaffidabilità politica del personaggio. Che utilizzerà la campagna elettorale come un proscenio destinato a rinverdirne la popolarità. Oggi intervenendo sulle televisioni, domani magari sui processi o sulla giustizia, dopodomani su chissacché. Costringendo Veltroni, che non può certo imporgli la museruola, ad un frenetico quanto vano inseguimento. E ci sarà sempre un appiglio programmatico, nell'intesa raggiunta tra Partito democratico e Italia dei Valori, per trasformare in rissa una campagna elettorale iniziata con i toni morbidi del "dialogo possibile". C'è da chiedersi, a questo punto, perché Veltroni abbia voluto affiancare, e per di più in esclusiva, un partner come Di Pietro alla sua corsa verso le elezioni. Un partner che Emilio Fede ha definito ironicamente "socio occulto di Berlusconi". Forse, nella scelta del segretario del Pd, hanno pesato i trascorsi giudiziari dell'ex-pm più che l'apprezzamento per la sua attuale sagacia politica? E' un interrogativo destinato, per ora, a non trovare risposta. O forse potrebbe trovarla, una risposta, Massimo D'Alema, che ad Antonio Di Pietro regalò a suo tempo un collegio elettorale blindato ma che di Lenin se ne intende e che spazi, all'estremismo infantile, non ne ha mai concessi. Roma, 19 febbraio 2008 Il ritorno di Rutelli A Roma l'Italia nuova assomiglia molto a quella vecchia Non c'è che dire: l'Italia nuova promessa dal Partito democratico si misura subito con le idee proposte per il sindaco di Roma. Veltroni è stato costretto a lasciare, e chi viene candidato al suo posto? Francesco Rutelli. Ora è vero che il Pd, nella sua composizione di Ds e Margherita, ha fatto governare per quindici anni la Campania a Bassolino; ma a Roma, con l'eventuale ritorno di Rutelli, già sindaco dal '93 al 2001, si stanno per superare questi traguardi da basso impero. E non si tratta nemmeno di stabilire se Rutelli sia stato un buon sindaco o meno. Perché quello che appare evidente è che il Pd non ha una soluzione di rinnovamento della classe dirigente. O, peggio, ha una cognizione circolare del potere, tale per cui questo finisce sempre nelle stesse mani. Due volte ha candidato Prodi come premier. Veltroni non è certo un uomo nuovo. Ricompare Rutelli per ogni occasione. Ma, se non c'è alcuna discontinuità, nessun cambiamento degli uomini, come si fa a parlare di Italia nuova? Lo stesso Rutelli ha evidenziato il bisogno di continuità oltre che di innovazione, tanto da dirsi disponibile a "costruire un'alleanza larga", dato che essa c'è già. Badate bene: Rutelli partirà quindi "dall'alleanza esistente, quella che ha dato vita al modello Roma". Un accordo che di fatto nega, subito e decisamente, il progetto che Veltroni vanta di aver messo in piedi a livello nazionale. Il Pd rompe con i massimalisti per poter offrire un governo al Paese senza intoppi decisionali, ma si allea con gli stessi a Roma, per mantenere evidentemente un blocco di potere. Il che dimostrerebbe come l'innovazione sia uno slogan utile per quando si è già perso, come nel caso della maggioranza di governo precipitata ai minimi del consenso popolare; ma, quando si alimentano ancora delle possibilità di mantenere il potere, guai a cambiare qualcosa, al punto di presentare il trapassato remoto come il futuro. Il Pd ha assunto il volto di Giano Bifronte. Da una parte Veltroni che riformula una visione della maggioranza di governo liberandosi del vecchio premier e della vecchia alleanza. Dall'altra Rutelli, un sindaco consumatissimo che ricicla quella alleanza che Veltroni ha sbaraccato. Vai a sapere quale sarà il futuro, in queste condizioni. C'è da pensare che, con la massima disinvoltura, ogni piano sia possibile, incluso far rientrare dalla finestra chi è stato buttato fuori dalla porta. Del resto abbiamo visto Prodi omaggiato e riverito all'assemblea del Partito democratico di domenica scorsa, nemmeno fosse stato liquidato dal Pd e dal suo nuovo leader. Ma, come la colla, il Pd tutto vorrebbe poter tenere. Ce la possiamo fare, dice Veltroni; che, non avendo doti di grande fantasia, si appropria dello slogan del possibile leader democratico alle prossime presidenziali statunitensi. Ma Obama è più giovane di Veltroni ed è anche più credibile, perché ha condotto la sua esperienza politica in una assoluta continuità. Quella che manca del tutto al Pd, viste le sue belle intenzioni già contraddette. Roma, 18 febbraio 2008 Giustizia anno zero Napolitano richiama i magistrati alla loro autentica missione "La sua sola missione è applicare le leggi". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell'intervento durante il plenum del Csm. E dev'essere ben grave la condizione della Giustizia se il Capo dello Stato si sente in dovere di rivolgersi ai magistrati con una frase del genere. A quale altra missione penserebbe infatti di doversi dedicare la nostra magistratura? A rileggere l'intervento del presidente della Repubblica, c'è da credere invece che è proprio sul modo in cui il magistrato intende la sua "missione" che esistono versioni discordanti. Anche perché il Capo dello Stato è reduce da una crisi di governo originata da un provvedimento giudiziario nei confronti del ministro Guardasigilli: cosa che ricorda inevitabilmente la grande crisi fra politica e magistratura del '92; e poi del '94, con l'avviso di garanzia emesso nei confronti dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il fatto che tornino alla memoria episodi che pure ormai dovrebbero essere remoti, testimonia come, da allora ad oggi, si sia ancora all'anno zero dei rapporti fra politica e giustizia. Tanto che il Capo dello Stato ha anche aggiunto a chiare lettere che "il magistrato non deve sentirsi investito di missioni improprie, né dimostrare di avere il coraggio di toccare i potenti". Ovviamente escludiamo che il Capo dello Stato si riferisse ad episodi quali quelli che la stessa magistratura ha biasimato, per esempio rimuovendo dal suo ufficio Clementina Forleo. La quale, occupandosi delle scalate bancarie, aveva dato un certo fastidio a personalità politiche come Massimo D'Alema e Piero Fassino; o condannando il pm Luigi De Magistris, che indagava proprio su Mastella e anche su Prodi. Noi crediamo, al contrario, che il Capo dello Stato si riferisse a tutta la casistica intercorsa in questi lunghi quindici anni, dove mai si è saputo trovare un equilibrio tale per cui la magistratura non si sentisse tenuta ad esercitare un ruolo improprio, magari quello di lotta aperta all'azione della politica (il "rivolteremo l'Italia come un calzino" di Davigo o il "resistere", per dirla con le parole del dottor Borrelli). Di fronte a tali propositi, l'invito alla "cautela", per quanto corretto, del Capo dello Stato, rischia di suonare timido. Perché se il magistrato si sente parte militante dell'antipolitica, allora occorre ripristinare l'immunità nella fase delle indagini, limitare l'uso delle intercettazioni e quant'altro. Siamo d'accordo con Napolitano quando egli ricorda che "l'investitura popolare, diretta o indiretta, non può diventare privilegio esonerando chicchessia dal confrontarsi correttamente con il magistrato chiamato al controllo di legalità". Ma è chiaro che chi è titolare dell'azione giudiziaria deve avere una particolare compostezza proprio nel momento in cui la promuove: perché se avviene tramite i giornali o la televisione, senza la necessaria delicatezza istituzionale a garanzia dell'indagato, ecco che il confronto diventa più difficile. Il nostro auspicio è che l'intervento di Napolitano tracci una rotta importante in un mare in burrasca che nessuno finora si sente più in grado di attraversare. Roma, 15 febbraio 2008 Le iniziative di Veltroni Contraddizioni di un partito che si vuole riformista Non abbiamo perso occasione per sottolineare, su questo giornale, l'importanza della svolta impressa alla politica italiana da Walter Veltroni dopo la sua elezione a segretario del neonato Partito democratico: il coraggio con cui ha preso atto della fine di un'esperienza, quella dell'Unione, che era solo di danno al paese e allo stesso schieramento di centrosinistra; e la determinazione con cui, affermando la vocazione maggioritaria del Pd, ha rotto i ponti con la sinistra radicale e, alla fine, con lo stesso governo Prodi. E' però con questo stesso spirito che dobbiamo dissentire con due avvenimenti che in poche ore hanno avuto per protagonista sempre Veltroni, una volta come segretario del Pd e l'altra come sindaco (dimissionario) di Roma. Il primo riguarda il tema delle alleanze. Il Partito democratico ha definito un accordo per apparentarsi con l'Italia dei Valori, il movimento più o meno personale di Antonio Di Pietro; lo stesso accordo è stato rifiutato invece ai socialisti di Enrico Boselli e, forse, ai radicali di Marco Pannella. Perché mai? Siccome è nostra intenzione muoverci solo sul terreno delle interpretazioni politiche, e siccome riteniamo che la "vocazione maggioritaria" ha un senso solo se si coniuga con la omogeneità programmatica, dobbiamo dedurne che Veltroni ha scelto la linea giustizialista - propria dell'Italia dei Valori - piuttosto che quella garantista, comune sia a Boselli che a Pannella. Così sacrificando intese che tra l'altro avrebbero rafforzato e consolidato il legame con la storia e le tradizioni europee. Dobbiamo aspettarci allora, nel prossimo futuro, un rigurgito giustizialista e populista dello schieramento che fa capo al maggior partito della sinistra italiana? Se così dovesse essere, sarebbe un pessimo viatico sia per la sinistra sia per quel dialogo tra i poli che peraltro il segretario del Pd auspica e di cui il paese ha sicuramente bisogno. Il secondo avvenimento riguarda Veltroni come sindaco di Roma: l'approvazione del Piano Regolatore prima delle dimissioni. E siccome è nostra intenzione muoverci ancora una volta solo sul terreno delle interpretazioni politiche, ci chiediamo quale senso abbia approvare un piano regolatore alla vigilia del rinnovo del consiglio comunale, del sindaco e della giunta; mentre tra gli assessori - citiamo dal titolo del "Corriere" di Roma - "c'è chi torna a insegnare, chi punta al Parlamento". Non sarebbe stato più opportuno - e politicamente doveroso - concludere il lavoro ed affidarlo alla nuova amministrazione, invece di ingabbiare quest'ultima nelle scelte fatte da altri? Ci limitiamo naturalmente, nell'uno come nell'altro caso, alla lettura politica dei due avvenimenti. Che è poi il terreno sul quale abbiamo finora giudicato le iniziative di Veltroni e sul quale siamo abituati ad esprimere le nostre valutazioni. Non vorremmo che il segretario del Pd, partito bene all'inizio, si perda poi per strada quando - archiviata l'Unione - si dovrà pur costruire qualcosa di diverso. Roma, 14 febbraio 2008 Il tesoro che non c'è Inutile farsi illusioni quando la nostra economia rallenta E' necessario considerare i problemi economici del paese indipendentemente dall'esistenza di quello che è stato definito il "tesoretto". E non solo perché è molto probabile, alla luce di quanto avrebbe detto confidenzialmente il ministro dell'Economia ai suoi collaboratori (e poi fatto trapelare da questi ultimi a mezzo stampa), che il tesoretto non esista, proprio come non esiste l'Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson. Ma anche perché, quando un paese ha un debito pubblico della nostra portata, parlare di extragettito - anche se si tratta di undici miliardi - è quasi una cosa ridicola. Senza contare che l'economia italiana appare destinata a rallentare ancora, se le stime del centro studi di Confindustria (che vedono un Pil allo 0,7 per cento contro lo 0,9 della precedente previsione), si dimostrassero, come spesso è capitato, esatte. E le rassicurazioni del governo tese a smentire l'ipotesi - sempre lanciata da Confindustria attraverso il suo quotidiano - di circa 7 miliardi di spesa per il 2008 senza copertura, non servono a gran che. La nota del ministero dell'Economia sostiene infatti che "la legge Finanziaria e il Bilancio approvati dal Parlamento hanno coperture piene e certificate per tutte le spese che vi sono iscritte e comprendono tutte le spese che derivano dalla legislazione vigente". E se vi fossero spese non iscritte? O se i calcoli si dimostrassero inesatti? Le dichiarazioni dei colleghi di governo del ministro dell'Economia, dalla Bindi a Ferrero passando per Alfiero Grandi, ci sembrano non fare molto affidamento sulle capacità di previsione e di analisi contabile di Padoa - Schioppa. In ogni caso, l'abbiamo scritto ieri, lo ribadiamo oggi, la direzione giusta è quella indicata dal ministro Bersani, che non fa affidamento su tesori di vario genere, ma punta l'indice sulla necessità di ridurre la spesa pubblica. Purtroppo abbiamo notato che Bersani è isolato in questa direzione di marcia e che lo stesso leader del suo partito, Walter Veltroni, non pare finora particolarmente sensibile all'argomento. Ma non disperiamo. In qualche modo, anche chi ha fatto della difesa della spesa sociale il suo credo, dovrà subire qualche riconversione in materia se mai posto alla prova del governo, dato che l'Unione Europea non ci farà sconti. E, in un simile contesto, anche una politica di esclusiva pressione fiscale non potrà essere confermata a lungo. E' vero che l'onorevole Fassino, ospite di Giuliano Ferrara in televisione, ama pensare che il valore dell'essere umano non dipenda solo dalla capacità di sottrarsi all'imposizione fiscale. Ma il valore della crescita economica, invece, ha bisogno di minori balzelli. E se pure l'onorevole Fassino - che è digiuno di economia - conoscesse per lo meno un po' meglio la storia, saprebbe che, se non fosse stato per un eccesso gravoso di balzelli, la Francia sarebbe ancora sotto l'Antico Regime e lui stesso magari si presenterebbe in televisione con tanto di cipria, finti nei e parruccone. Roma, 13 febbraio 2008 I conformisti Se poi il bipartitismo non basta si può sempre arrivare al partito unico Ha ragione Ernesto Galli della Loggia a lamentare il conformismo intellettuale nel nostro paese. Non sapremmo poi dire se questo riguardi più la cultura laica o quella cattolica, visto che il livellamento verso il basso è sicuramente comune. Un esempio lo fornisce proprio sullo stesso giornale, il "Corriere della Sera", Michele Salvati, commentando il mancato accordo di Veltroni con socialisti e radicali. Salvati ricorda le forche caudine attraversate a fatica dai Ds e dalla Margherita per costruire il Pd. E scrive: "Perché i piccoli partiti laici di cui parliamo non hanno fatto lo stesso? Se così fosse avvenuto, ovviamente, le loro identità si sarebbero appannate, i loro leader sarebbero al più divenuti dei capi-corrente, ma proprio questo è il punto: oggi non si porrebbero come soggetti estranei e parzialmente antagonistici rispetto al Pd". Tale antagonismo è uno scandalo per Salvati, in quanto l'antagonismo deve rivolgersi - in un sistema bipolare compiuto - solo contro l'avversario politico: che non può certo essere il partito di Veltroni, visto che a Salvati "risulta tuttora incomprensibile che Boselli abbia rifiutato di partecipare al processo costituente, dopo essere stato uno dei motori dell'Ulivo e avere espresso un forte interesse per la trasformazione dell'Ulivo in partito". Invece Boselli ha a nostro avviso una ragione politica forte. Egli si colloca in Europa nel cuore del Pse, la principale forza della sinistra continentale, mentre il Pd ancora non ha stabilito dove porsi: e non si può escludere che il partito di Veltroni e di Rutelli possa aprire un contenzioso con il Pse. Stupisce che Salvati non si accorga di una questione tanto dirimente. Ma ce n'è un'altra, molto più complessa, che Salvati ignora completamente. E' l'ipotesi di accordo politico fra Veltroni e Berlusconi. Ipotesi che circola da settimane insistentemente. Per quanto questa venga negata ogni giorno, ogni giorno rispunta fuori. Ad esempio la ripropone il sindaco di Torino, Chiamparino, in un'intervista all'"Espresso"; e nonostante ne sia fiero avversario, anche Gianni Vattimo è costretto a riconoscere comunque, a tale "nefasta" intesa, una logica determinata dai problemi generali e dall'agenda europea. Ma il povero Boselli, e così Marco Pannella, perché mai dovrebbero sciogliere i loro partiti in nome della lotta ad un comune avversario se poi l'accordo con il comune avversario potrebbe essere dietro l'angolo e contratto da quelli che ti vogliono sciolto? E' possibile che l'autonomia e la preservazione della propria identità siano visti come un ostacolo alla stabilità politica? Perché questa è la convinzione degli opinion leader italiani, per i quali due sono meglio di molti. E magari, domani, perché no, uno solo è meglio di due. Poiché nella storia patria di fenomeni di questo genere ne abbiamo già visti di significativi, non c'è da stupirsi se ancora adesso si cerchi di portare, o si porti volontariamente, il cervello all'ammasso. Ci consola che qualcuno rifiuti tale logica. Roma, 12 febbraio 2008 I due poli e i loro problemi Le prossime elezioni e l'esigenza di una forza liberaldemocratica di Italico Santoro In pochi giorni l'iniziativa politica ha modificato lo scenario del nostro paese molto più di quanto avrebbe potuto farlo qualunque legge elettorale. Il processo è stato innescato da Walter Veltroni, che appena eletto segretario del Partito democratico ne ha sottolineato la vocazione maggioritaria e la decisione di "correre da solo". Era, probabilmente, una scelta obbligata dopo i due anni disastrosi del governo di centrosinistra e il fallimento dell'Unione; ma è stata comunque, all'inizio soprattutto, una scelta coraggiosa (e più che mai benemerita se ha anche contribuito alla fine dell'esecutivo presieduto da Romano Prodi). La mossa di Veltroni ha spinto il centrodestra - che sembrava aspettare immobile il passaggio di consegne - ad adottare la sua contromossa, già annunciata da Silvio Berlusconi qualche mese fa con il discorso tenuto a San Babila e la creazione del "Popolo delle libertà". Un evento - come osserva Sergio Romano sul "Corriere della Sera" - di cui proprio Veltroni è in parte responsabile e che quindi il segretario del Pd "farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti". Alla semplificazione interna agli schieramenti si è aggiunta la reciproca legittimazione. Se ne è avuta la conferma nei due discorsi di apertura della campagna elettorale, quello di Berlusconi a Milano e quello di Veltroni a Spello. Questa volta, insomma, assisteremo non ad uno scontro ma ad un confronto, per quanto duro (come è proprio, d'altra parte, di ogni tornata elettorale, in ogni paese); e si discuterà, c'è da scommetterlo, più dei programmi che delle persone. Ciò detto, le difficoltà e i problemi dei due schieramenti non sono tutti archiviati. E qualche considerazione va fatta, anche per evitare che i fuochi di artificio di questi giorni facciano dimenticare le difficoltà che tuttora sussistono. In primo luogo nel Partito democratico. Non sappiamo ancora, per esempio, se Veltroni accorderà o meno l'apparentamento con il Pd all'Italia dei Valori, il movimento di Antonio Di Pietro. Se così dovesse essere - dopo che lo stesso apparentamento è stato negato a socialisti e radicali - questo significherebbe, sul tema cruciale della giustizia, una precisa scelta programmatica, una scelta contro il garantismo e in favore del giustizialismo. Il che, ovviamente, è del tutto legittimo; ma non potrà e non dovrà essere mascherato nell'ambiguità durante la campagna elettorale. E, sempre sul Pd, ci aspettiamo che venga fatta chiarezza su un altro punto delicato. Il partito correrà da solo alle elezioni politiche, ma è pronto a stringere alleanze con la sinistra radicale nelle elezioni locali. Ora, sappiamo bene che attraverso comuni, province, regioni, passano molte delle decisioni che condizionano le scelte nazionali in materia di ambiente, di spesa pubblica, di infrastrutture. Quali saranno le politiche degli enti governati dal centrosinistra? Saranno favorevoli o no alla costruzione dei rigassificatori? E a quella dei termovalorizzatori? E a quella delle centrali o alla TAV? Per non parlare della sanità, della frammentazione amministrativa, delle fiere paesane o degli eventi cittadini, tutti fiumi carsici che contribuiscono a gonfiare il disavanzo pubblico. Una risposta su tali questioni non riguarda solo i cittadini ricompresi nel perimetro del singolo ente locale, riguarda tutti: condiziona insomma le politiche nazionali. Quanto al "Popolo delle libertà", i dubbi e le considerazioni possono ricondursi essenzialmente ad una sola decisiva domanda: riuscirà quella che oggi appare all'opinione pubblica soprattutto come una sommatoria di anime diverse a trasformarsi in una efficace sintesi politica, ad esprimersi in una linea unitaria di cui sia protagonista il suo leader e il governo da lui presieduto? Sulla risposta che a questo interrogativo sarà data si giocano i destini del centrodestra e anche - con tutta probabilità - il futuro prossimo del paese. Infine, un'ultima e non estemporanea considerazione. L'Italia vive in Europa e si alimenta delle sue istituzioni. Nel Vecchio Continente - e, per cominciare, nel Parlamento di Strasburgo - un lungo processo storico ha sedimentato tre grandi famiglie politiche: quella popolare, quella socialista, quella liberale (cui si sono aggiunti di recente i verdi, la sinistra radicale e la destra estremista). La prima famiglia si va ricomponendo (e allargando) nel "Popolo delle libertà"; quella socialista sarà l'approdo, prima o poi inevitabile, di un Partito democratico che voglia sciogliere le ambiguità di cui è stata contornata - diciamolo con franchezza - la sua nascita. Rischia di non avere riferimento in Italia la famiglia liberale. La famiglia, cioè, a cui si deve la cultura stessa su cui si è formata l'Europa moderna. Meno che mai possono aspirare a questo ruolo gli uomini che hanno dato vita, al di fuori dei due grandi schieramenti, alla Rosa bianca, componente essenziale di un cattolicesimo di sicuro importante nella storia del nostro paese ma che in Europa è parte costitutiva del popolarismo. Avremo allora un'Italia senza liberali? E' questo l'interrogativo che tormenta, in ore decisive per il futuro, le nostre coscienze. Roma, 11 febbraio 2008 La sfida di Walter Si rompe l'asse fra sinistra riformista e massimalista Il segretario del Partito democratico Walter Veltroni ha fatto una scelta coraggiosa che, secondo i sondaggisti, verrà premiata dall'elettorato. E' infatti pronto a rompere definitivamente con la componente massimalista della coalizione di centrosinistra costruita solo due anni fa. Una rottura inevitabile perché, come si sa, nella storia della politica occidentale massimalisti e riformisti sono stati contrapposti, non alleati, definendosi necessariamente l'uno contro l'altro. Ma quella di Veltroni è anche una rottura indispensabile, visto che il disastro di immagine fornito dall'esperienza del governo Prodi è stato tale da imporre di prenderne necessariamente le distanze in maniera netta ed inequivocabile. Se Veltroni terrà fede ai suoi impegni, come ormai appare più che probabile, infliggerà il primo autentico duro colpo al sistema che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni di vita politica italiana, rivendicando la propria identità, il proprio progetto, le proprie idee, rispetto alla pura esigenza di vincere le elezioni. E' verosimile che, per quanto possa andare bene, il Partito democratico perderà comunque le elezioni: da solo, così come le perderebbe in un'alleanza. Ma quando, in una fase di trasformazione come l'attuale, si compie il primo passo verso una rottura del conformismo dilagante, ecco che si dà l'impronta sul tempo che verrà. Tanto è vero questo che, dall'altra parte della barricata, nel campo del centrodestra, dove pure si respira aria di facile vittoria, si aprono dubbi ed inquietudini. E non perché, badate bene, l'alleanza che sta costruendo in queste ore Silvio Berlusconi comprenda troppi soggetti minori, i cosiddetti partitini. A differenza di Prodi, costretto a trattare con tutti per sopravvivere, Berlusconi ha la forza, le convinzioni e gli argomenti per influenzare tutti i partiti minori che vuole. Semmai Berlusconi rischia di non avere argomenti sufficienti per controllare gli alleati di media grandezza, gli stessi che gli hanno creato non pochi problemi in passato. Come la Lega, nel '94. Ma anche i "fedelissimi", An e Udc, che con lui avevano costruito il Polo delle libertà. Di tali contrasti ed attriti ci siamo accorti nella passata legislatura di centrodestra e anche nello scorcio di quest'ultima: sui programmi, certo, ma soprattutto sulla leadership. Per cui crediamo che, se i margini di dissenso all'interno dell'alleanza di centrodestra non saranno contenuti e appianati, quella che pure si prepara come una sconfitta per Veltroni - tanto più dolorosa perché c'è un premio di maggioranza a incidere - potrà comunque promettere una futura vittoria per lui. "Yes we can", sì noi possiamo, il mantra di Obama di cui subito si è impossessato il leader del Pd, non è di facile lettura nell'Italia di oggi rattrappita dalla crisi e con modelli culturali come il "Grande fratello". Può anche darsi che lo stesso Obama venga sconfitto domani nelle presidenziali Usa, se non addirittura nelle primarie; ma Veltroni, con gli anni, ha imparato che, esportando modelli americani, piuttosto che riscoprendo Rilke o rilanciando il motto di un prete di Barbiana, ci si conquista sempre uno spicchio di futuro su cui vale la pena investire. Roma, 7 febbraio 2008 Allarme Corte dei Conti Il malessere serpeggia nell'organizzazione della nostra Repubblica L'affermazione del presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro, il quale ritiene che "l'organizzazione della Repubblica viva un momento di diffuso malessere in se stessa", merita particolare attenzione. Si tratta infatti dell'ulteriore testimonianza di una crisi istituzionale gravissima. Lazzaro ha dichiarato che "assistiamo per tanti aspetti al crescere confuso di strutture, modelli amministrativi, sovrapposizioni di competenze tra amministrazioni centrali ed enti locali, disarmonicità, conflitti irrisolti". Aggiungendo che troppo spesso l'inazione dei funzionari pubblici "è sotto gli occhi di tutti"; sottolineando inoltre come "il non agire protratto per anni possa provocare danni di tale entità per i quali nessun giudice, probabilmente, riuscirà a pervenire a una quantificazione e tanto meno a ottenere un risarcimento". Il che è come dire che lo Stato è alla mercé di politici e funzionari incapaci, fannulloni e corrotti. Non può essere sottovalutato il discorso del presidente Lazzaro anche perché, quasi contemporaneamente, i pm della procura di Napoli accusano alcuni settori della Pubblica Amministrazione di "guadagni inimmaginabili" derivanti dallo sfruttamento della gestione rifiuti in Campania. Pur essendo "garantisti", dobbiamo ammettere che un'ipotesi del genere, vista la situazione generale in cui versa la Regione, è oltremodo credibile. L'impianto accusatorio sostiene - producendo prove a riguardo - che l'emergenza rifiuti, lunga ormai 14 anni, è servita a tenere in piedi un sistema di consulenze milionarie. Per cui, chi lavorava nel commissariato, "più durava l'emergenza, più guadagnava". Il degrado offerto da questo ritratto è tale che non merita particolari commenti. Osserviamo solo che l'inchiesta investe anche il ruolo del governatore Antonio Bassolino che, da commissario per l'emergenza, era al corrente ad esempio delle inadempienze riguardanti gli impianti di combustibile da rifiuti. Senza essere magistrati, questo è argomento che abbiamo sostenuto noi stessi, tanto da chiedere più volte che il governatore si dimettesse. La denuncia della Corte del Conti e l'abnormità del caso Campania sono lo spaccato esatto di un paese il cui problema, certo, non è la riforma elettorale. La crisi delle istituzioni, la corruzione, il fannullismo sono fenomeni ben più preoccupanti, soprattutto se si pensa che possa davvero bastare una diversa legge elettorale per risolverli. Il Partito democratico ha dimostrato in realtà di voler dare un segnale vero quando ha manifestato la sua intenzione di candidarsi da solo alle prossime elezioni. Significa che Veltroni ha preso atto del fallimento della vecchia coalizione di centrosinistra e che si dispone ad una nuova strategia. E, dato che Veltroni vuole avere un gruppo dirigente del nuovo partito più giovane e promettente, sarebbe anche importante che prendesse le misure necessarie nei confronti di un esponente come Bassolino. Perché il fallimento del governatore della Regione Campania è fin troppo evidente. Senza sapere se davvero esistono le inadempienze amministrative molto gravi di cui è accusato dai magistrati, quelle politiche sono sufficienti per il suo pensionamento anticipato. Roma, 6 febbraio 2008 Fine dei giochi L'occasione buona è stata sprecata dal centrosinistra Il tentativo del Capo dello Stato di evitare lo scioglimento delle Camere dopo solo diciotto mesi di vita era sicuramente dovuto. In compenso, l'esito dell'incarico esplorativo affidato al presidente del Senato di formare un nuovo esecutivo era scontato. Il presupposto stesso di fare un governo a termine, per la sola riforma elettorale, non era una condizione sufficiente. I problemi del paese sono ben altri ed urgenti: la coalizione del centrosinistra li ha lasciati languire fino ad esserne travolta. Alla base della crisi e della fine del governo Prodi vi è questa semplice verità. Certo, il governo è caduto perché il ministro Guardasigilli, la sua famiglia, molti dirigenti del suo partito, sono stati inquisiti da una procura per un presunto reato. Ma un ministro che è anche un parlamentare eletto in Campania e radicato sul territorio come Mastella si sarà pur chiesto se era il caso di restare in un governo incapace di pulire dai rifiuti la sua regione. E in condizioni di questa drammaticità si può pensare davvero che la priorità sia la legge elettorale? Incredibile, ma è così, visto che la Consulta ha persino mosso una riserva di costituzionalità sulla stessa. Eppure questa contestata legge elettorale ha consentito la vittoria del centrosinistra; di più: ha dato al centrosinistra una maggioranza esorbitante alla Camera dove pure lo scarto era minimo rispetto ai voti ottenuti dalla coalizione avversaria. E al Senato, dove addirittura aveva prevalso il centrodestra, grazie al voto degli italiani all'estero ha ottenuto due seggi in più. Strano poi che la Consulta abbia posto il problema di costituzionalità della legge elettorale solo dopo diciotto mesi dal voto. In fondo se Prodi si fosse mai sentito minacciato dall'instabilità artificiale creata dalla legge, avrebbe potuto aprire subito un dialogo con il centrodestra invece di vantare un'autosufficienza che non aveva. Per queste ragioni rifiutiamo nettamente l'idea che il fallimento della coalizione sia attribuibile alla legge elettorale e non agli errori politici commessi, che sono stati infiniti. E il fatto che questi vengano ancora sminuiti, e tutti gli strali si appuntino sulla legge, dovrebbe far pensare che il centrosinistra sia incapace di emanciparsi. Ma non è così, visto che il leader del partito democratico ha posto in questione l'alleanza politica a cui pure appartiene e destabilizzato il governo. Evidentemente Veltroni e Franceschini hanno compreso la gravità della condizione del paese, quanto Mastella e Dini. Per cui se la leadership della coalizione, sancita fra l'altro da un voto popolare delle primarie, sfiducia il suo premier e ne candida un altro, tanto basta per decretare la fine politica di quella avventura che non ha dato i risultati sperati. In fondo è quello che ha anmmesso Bertinotti con una dichiarazione che ha sepolto le ultime speranze di Marini: la legislatura è politicamente finita. E l'occasione persa, lo diciamo all'onorevole Veltroni, non è il governicchio elettorale di tre mesi che ha proposto, non sappiamo con quanta convinzione, ma un accordo vero con l'opposizione quando si era ancora nelle possibilità di farlo. Roma, 5 febbraio 2008 Il problema del dopo Come governare seriamente un Paese in grande difficoltà Prendiamo in parola ciò che ha detto l'onorevole Gianfranco Fini in un comizio ad Udine, e cioè che i veri problemi verranno il giorno dopo la vittoria delle elezioni, ammesso che le elezioni e la vittoria del centrodestra siano eventi scontati. In questo caso sicuramente gli elettori "ci metteranno alla prova" e, se vogliamo fare davvero tesoro di quello che è accaduto in passato, come ha detto Fini "non ha senso polemizzare solo per avere un po' di spazio in più sui giornali". Ovviamente riteniamo però che Fini si rivolga principalmente al suo partito, e ricordiamo che, all'interno del passato governo Berlusconi, Alleanza nazionale sollevò non pochi problemi, dagli ogm alla questione del "ponte di comando" nella politica economica, al punto di riuscire a ottenere le dimissioni del ministro Tremonti. Se non era questione di visibilità quella, allora si trattava di un aspetto più grave, riguardante magari l'"asset" strategico della stessa coalizione. Non vorremmo ricordare male, ma ci era parso di capire, del resto, che An sosteneva la tesi di un ricambio generazionale per la guida del governo, un'altra leadership. Lo sostenne a ritmi alterni, non sempre ufficialmente, a volte confermando questa idea a volte smentendola, ma trovando di fatto un asse con l'Udc. Ovviamente, essendo convinti, An ed Udc, alla fine della passata legislatura, che il centrodestra dovesse presentare un nuovo leader di governo, senza tuttavia indicarlo, la situazione provocò non poco sconquasso nell'elettorato. Anche se non paragonabile a quello provocato dal Pd, che ha proposto un premier diverso, una diversa coalizione e un'Italia diversa, e proprio nel pieno del governo Prodi. In ogni caso, anche la sola ventilata ipotesi che due dei principali partiti alleati di Forza Italia, i cui leader avevano manifestato sempre grande dichiarazioni di stima e di considerazione nei confronti del premier, alla fine della legislatura ventilassero un cambio della guardia, non ebbe un effetto positivo sui votanti, che pure dimostrarono un notevole gradimento per l'operato di Silvio Berlusconi. Ora, nello scorcio fortunatamente breve, perché evidentemente tende ad esaurirsi, dell'attuale legislatura, ci era parso di capire che ancora An ed Udc valutassero per il futuro soluzioni politiche diverse. Tant'è che l'onorevole Cesa ha già fatto sapere che il leader della coalizione ed il leader del governo potrebbero non coincidere. E, se ci fa piacere il ritrovato lealismo dell'onorevole Fini, vorremmo dire all'onorevole Cesa che non è questo il tempo di doppi incarichi e tanto meno quello di creare equivoci su punti di tale delicatezza. La crisi del paese è gravissima e chi si pone il problema e l'urgenza di superarla deve trovare un'intesa di fondo su come fronteggiare questa situazione, e con chi. Ciò vale per i partiti minori, i partiti medi, i partiti maggiori. Altrimenti non ci si stupisca se qualcuno inizia a dubitare sulle capacità della Cdl a gestire la crisi e ancor meno se si cercano soluzioni del tutto impreviste e fuori degli schemi ritriti del solito scontro frontale fra grandi armate litigiose al loro interno, quanto inadeguate a governare seriamente l'Italia. Roma, 4 febbraio 2008 Percorso in salita Nessuna intesa in vista, le divisioni attraversano anche il centrosinistra Il presidente Marini sta dimostrando in queste ore tutte le sue capacità di mediazione e sensibilità democratica, contattando a ritmi serrati partiti e forze sociali. Se qualcuno pensa che voglia perdere tempo si sbaglia, perché Marini ha il senso delle istituzioni e responsabilità politica. E doti di realismo, tanto da spiegare subito alla stampa che egli riteneva il suo compito gravoso e arduo, ma non impossibile. Certo si renderà conto che la situazione si aggrava. Il piano di D'Alema illustrato al "Corriere della Sera", ad esempio (prima il referendum, poi il voto), non gli è stato molto utile, perché in fondo prevede che un accordo parlamentare sulla riforma non si possa raggiungere e dunque il governo, anche se nascesse, avrebbe poco o nulla da fare. Né suona incoraggiante la dichiarazione della terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, che ha fatto sapere che la legislatura è politicamente finita. Parole che cadono come gelo su quelle pronunciate dal presidente incaricato che si sta muovendo per trovare "un consenso ampio, politico". Considerando che dall'opposizione non provengono particolari segnali di disponibilità e che Marini non ha nessuna intenzione di fare un governo che non si apra al dialogo con le principali forze politiche del paese, ecco che il suo tentativo appare frenato da sinistra come da destra. E le forze centriste, che pure riconoscono in Marini un amico sincero, restano come paralizzate. La crisi, di conseguenza, va avanti e non pare lasciare sbocchi. Il segretario del Pri Nucara, che ha guidato la delegazione nell'incontro con il presidente incaricato a Palazzo Giustiniani, ha sottolineato che i repubblicani non chiedono le elezioni anticipate, ma che pure le considerano - alla luce di questi fatti - inevitabili. La ragione di questo esito sempre più probabile è rafforzata dal dato che non c'è un accordo fra le forze politiche della stessa coalizione sulla bozza elaborata dal Parlamento. Basta pensare alle parole del numero due del Partito democratico, Franceschini, quando, a dispetto dell'impostazione proporzionalista alla tedesca scelta dal Parlamento, ha ricordato la sua preferenza per il semipresidenzialismo alla francese. E lo ha fatto quando l'intesa sembrava a portata di mano. Da allora tutto si è complicato ed oggettivamente diventa difficile raggiungere un accordo sulla riforma elettorale non solo fra maggioranza ed opposizione, cosa scontata, ma anche all'interno dello stesso Partito democratico, dove le idee divergono completamente. E' vero che le elezioni e la nuova legislatura potrebbero trovarsi sotto la mannaia referendaria, e dunque governo e Parlamento sarebbero costretti a predisporre una nuova legge elettorale cui far seguire lo scioglimento anticipato. La speranza è che un forte consenso elettorale e un tempestivo dialogo con l'opposizione condizioni che non sono esistite in questa legislatura - permettano di intervenire con efficacia e determinazione sui principali problemi del paese. Roma, 1 febbraio 2008 Margini ristretti Evitare soluzioni che aumentano solo la confusione E' giusto che il Presidente della Repubblica esperisca tutti i tentativi necessari per verificare se in Parlamento esiste una maggioranza in grado di votare la fiducia ad un governo, comunque lo si voglia qualificare. Abbiamo però l'impressione che i margini, già di per sé ridotti, si stiano ulteriormente erodendo proprio in queste ore. Il primo segnale è venuto dall'Udc. Il partito di Pierferdinando Casini ha assunto, dopo l'apertura della crisi, una posizione autonoma rispetto agli altri partiti della Casa delle Libertà; che era però, fin dall'inizio, intimamente contraddittoria. Ha chiesto un governo di larghe intese che fosse in grado di fare almeno le riforme elettorali; e al quale assicurasse il suo appoggio anche Forza Italia. Ma se per puro caso F. I. avesse sposato la tesi dell'Udc, avrebbe voluto quanto meno una legge diversa dall'ultima bozza Bianco, e cioè dal modello tedesco; e molto più orientata verso il maggioritario (magari di tipo spagnolo, più o meno come previsto dal cosiddetto "vassallum"). Che è poi la stessa posizione, come è noto, di Walter Veltroni; e che è invece proprio il testo già respinto in precedenza da Casini e contro il quale, quindi, l'Udc avrebbe votato. Votando, di conseguenza, contro la sola piattaforma programmatica di un ipotetico governo da essa sollecitato. Insomma, un vero pasticcio. Così come un pastrocchio sarebbe quello di un esecutivo raccogliticcio, formato con il sostegno di voti sparsi e privo di omogeneità politica. Che nulla avrebbe a che fare con un governo di larghe intese, per quanto finalizzato alla sola riforma elettorale. Meglio, allora, le elezioni. E Casini, a questo punto, prima di infilarsi in un vicolo senza uscita, ha preferito rompere gli indugi e chiedere il voto. Tanto più che, sull'altro versante, un sostenitore del ricorso immediato alle urne come il leader dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, dichiarava di non essere disposto a votare un esecutivo sostenuto da spezzoni dell'opposizione e quindi espressione di una maggioranza diversa da quella che ha guidato il paese dalla primavera del 2006. E che a sua volta Romano Prodi aveva sempre sostenuto - e pensiamo che continui tuttora a ritenere - che nessun altro governo dovesse esistere tra il suo e le elezioni. E d'altra parte che le elezioni politiche siano ormai inevitabili comincia ad essere una convinzione sempre più diffusa nello stesso centrosinistra. Contro un governicchio si sono espressi Enrico Letta e il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano. Lo stesso tentativo di Massimo D'Alema ha più il sapore di un atto dovuto che di una iniziativa convinta. E quanto a Veltroni - lo abbiamo scritto proprio ieri - i suoi interventi sono sempre più mirati ad una campagna elettorale già in corso che ad una reale difesa della durata di questa legislatura. Insomma, le forze politiche si stanno ormai posizionando già guardando al voto. E le dichiarazioni di questi giorni sono rivolte ad accrescere il rispettivo "appeal", a guadagnare posizioni tra gli indecisi e gli scontenti che non sono pochi. La sola, vera questione ancora aperta riguarda il governo che condurrà il paese alle elezioni: sarà ancora quello presieduto da Romano Prodi o un esecutivo diverso? Se un parere possiamo esprimere al riguardo, riteniamo che un percorso politico vada compiuto fino in fondo. E quindi, nel caso in cui nessun altro governo dovesse essere in grado di disporre di una maggioranza in Parlamento, sia Prodi a chiudere la legislatura. E presto. Altre soluzioni finirebbero solo per accrescere una confusione che già regna sovrana nel paese. Roma, 30 gennaio 2008 Quale ruolo per il Pd La strategia di Veltroni tra gestione della crisi e prospettive future Ma cosa vuole realmente Walter Veltroni? I messaggi trasmessi in questi giorni sono due, apparentemente in contraddizione tra di loro. Il primo riguarda la crisi, il secondo eventuali elezioni. Quanto alla crisi, la sua proposta principale non è quella di dar vita ad un governo che faccia rapidamente la riforma della legge elettorale, e porti subito dopo gli italiani al voto. La richiesta è molto più impegnativa, è quella di una soluzione istituzionale che in otto-dodici mesi cambi nel suo insieme le regole del gioco (ivi comprese alcune modifiche della Costituzione) per poi andare alle elezioni con queste nuove regole. Più o meno, sempre che i tempi vengano rispettati, entro la primavera del 2009. Astrattamente, la proposta di Veltroni è ineccepibile. Ma il sindaco di Roma è uomo troppo intelligente per ignorare che non esiste, in questo Parlamento, una maggioranza in grado di approvare una riforma della legge elettorale. Figurarsi una riforma che dovesse investire alcuni aspetti della Costituzione! Non c'è, una tale disponibilità, neppure nella vecchia maggioranza, ormai entrata in crisi e con alcuni partiti - sia pur minori - che chiedono esplicitamente il ricorso alle urne. Figurarsi un accordo - come pure ipotizzava sul "Messaggero" il senatore Antonio Maccanico - fra i tre maggiori partiti (Pd, Forza Italia e An), che sarebbero chiamati, di conseguenza, a sostenere il cosiddetto governo istituzionale. In questo momento il primo a dilacerarsi, su una simile prospettiva, sarebbe proprio il Partito democratico. Sorge allora il sospetto che, alzando la posta, Veltroni abbia per obiettivo proprio le elezioni anticipate. Se non è possibile cambiare le regole del gioco in modo corretto - riforma della legge elettorale e di alcuni articoli della Costituzione -, meglio andare alle urne, e rinviare ogni modifica alla prossima stagione politica, quella che si aprirà dopo il voto. Un sospetto che trova oltre tutto conferma proprio nel secondo messaggio che in questi giorni il Segretario del Pd trasmette agli elettori, e in primo luogo al suo partito. Ribadendone la vocazione maggioritaria, Veltroni annuncia che il Partito democratico è pronto a correre da solo; e sfida Berlusconi a seguirne l'esempio. Una sfida per l'oggi, ovviamente, non certo per un futuro più o meno remoto, reso oltre tutto più che mai incerto da eventuali modifiche delle regole del gioco il cui contenuto nessuno sarebbe oggi in grado di precisare. Vista in questa prospettiva, la strategia del sindaco di Roma appare allora chiara. Elezioni più o meno in questa primavera, con la legge elettorale esistente. E con un Partito democratico che, stipulando intese solo con forze politiche affini sotto il profilo programmatico, possa essere in grado di sottrarsi all'ipoteca della sinistra radicale e giocare la sua partita a tutto campo dopo il voto. In una intesa, allora sì, con i principali interlocutori del centrodestra sulle modifiche istituzionali di cui il paese ha bisogno. Un'intesa da raggiungere comunque, a prescindere dal risultato elettorale, che si collochi il Partito democratico all'opposizione o si trovi di nuovo al governo. In questo scenario, ovviamente, non c'è più posto per l'Unione e per colui che ne è stato il corifeo. Romano Prodi diventa il passato, da archiviare al più presto perché il Partito democratico possa tornare ad essere protagonista reale della vita politica italiana. Con un occhio, naturalmente, non solo al dopo elezioni ma anche al dopo Berlusconi. Questa ci sembra la vera scommessa di Veltroni. Che poi riesca a vincerla, in primo luogo all'interno del Pd, resta tutto da dimostrare. Di sicuro, però, è una scommessa che può modificare in profondità gli scenari lungo i quali si è sviluppata l'incerta fase politica apertasi all'inizio degli anni novanta. E in quanto tale, va seguita con attenzione. Roma, 29 gennaio 2008 Situazione gravissima Le difficoltà del Paese impongono di non perdere altro tempo Vi è nel paese una condizione gravissima. Investe principalmente il mondo economico, e ha effetti immediati sulla vita delle famiglie, tanto che le ultime stime sostengono che ormai molte si avvicinano alla soglia della povertà. A questa condizione gravissima si aggiunge una crisi istituzionale con la irrisolta controversia fra magistratura e politica che ha avuto il suo acme con l'avviso di garanzia al ministro Guardasigilli ed i provvedimenti giudiziari contro la sua famiglia e numerosi esponenti del suo partito. Per non dire del fatto che il vicepresidente del Csm Nicola Mancino li ha perfino contestati. Vi è infine un'emergenza nuova drammatica e sconcertante, quale quella dei rifiuti in Campania, che dimostra in maniera tangibile sotto gli occhi di tutto il mondo come l'Italia non sia degna di essere ricompresa tra i paesi sviluppati. Né la cosa deve stupire: quando al governo si chiamano forze dichiaratamente e convintamente nemiche dell'occidente, folcloristiche o meno che siano, questi sono i risultati disarmanti che si producono. Per cui è ovvio che davanti a questo stato di cose bisognerebbe creare un governo di emergenza immediato, capace di prendere in mano la situazione. Avrebbe dovuto prendere l'iniziativa lo stesso Prodi, per lo meno quando ha capito che non era nemmeno in grado di ripulire le strade del napoletano. Invece Prodi ha pensato perfino di poter sfidare la sua debolissima maggioranza e si è ritrovato senza i necessari consensi in Senato per continuare la sua avventura. Fa un certo effetto sentire ora esponenti del Partito democratico, da Fassino a Veltroni, dire - a fronte di un tale sconquasso - che occorre un governo per fare le riforme, o meglio per fare la riforma elettorale. Fassino sostiene perfino che la riforma elettorale sia la prima urgenza del Paese. Ci chiediamo quale sia il senso della realtà che possiede. Servirebbe semmai un governo per ripulire la Campania, per cacciare Bassolino come si è cacciato Cuffaro, e pure con maggiori ragioni di Cuffaro. Invece questo governo Fassino e Veltroni non lo vogliono: non possono fare, per diversi motivi, l'accordo politico con l'avversario. Non si stupiscano allora se poi debbono leggere "Non perdiamo altro tempo", come scrive Sergio Romano sul "Corriere della Sera". E Sergio Romano non è un amico di Berlusconi e dubitiamo molto che abbia simpatie politiche per il Cavaliere. Solo che possiede maggiore senso della realtà dei vertici del Pd e quindi è consapevole che l'ultimo dei problemi è la legge elettorale, non il primo. Per questo crediamo che il percorso elettorale sia stato intrapreso e che margini di mediazione non vi siano più, soprattutto dopo lo scontro in campo aperto che tanto ha lusingato le qualità battagliere di Prodi. E' vero che il Capo dello Stato ha lavorato in questi mesi per cercare di costruire un tessuto migliore nel paese, proprio nella prospettiva di dover fronteggiare una crisi di queste proporzioni e preoccupato per i rischi di un ulteriore inasprimento dello scontro politico Non si dolga ora Napolitano se si trova con un pugno di mosche in mano; il buon senso non è purtroppo una dote condivisa da molti in questi tempi. Per cui non resta che liberarsi del male maggiore. Roma, 28 gennaio 2008 Il crepuscolo Quel senso di responsabilità che manca al premier Dietro la procedura formale che il premier vuole osservare si cela uno spettacolo non proprio edificante, con le voci che rimbalzano nei corridoi di Palazzo Madama: sono voci di pressioni e di compravendita di senatori. Il crepuscolo del governo non risparmia nessun genere di miasma e, quale che sia il risultato del voto al Senato in quella che appare una prova di forza inutile e perniciosa, l'esperienza del centrosinistra si è conclusa. Prima di noi lo ha detto un ministro della coalizione, Fabio Mussi, descrivendo un quadro catastrofico, tale per cui non resta più nessuna prospettiva fuori dal voto. E, stando a Mussi, quella che era una coalizione vincente si avvia alla sconfitta certa in ordine sparso. Sotto questo profilo si potrebbe anche capire la pervicacia del premier di non voler vedere dissolto in un colpo solo il lavoro di questi mesi. Ma non prendere atto del fatto che due partiti di governo si sono rifiutati di votare la fiducia, che il principale partito della coalizione, il Pd, è diviso al suo interno sugli obiettivi strategici e che gli altri alleati sono in polemica con quest'ultimo, non è dimostrazione di spirito guerriero, ma follia suicida. Lo stesso Capo dello Stato, secondo il quale, in tempi non sospetti, la maggioranza doveva essere autonoma dai senatori a vita, ha fatto sapere indirettamente di aver sconsigliato al premier di presentarsi alle Camere per non esasperare un clima così teso. Prodi non ha ascoltato nemmeno il consiglio di saggezza del Quirinale. Ha deciso di andare dritto per la sua strada a capofitto. La ragione di un tale comportamento può poggiare anche sui dissapori mai risolti del ‘99, il cosiddetto complotto di cui fu vittima all'epoca. Ma di sicuro la risposta del premier è indirizzata polemicamente alle prospettive dell'oggi, nelle quali egli è considerato di fatto un passato da superare per buona parte della sua stessa coalizione. Nell'Italia nuova che vuole il Partito democratico non c'è posto per lui, ad esempio. E dunque Prodi ha deciso di ritardare la nascita di questa Italia nuova. Come Sansone si accinge a scuotere le colonne del tempio per seppellire con sé tutti i filistei. Fa un certo effetto assistere a questa epica tragica, mentre i problemi del paese sono tali da richiedere soluzioni di urgenza. E in queste condizioni le cose possono solo peggiorare. In Campania siamo giunti alla rivolta dei comuni del beneventano. Nel Palazzo invece si vorrebbero regolare i conti e si cercano vendette a qualunque costo. Si spreca del tempo utile quando l'Italia dovrebbe essere rilanciata - ed in fretta - viste le condizioni in cui è stata lasciata. Avevamo chiesto a Prodi un gesto di responsabilità nazionale, così da poter uscire a testa alta da un quadro così devastato. Avrebbe dovuto offrirlo all'inizio della sua avventura, quando era chiaro che non aveva i consensi sufficienti per governare. Non è stato capace di darlo nemmeno quando i consensi sono insufficienti e, ciononostante, si cerca lo stesso di sfidare, insieme alla logica, anche la matematica. Roma, 24 gennaio 2008 60 anni della Costituzione Figlia di una cultura e di un equilibrio politico che non esistono più Di fronte alle Camere riunite, il Capo dello Stato ha ricordato i sessant'anni della nostra Carta costituzionale. Gli anniversari, come è noto, servono più per elogiare che per analizzare. Più per valorizzare i pregi che per individuare i difetti. E quindi anche noi accogliamo come benvenuta questa ennesima occasione per sottolineare i grandi servigi che la Costituzione ha reso al paese, accompagnandone la ricostruzione postbellica, il miracolo economico, la collocazione internazionale, lo sviluppo democratico. Detto questo, dobbiamo aggiungere che la nostra Carta fondante è il prodotto di un'epoca, è figlia di una cultura e di un equilibrio politico che non esistono più. Che sono stati seppelliti sotto le macerie del muro di Berlino se non prima. Si potrebbe sostenere, e con molte ragioni, che gli stessi grandi successi del dopoguerra furono raggiunti proprio grazie alla rottura del quadro unitario che aveva partorito la Costituzione. La quale, però, rappresentò allora la cornice indispensabile perché questa rottura avvenisse senza traumi e non fuoriuscisse dai binari di una corretta dialettica democratica. Oggi bisognerebbe affrontare con coraggio il tema della revisione della nostra Costituzione. Tema al quale il Presidente della Repubblica non si è sottratto, considerando "necessaria" la revisione della seconda parte ma non praticabile dopo il fallimento della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema una rilettura complessiva del testo. Si tratta di un'affermazione importante, che fa giustizia delle posizioni più conservatrici. E pure a nostro avviso non bisogna rinunciare a ripercorrere, anche se con strumenti diversi, la strada della revisione integrale della Costituzione. Abbiamo già avuto modo di scrivere infatti che la riforma della Costituzione dovrebbe prendere le mosse dallo stesso articolo uno, che rappresenta la cornice dell'intero impianto. E questa cornice - espressione degli equilibri politici dell'epoca - si ispira a concezioni, per l'appunto, di tipo solidaristico-socialista non più compatibili con una ispirazione liberale quale dovrebbe essere a fondamento della nostra società. E d'altra parte, e non a caso, già in sede di Assemblea Costituente Ugo La Malfa, Ignazio Silone e l'intero gruppo repubblicano proposero un testo molto diverso da quello attuale, che recitava: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti del lavoro e sui diritti di libertà". Da una approfondita rilettura della Costituzione, e da una sua riscrittura in senso liberale, avrebbe dovuto prendere avvio, per avere un senso, la Seconda Repubblica. Sarebbe stato, questo sì, un segnale di profondo rinnovamento e avrebbe perfino avuto un senso la crisi politica che venne allora aperta dalle inchieste giudiziarie. Quella stagione - senza questo suo naturale completamento - si è risolta invece in pura perdita per il paese. Che non a caso si trascina stancamente - tra risse, interventi della magistratura, sommosse locali - verso un futuro di lento ma inesorabile declino. Serviva, allora, un'Assemblea Costituente che desse il segno di una rottura con il passato. E un'Assemblea Costituente serve probabilmente ancora adesso, anche per ridare al paese un indirizzo e un orientamento che sembrano oggi smarriti del tutto. Serve, insomma, pensare in grande. Altrimenti ci trascineremo stancamente tra celebrazioni che il paese sente lontane, corporazioni che cercano di ritagliarsi fette di una torta che si rimpicciolisce sempre più, istituzioni in guerra tra loro e una classe dirigente - non solo politica - incapace di guidare il paese. Roma, 23 gennaio 2008 Ultimo atto Vengono al pettine le contraddizioni di una falsa partenza Con l'intervento di ieri alla Camera dei deputati il presidente del Consiglio ha annunciato nel suo discorso la ferma intenzione di rimanere al suo posto. O, più probabilmente, si è ancora candidato per il futuro, anche in caso di elezioni alla guida dell'Unione. Incurante della condizione disastrata nella quale si trovano il paese e la sua coalizione. Ma tali esibizioni muscolari, quando tutto pare sul punto di crollare, sembrano più utili ad un fine mediatico che politico. Perché politicamente, dopo che Mastella, lasciato il governo, è anche uscito dalla maggioranza, l'esperienza di Prodi è finita. E questa voglia di battersi del premier sembra un'agonia che non si interrompe, più che una reale prova di forza. Ammesso anche che Mastella abbia indirettamente aiutato il premier ad evitare un voto in Aula sulla Giustizia - tramite il quale si sarebbero evidenziate in maniera inconfutabile le divaricazioni fra Di Pietro, la sinistra radicale ed il testo dell'ex Guardasigilli - la crisi ha fatto ormai il suo corso. La frattura fra le parti si è esasperata ed è stata messa in piena luce. Mastella ha usato parole di non ritorno, il Partito democratico è stato messo nel mirino dagli alleati, Prodi e Veltroni appaiono definitivamente per quello che sono: due rivali che non ammettono spazi di equilibrio. Non c'è modo di riassorbire questo caos. E l'idea che lo si voglia addirittura prolungare preoccupa, viste anche le reazioni interne ed internazionali che ci piovono addosso. L'Eurispes ha anticipato un rapporto nel quale si legge come la credibilità ai minimi del governo si riversi sulle istituzioni nel loro complesso, alimentando un senso di sfiducia collettivo. Il quotidiano londinese "Financial Times" ha definito il nostro paese quello peggio governato di tutta l'Europa; in fondo pensiamo che colga nel segno. Il segretario del Pri, Francesco Nucara, dopo aver appreso dell'uscita dalla maggioranza di Mastella e del suo partito, aveva invitato Prodi a rinunciare al passaggio parlamentare e a salire al Colle. Prodi si è così assunto la responsabilità di voler restare al suo posto, convinto di potercela fare ancora una volta, come del resto ha dichiarato: nemmeno si trattasse del suo destino personale e non di quello dell'Italia. Sarebbe servito un comportamento responsabile da parte del premier. Prendere atto che ha sbagliato dal primo momento, convinto com'era di poter governare il paese con il 50, 01 dei consensi elettorali; invece appare convinto, ora, di poterlo governare con il 49,01 dei consensi. In questa maniera impedisce di ricercare una soluzione positiva ai molti problemi aperti, che paiono sempre più destinati ad aggravarsi. Fino a ieri l'esecutivo e la maggioranza erano per lo meno in grado di dare l'impressione, anche se poi non vi riuscivano comunque, di poter fronteggiare le difficoltà. Nell'attuale condizione è svanita anche l'impressione. Prodi non è disposto ad ammetterlo, deciso com'è che la cosa principale sia durare contro tutto e contro tutti. Ma forse nel centrosinistra esisterà qualcuno che si rende conto di come la ridotta nel bunker berlinese sia l'epilogo di una stagione infausta, ma non tale da meritare questa farsa. E forse vorrà evitare una simile inutile pantomima. Roma, 22 gennaio 2008 Appello al premier Passare la mano prima che la crisi politica travolga le istituzioni di Italico Santoro Si apre oggi in Parlamento una settimana difficile per Romano Prodi. Due gli ostacoli da superare: la relazione sullo stato della giustizia, che l'Udeur non vuole disgiunta dalla solidarietà a Clemente Mastella ed al suo intervento in Aula pronunciato subito dopo la notizia degli arresti domiciliari comminati alla moglie; la mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, presentata in Senato dalla Casa delle Libertà e che potrebbe essere votata anche da qualche senatore di centrosinistra. Non è dato prevedere, allo stato, quale sarà la conclusione del duplice intricato passaggio parlamentare. Quello che però è possibile constatare è l'incredibile sequenza di infortuni che il governo è riuscito a inanellare: i rifiuti che sommergono la Campania; il Papa che rinuncia ad intervenire all'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza; l'immagine dell'Italia all'estero che cola a picco, con importanti giornali stranieri che descrivono un paese in decadenza; i sondaggi che danno il governo in caduta libera e mostrano un'opinione pubblica sempre più incattivita verso la politica. All'orizzonte cominciano, per di più, a delinearsi due problemi di natura diversa ma entrambi di estrema gravità. In primo luogo, una congiuntura economica internazionale in netto peggioramento e che non mancherà di produrre conseguenze sia sul nostro sistema produttivo che sui conti pubblici; la Banca d'Italia, nelle sue previsioni, ha già ridotto l'incremento del Pil per l'anno in corso all'1%, a fronte dell'1,5 su cui puntava il governo. In secondo luogo, si profila un nuovo scontro fra magistratura e politica che non è destinato ad esaurirsi con il "caso Mastella" e si diffonde un clima che ricorda quello degli anni di tangentopoli: "Quando - scrive Battista sul ‘Corriere della Sera' - la piazza si elettrizzava per la politica in manette" e andò a cercare alternative "nelle aule dei tribunali e non con i mezzi messi a disposizione dalla democrazia". Di fronte a questa valanga populista che sta gonfiandosi, e che il rallentamento dell'economia potrebbe alimentare, può il governo Prodi, con la sua sgangherata coalizione, predisporre una efficace linea di resistenza? I fatti dicono di no. E perfino la fortuna, proverbiale alleata del premier, sembra averlo abbandonato. E allora a Prodi, che si presenta in Parlamento per difendere quello che non è più difendibile, rivolgiamo un appello. Al di là del risultato delle votazioni di questi due giorni, sia che il governo vada in minoranza sia che riesca a salvarsi (magari grazie al contributo di qualche senatore a vita), passi la mano prima che sia troppo tardi. Prima che la crisi politica assuma toni drammatici e si trasformi in crisi istituzionale. La sua ostinazione rischia di essere non un atto di coraggio ma un gesto di disperazione. Si imbocchi la via maestra, quella delle urne, o si dia vita ad un governo che possa disporre di una maggioranza larga e convinta su un programma di emergenza realmente condiviso. Prima che sia troppo tardi! Questo è l'ultimo servizio che Romano Prodi può rendere al paese. Roma, 21 gennaio 2008 Il precipizio Uno scontro politico giudiziario che mette il premier in croce Le dimissioni del ministro della Giustizia aprono una nuova pagina nera nella storia di questo governo e nella storia ben più lunga dei rapporti fra politica e magistratura. Per ciò che concerne Prodi e la sua maggioranza vi è l'insidia dell'appoggio esterno da parte di un partito che ha visto il suo leader colpito duramente nella persona e negli affetti. Convinto di aver svolto il suo dovere e di essere vittima di un complotto. Che lascia il suo incarico rivolgendo giudizi durissimi contro la magistratura, di cui pure era il principale interlocutore, essendo incaricato di un progetto di riforma dell'ordinamento. Fatti salvi i benefici del dubbio, non si può escludere, in un contesto tanto terremotato, che questa indagine sia una replica, proveniente della magistratura stessa, a chi si pone il problema di riformarla. E questo sarebbe un aspetto ancora più grave, che concerne una crisi istituzionale latente, mai risolta dall'inizio degli anni ‘90 e che ora esploderebbe. Un'ombra inquietante, viste le sue implicazioni, che si staglia sullo sfondo di tutta la vicenda. E si noti come la solidarietà della maggioranza al ministro dimissionario sia piuttosto labile. Nel dibattito parlamentare sulle informazioni rese dal presidente del Consiglio, la coalizione di governo ha fatto in verità quadrato intorno alla magistratura, attaccata a testa bassa da Mastella. E ciò non si sposa con le dichiarazioni di Prodi, che ha assunto l'interim, nella speranza che i tempi dell'indagine e del processo siano brevi e che dimostrino l'assoluta innocenza del suo ministro. E se non fossero brevi e non la dimostrassero? Chi avrebbe ragione fra Mastella e la magistratura? La scelta di Prodi di assumere l'interim di un ministero così delicato e cruciale, a parte le obiezioni del ministro Di Pietro, ci sembra, se non altro, azzardata. Tanto da far sembrare il tentativo del premier di restare in sella - anche dopo una prova di questa gravità - piuttosto vano. Se vi erano due - o addirittura tre - linee diverse all'interno del governo e della coalizione sulla politica economica, due linee diverse sulla politica estera, ora è evidente che due linee contrapposte si manifestano anche sulla Giustizia. Ma la possibilità di continuare, per il solo timore di presentarsi alle urne come depositari di un fallimento, appare davvero ardua. Riteniamo quindi che il premier dovrebbe assumersi la responsabilità di porre fine al suo travagliato mandato, prendendo atto di una situazione insostenibile. Anche perché (è qui veniamo al punto davvero delicato della questione), dato lo scontro istituzionale irrisolto, se avesse ragione Mastella nel suo "j'accuse" all'organismo giudiziario, servirebbe una coesione eccezionale all'interno del governo per risolvere definitivamente questo problema. Perché si tratterebbe di fronteggiare una magistratura che si muove su criteri autonomi contro la classe politica senza preoccupazione di fare giustizia, se non in modo sommario. E questa separatezza totale della magistratura sarebbe qualcosa di intollerabile per una società democratica e per le sue istituzioni. Roma, 18 gennaio 2008 Situazione gravissima L'ultimo atto dell'agonia di una coalizione sempre più debole Come è evidente, la crisi del paese è di una gravità senza precedenti nella storia repubblicana: se non sarà risolta a breve rischia di coinvolgere tutti i livelli istituzionali, provocando una pericolosa perdita di credibilità dell'intero sistema democratico. E' un contesto traumatico che va dall'emergenza dei rifiuti in Campania, passa per la gaffe nei confronti di un dignitario straniero - che non si è sentito sicuro nello svolgere un intervento nell'università italiana - giunge all'occupazione di caselli ed autostrade da parte dei metalmeccanici in attesa del rinnovo del contratto. Tutti eventi che il governo non ha idea di come poter affrontare. Non fosse stato sufficiente, sono giunte le dimissioni del ministro Guardasigilli, che sono diventate irrevocabili. Episodio che non concerne solo la persona del ministro ma il suo intero partito che, dalle carte dei magistrati - già sui giornali - appare come una specie di organizzazione criminale. E imperando il vecchio vizio della macchina giudiziaria con i suoi intrecci con la stampa, non si dà spazio alle ragioni degli imputati: così siamo di fronte nuovamente allo spettacolo della gogna mediatica che colpisce un intero partito della maggioranza ed il suo leader. Sinceramente non crediamo che sia sufficiente per il premier assumere l'interim del ministero di Giustizia: non solo perché il passo è azzardato, trattandosi di un dicastero fondamentale per il governo, dicastero che merita un esercizio pieno. Ma anche perché Prodi, avendo espresso solidarietà politica e personale al ministro dimissionario, al punto di chiedergli di rinunciare alle dimissioni stesse, ha sostanzialmente condiviso l'attacco durissimo alla magistratura dello stesso Mastella: una magistratura accusata di complotti, intrighi e financo di prendere ostaggi. E se la solidarietà espressa consentirebbe al premier di mantenere comunque il sostegno dei deputati e dei senatori del partito inquisito, apre tuttavia un fronte con l'ala giustizialista del governo, rappresentata dal partito del ministro Di Pietro. Il quale, neanche a dirlo, sta già alzando il tiro, vedendo le difficoltà della sua coalizione. Alcuni opinionisti hanno letto nell'intervento in aula del ministro Mastella la bandiera sotto cui verrebbero arruolati i difensori della casta politica che, senza nemmeno guardare gli incartamenti, attacca a testa bassa chi indaga sul suo conto. Ma non è così, premesso pure che il 90% per cento delle inchieste dei magistrati sui politici si sono dimostrate infondate. I repubblicani hanno espresso la dovuta solidarietà al ministro dimissionario, ma non l'hanno applaudito. E dalla stessa maggioranza, che in prevalenza aveva disertato l'Aula durante l'intervento del Guardasigilli, sono provenuti pochissimi applausi. E' vero invece che altri settori dell'opposizione si sono spellati le mani. Ma vedevano, compiaciuti, quello che appare come l'ultimo manifestarsi dell'agonia di un governo che è durato fin troppo a lungo. Roma, 17 gennaio 2008 Laici e cattolici Dall'Università una nuova ferita che si poteva evitare Comunque la si rigiri, la vicenda che ha portato il pontefice a rinunciare alla sua presenza al-l'Università di Roma appare come una netta sconfitta dello Stato laico e dei principi di libertà e di democrazia ai quali dovrebbe ispirarsi. Non se ne sono accorti i docenti firmatari della lettera di protesta al rettore per l'invito a Ratzinger, non lo capiscono gli studenti che giubilano convinti di aver ottenuto una grande vittoria. Beata e illusa gioventù! Erano liberi, docenti e studenti, di non ascoltare il Pontefice o di esprimere in modo civile il loro dissenso su quanto detto da Benedetto XVI; e gli strumenti per farlo non nancavano di certo. E invece il pensiero del pontefice è diventato oggetto di censura, e lo Stato laico non si è preoccupato, non è stato capace, di garantire la libertà di espressione al dignitario di un altro Stato, oltre che al messaggero universale della spiritualità cristiana. In parole povere: una catastrofe. E' pure comprensibile che un docente o uno studente non abbia piacere di avere il pontefice nella sua aula universitaria, sia essa di fisica o di lingua latina; ma se non è in grado di impedire l'invito alla fonte (ed è evidente che di questo, a ragione o a torto, si tratta) le eventuali contestazioni andavano mosse, all'indomani della visita all'interno degli organismi accademici e senza prevaricazioni di minoranza esigue sul volere della larga maggioranza di professori e studenti. La democrazia liberale, sarà bene ricordarlo, è ispirata - lo ha sottolineato nel suo intervento in aula il segretario del Pri Francesco Nucara - al principio volterriano che garantisce all'avversario fino in fondo, di esprimere il suo pensiero. E invece questo caso si è data l'impressione che ci si sarebbe battuti fino alla morte pur di non vedere parlare il pontefice, a prescindere da quello che il pontefice si riprometteva di dire. Complimenti al governo che, mentre si alzavano i toni della polemica, è riuscito a brillare per la completa assenza. Non ci stupiamo, perché l'elastica maggioranza che lo sostiene comprende docenti che contestano, studenti arrabbiati e papisti ortodossi. E così è intervenuto solo quando si è sentito preso per il collo: a giochi fatti, quando già il Vaticano aveva rinunciato alla visita. A quel punto serve a poco rammaricarsi per l'affronto subito dal papa. Era meglio attivarsi prima per far sapere che la visita era gradita e sarebbe stata garantita nella sua sicurezza. A proposito della quale, già Prodi si era espresso con una infelice battuta, affidandola in toto alle guardie svizzere. Temiamo che quella battuta non sia stata dimenticata nemmeno OltreTevere. E così i rapporti fra laici e cattolici subiscono una nuova ferita di cui proprio non si sentiva il bisogno. Con i laici messi sotto accusa per la loro intolleranza perché non si può impedire al pontefice, o a chiunque altro, di accettare un invito che si è ricevuto. Ne va di mezzo, oltretutto, la buona creanza. Roma, 16 gennaio 2008 Arrampicarsi sugli specchi Con le sole tasse non si esce da una crisi economica profonda Va riconosciuta al ministro Ferrero una certa capacità di arrampicarsi sugli specchi. Egli ha detto che sulla base di quanto è stato fatto, il suo partito, Rifondazione comunista, potrebbe già uscire dal governo oggi; ma in un quadro che il ministro definisce "dinamico", le possibilità politiche sono tali da consentire un affondo sui salari tale da imprimere una svolta all'azione del governo in senso sociale. E visto che le risorse a questo fine non ci sono, (i conti del paese sono senza dubbio migliorati, ma per mantenere l'attuale livello di spese non consentono interventi di sostegno al lavoro e alle famiglie, come ha subito fatto sapere nell'ultimo vertice di maggioranza il ministro dell'Economia Padoa Schioppa), Ferrero impugna il programma dell'Ulivo ed in particolare la tassazione delle rendite finanziarie: la tassazione delle rendite dei da fare ora, non a giugno. Ovviamente Ferrero non distingue se nell'ambito delle rendite finanziarie vi siano anche quelle dei semplici lavoratori piuttosto che degli speculatori di assalto e non distingue perché una distinzione di questo genere non si può fare. Oltre tutto, se fosse possibile escludere dal provvedimento i piccoli risparmiatori, la tassazione dei soli grandi rentiers non sarebbe particolarmente utile, a meno che si decida di spogliarli di tutta la rendita. Cosa che non crediamo possibile: la proprietà privata è ancora una prerogativa costituzionale, grazie al cielo, e non lo diciamo enfaticamente perché con questi chiari di luna, non ci stupiamo più di nulla. Per cui se passasse la linea Ferrero vedremmo una tassazione generalizzata della rendita che potrebbe incidere comunque, e pesantemente, sulle famiglie che percepiscono un salario. Purtroppo per il governo di centrosinistra, il semplice miglioramento dei conti pubblici non è una condizione di ripresa economica sufficiente, considerando il livello della spesa pubblica. Si conferma insomma che l'unica idea che sorregge il governo è quella dell'aumento delle tasse, ora anche sulle rendite; e non c'è nessuna terapia più efficace per deprimere l'economia. Walter Veltroni, che è un ammiratore del presidente John Kennedy sa bene che per rilanciare l'economia il leader statunitense giunto alla Casa Bianca pensò bene di abbassare subito le tasse. L'Italia dovrebbe seguire una ricetta del genere e contemporaneamente intervenire in maniera strutturale, sulla previdenza ad esempio, o come propone anche Dini abolendo le province. Poi servirebbe un monitoraggio degli enti inutili e così via. Il governo Prodi ha proceduto su una strada che è esattamente l'opposto. Il risultato è un impoverimento generale della condizione del paese: se con il governo Berlusconi non si arrivava a fine mese, ora non si arriva a metà, come certifica l'Istat. Non c'è verso che nel governo si rendano conto di questa situazione. Chiedere un'Italia nuova, come pure non rinuncia a fare il partito di Veltroni, in queste condizioni appare molto difficile. Il primo passo sarebbe quello di porre fine all'attuale governo che, nonostante il malcontento generale, i rifiuti e quant'altro, vuole proseguire il suo cammino. Non osiamo pensare fino a che punto si possa andare oltre. Roma, 15 gennaio 2008 L'esempio mancante Senza autorevolezza per chiedere alle Regioni responsabilità Non possiamo stupirci che le Regioni italiane non se la sentano di smaltire i rifiuti della Campania e che l'appello del premier al senso di responsabilità cada nel vuoto. La ragione di questo fatto è molto semplice e dipende dal fatto che, per chiedere responsabilità, occorre a propria volta poter fornire esempi di responsabilità. Non se ne abbia a male il professor Prodi se la nostra impressione è che egli invece ne difetti. Innanzitutto perché mantiene tuttora al suo posto il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, indicato anche da qualificati esponenti della stessa maggioranza come uno dei principali responsabili del disastro in Campania. Di Pecoraro Scanio è l'opposizione ai termovalorizzatori, senza avanzare una proposta alternativa, se non quella, all'ultimo momento e quasi in maniera grottesca, della raccolta differenziata dei rifiuti da affidare a quarantamila addetti ai lavori. Come a New York. Ammesso che tale ipotesi sia sufficiente, occorreva realizzarla immediatamente, il giorno stesso che era stato detto "no" alla costruzione degli impianti per smaltire i rifiuti. Ciononostante, Prodi ha pensato bene di difenderlo e chiesto anche ai colleghi che l'hanno messo sotto accusa, ad esempio Di Pietro, di fare quadrato. Non diverso è stato il comportamento del governo nei confronti del presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino. Bassolino non è un presidente qualunque. Anche se può ormai vantare una esperienza oramai pluridecennale che avrebbe dovuto garantirgli una perfetta conoscenza della macchina amministrativa, è innanzi tutto un leader politico: convinto, vent'anni fa, che una volta cacciata la Democrazia Cristiana dal potere, in Campania sarebbero stati sconfitti la camorra, il malaffare e quant'altro. Ora, dopo quindici anni di giunte legate a Bassolino e al suo partito, è evidente che la Democrazia Cristiana governava meglio. Ed appare incredibile che nemmeno un disastro di queste proporzioni scuota il governatore asserragliato nella difesa della sua posizione. Prodi lo sostiene, visto che il governo si è preoccupato di evitare la nomina di un responsabile che potesse apparire come un commissariamento di Bassolino. Infine lo stesso presidente del Consiglio ha qualche responsabilità, visto che il sindaco di Napoli ha denunciato di avergli illustrato le condizioni di disagio ed il loro inevitabile aggravamento da almeno un anno, senza avere nessun conforto da parte del premier. Come pretendere, a fronte di una situazione di irresponsabilità così diffusa, che proprio le Regioni italiane che smaltiscono i rifiuti e fanno del loro meglio per supportare le esigenze di vita dei loro corregionali, debbano essere responsabili verso la Campania? E può essere proprio Prodi a pretenderlo? L'esemplarità in politica è fondamentale per costruire una sensibilità civica ed un rispetto per le istituzioni. Disgraziatamente, dal governo non vediamo nessun esempio utile in merito, tutt'altro. E abbiamo ragione di temere che in queste condizioni la situazione possa solo peggiorare. Roma, 14 gennaio 2008 In 40 al vertice Come salvare il governo di centrosinistra e affondare il Paese Abbiamo davvero impiegato qualche minuto di troppo per riuscire a riepilogare e a catalogare la lunga pletora dei presenti al vertice di maggioranza presieduto da Romano Prodi. Un vertice di quaranta persone fra segretari di partito e ministri di governo e non sappiamo che altro, sembrerebbe più un'assemblea, o un soviet, più che una sede decisionale. Lo stesso Veltroni, da tempo assente a questi vertici, si è lasciato andare ad un commento ironico sul numero dei partecipanti. Eppure una decisione importante è stata presa ed accettata: salvare ad ogni costo questo governo e tutti i suoi sottopancia. Salvarli è la parola esatta, perché i sommovimenti di folla nel napoletano non sono certo di buon auspicio per l'inizio dell'anno. E' vero che i moti spontanei di massa in quella regione sono rivolti più che altro contro i poteri locali e forse lambiscono appena le responsabilità del governo, ma non vanno comunque sottovalutati, soprattutto se si accertassero responsabilità del degrado anche fra gli esponenti più illustri della maggioranza. Notiamo oltre tutto che dal vertice è emersa una indicazione per la tassazione delle rendite finanziarie, e proprio questa potrebbe essere la fantomatica goccia che fa traboccare il vaso. Anche perché l'assenza di risorse per il recupero fiscale, testimoniata dal ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa, pone un freno ad ogni richiesta di ridistribuzione fiscale e fa apparire il promesso aumento salariale come un miraggio utile a chetare i compagni lavoratori. Per il resto ci si è accorti - ed in modo anche evidente - che se fra quaranta persone sedute al tavolone del centrosinistra una almeno appare come indesiderata: manco a dirlo è il leader del partito democratico Veltroni. E' lui che è stato subito accusato di essere la causa di una tale moltiplicazione delle forze del centrosinistra, è lui che è assediato dai partiti minori sulla legge elettorale, ed è infine lui e il suo dialogo sulle riforme a far si che il premier abbia il fumo negli occhi. Tanto che si è perfino tornato a parlare di riforma della Rai e di conflitto di interessi. L'impressione è che Veltroni ed il premier siano ormai su binari molto distanti fra loro e con direzioni di marcia opposte. Come da una situazione di questo genere possa mai venire fuori una convincente elaborazione politica, non è dato saperlo. E riteniamo che tantomeno possa saperlo il senatore Dini, il quale più volte e giustamente ha detto piuttosto che se bisogna andare avanti così tanto vale staccare la spina. Il nostro consiglio però è di non aspettare, ma di farlo alla prima occasione utile. Perché nessuno può pensare che da una tale babele di linguaggi possa provenire un messaggio chiaro e costruttivo per il paese. E tantomeno assicurare al senatore Dini le risposte in merito alle questioni da lui sollevate. Per cui se il senatore Dini sarà conseguente - e noi siamo certi che lo sarà - la vita di questa maggioranza è segnata. E vederle passare la mano può essere l'unica speranza per il paese. Roma, 11 gennaio 2008 C'era solo Vannino Chiti La scandalosa assenza dei veri responsabili della crisi partenopea L'ennesima prova di inadeguatezza del governo Prodi sull'emergenza rifiuti in Campania è stata offerta dal fatto che, durante l'informativa urgente di mercoledì, fosse in Aula, quale rappresentante dell'esecutivo, il solo ministro dei Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti. Il quale - ci dispiace molto per la sua stimata persona - ha dovuto rispondere su questioni di cui pure non ha né competenza, né responsabilità. Invece, di fronte ad uno spettacolo tragico ed avvilente per il nostro Paese - trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo - sarebbe stato doveroso ascoltare il presidente del Consiglio, messo sotto accusa dallo stesso sindaco di Napoli per aver lasciato precipitare la situazione. Essendo egli assente dall'Aula, si sono ascoltate battute salaci ("Dov'è Prodi, sulla neve?") che certo non rafforzano la rispettabilità della nostra classe dirigente, già abbastanza compromessa senza aver bisogno dell'aggiunta di frizzi e lazzi. Oppure, in assenza del presidente del Consiglio, si sarebbe potuto presentare il ministro degli Interni, al quale erano stati offerti pieni poteri nella Regione: poteri che ha cortesemente, quanto celermente, rifiutato. E ancora avremmo voluto vedere il ministro dell'Ambiente, il quale, checché egli ne dica in interviste affannose, ha la piena responsabilità sui rifiuti. E in particolare ne ha in Campania - regione da cui proviene e in cui è eletto da molti anni - sia come ministro, sia come segretario di un partito che fa dell'impegno ecologico la sua principale bandiera. Purtroppo per i cittadini della Campania, l'ecologismo di Pecoraro Scanio risiede unicamente nel porre veti ad ogni forma di tecnologia atta a risolvere problemi quali quelli che si sono creati. E ne abbiamo avuto una conferma dall'intervento dell'esponente dei verdi in Aula, che ha accusato della crisi dei rifiuti le amministrazioni comunali, così come quei cittadini colpevoli di non attuare la raccolta differenziata. Evitando così ogni riferimento al fatto che i soldi per costruire i termovalorizzatori sono stati sperperati. E che non sono stati costruiti, proprio come vuole il ministro dell'Ambiente. E' vero che egli non è l'unico nel sostenere una scelta tanto dissennata e che le responsabilità sono estendibili anche al precdente governo; e di sicuro sono rintracciabili ancora più indietro. Ma resta il fatto che questo governo e questo ministro dell'Ambiente si sono tappati occhi ed orecchie su quello che stava consumandosi in modo sempre più allarmante; così come i cittadini campani sono costretti a tapparsi il naso per non sentire il tanfo delle immondizie accumulate. Un governo serio, determinato a fronteggiare una volta per tutte la crisi e coeso al suo interno, si sarebbe presentato all'Aula con uno di questi rappresentanti per illustrare le strategie atte a superare l'emergenza. Ma questo non è un governo serio. Un governo responsabile avrebbe per lo meno offerto la testa di chi ha pure il peso maggiore delle colpe per quanto si è verificato in questi due anni: il ministro dell'Ambiente. Ma questo non è un governo responsabile. Per questo attueremo tutte le iniziative opportune nelle sedi istituzionali per far sì che quelle dimissioni che erano indispensabili ieri, si possano almeno ottenere domani. Roma, 10 gennaio 2008 Il ritorno di De Gennaro Un governo allo sbando che ormai non sa più a che santo votarsi Il presidente del Consiglio dei Ministri non ha preso la prima e principale decisione che avrebbe dovuto assumere: quella di chiedere e ottenere le dimissioni immediate di Pecoraro Scanio da Ministro dell'Ambiente. Sarebbe stato, questo sì, il segno di una svolta vera nella gestione dei rifiuti in Campania. E avrebbe assunto un altro significato anche la nomina dell'ex capo della polizia Giovanni De Gennaro a Commissario per i rifiuti in Campania, che invece è maturata sulla base di un impasse interno alla maggioranza di governo. Il presidente del Consiglio avrebbe voluto affidare la responsabilità dell'emergenza al ministro Amato, il quale non ha avuto un solo attimo di esitazione nel rifiutare la generosa proposta. Allora si è pensato ad un vice di Amato, Minnitti: uomo di partito la cui scelta, di conseguenza, poteva apparire come un provvedimento punitivo nei confronti del presidente della Regione Bassolino. Perché la questione dei rifiuti in Campania a Palazzo Chigi si legge con il metro dei possibili problemi che si possono creare nel partito democratico, a cui appartengono tutti gli esponenti politici citati. Fuorché appunto De Gennaro. E' successo così che dopo averlo defenestrato a causa del G8, il centrosinistra lo richiama in servizio in fretta e furia per affrontare una situazione ben più grave. Tanto che ad applaudire la nomina dell'ex capo della polizia è più l'opposizione che la maggioranza, almeno fino a quando quest'ultima ha compreso che non si poteva dare la zappa sui piedi da sola, pure su questa vicenda. Evidentemente un governo allo sbando che non sa più a che santo votarsi, e che non rinuncia a commisurare i problemi di una città e di una regione sulla base degli equilibri interni alla coalizione. Ha ragione allora chi come Pierluigi Battista sul "Corriere" considera la crisi dei rifiuti in Campania come la conclusione di una stagione politica, perché il partito dominante nella regione in questi ultimi quindici anni - e che ha potuto godere dell'appoggio di otto anni di governi di centrosinistra - si dimostra omogeneo al sistema di potere napoletano che Francesco Rosi descriveva nel suo indimenticato "Le mani sulla città". Forse oggi è anche peggio di allora. L'appena nato partito democratico faccia bene i conti: in Campania rischia già di avere ereditato incrostazioni e malattie che impediscono uno slancio futuro. Quanto alla scelta di De Gennaro, che è avvenuta nelle condizioni peggiori ma che ha riguardato comunque un uomo di qualità, essa dà l'idea che fondamentalmente il governo consideri il problema dei rifiuti come un problema di ordine pubblico. Ha ragione in proposito l'onorevole Boselli. Ed effettivamente esiste un problema di ordine pubblico da fronteggiare. Ma ve ne è uno, enorme e di lungo periodo, che è di ordine ambientale. Il principale responsabile di questo problema, il ministro Pecoraro Scanio, che costrinse alle dimissioni il commissario straordinario Bertolaso, non può rimanere al suo posto. E c'è infine un altro problema, di ordine clientelare e amministrativo, che riguarda il modo in cui sono stati sperperati i fondi destinati ad eliminare i rifiuti. Purtroppo è vero quello che dice Berlusconi in un'intervista al quotidiano di via Solferino e cioè che se ci fossero stati amministratori di Forza Italia invece che di centrosinistra in Campania, sarebbero già in carcere. Questi invece stanno ancora al loro posto e continuano a non dimettersi. Roma, 9 gennaio 2008 Nella pattumiera Smaltire i rifiuti ma anche le presunzioni di una certa sinistra Insieme con i rifiuti di Napoli finiscono nella pattumiera le ultime presunzioni di certa sinistra italiana. Nella pattumiera della storia, giudice implacabile che in questi giorni sta pronunciando la sua sentenza definitiva. Eravamo cresciuti nel mito delle amministrazioni di sinistra. Efficienti, puntuali, rigorose. Per decenni il modello emiliano, o quello toscano, erano stati sbandierati come il prodotto non di una evoluzione locale (che peraltro da qualche tempo mostra le sue crepe) ma di una impostazione politico-ideologica; come il risultato di un modo di governare sconosciuto alle altre forze politiche, nella prima come nella seconda Repubblica. E ora, come la mettiamo? Dove sono, a Napoli e dintorni, l'efficienza, la puntualità, il rigore? E non solo sul tema drammatico dello smaltimento dei rifiuti. Qualcuno, per esempio, dovrà pur spiegare quanto è costata e a che cosa è servita la società che avrebbe dovuto individuare a Bagnoli la destinazione delle aree dismesse dall'Italsider. E che sono ancora lì, in attesa di un'idea che continua a latitare. Ci avevano spiegato, sulle orme di Enrico Berlinguer, che la sinistra era "diversa". Forse. Nel senso che era peggiore. Quello che succede oggi non si era mai visto in passato, nella Napoli di Gava o di Cirino Pomicino. E neppure - duole doverlo dire - nella Napoli di Achille Lauro. E' un altro mito che affonda, con le frottole raccontate da un abile segretario di partito che - vedendo naufragare la barca su cui avevano navigato le sue truppe le aveva trasferite dal rigore dell'ideologia a quello della moralità. E anche questa cambiale, scaduta da tempo, va oggi in protesto. E infine ci era stato raccontato, da eminenti uomini politici che da tempo gravitano intorno al governatore della Campania - e di cui sono ascoltati consiglieri - che la camorra era organica al potere della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati di governo. Che sarebbe bastato rimuovere quell'assetto politico per eliminare la delinquenza organizzata. Sono quindici anni, a Napoli, che quell'assetto politico non esiste più. Ma la camorra continua a proliferare, l'ordine pubblico è diventato la prima emergenza, nella città partenopea come in buona parte della Campania. Quindi, delle due l'una: o la sinistra al governo è organica alla delinquenza organizzata; o questa vive di vita autonoma e realizza quando è necessario i suoi compromessi con i potenti di turno. E quindi la tesi su cui si fondava la "diversità morale" di certa sinistra in Campania era clamorosamente sbagliata. Di fronte ai disastri compiuti a Napoli - la terza città italiana, non dimentichiamolo - è venuto il momento, per l'intera sinistra e non solo per quella partenopea, di ritornare con i piedi per terra. Non sono più efficienti degli altri, non sono diversi dagli altri. Non può esserci un pregiudizio etico-politico in loro favore. Sono, talora, peggiori. E non basta - per salvarsi l'anima - chiedere oggi, come fa il sontuoso Scalfari, le dimissioni di Antonio Bassolino, dopo averne magnificato l'opera ed avere intonato i peana alle "magnifiche sorti e progressive" della città partenopea da lui guidata. Dopo avere inneggiato, inventandolo di sana pianta, al nuovo rinascimento napoletano. E fino a quando non tornerà a poggiare i piedi per terra, con questa sinistra tronfia e presuntuosa, con i suoi dirigenti, con i suoi giornali faziosi e i suoi giornalisti di regime, con i suoi mediocri intellettuali, neppure val la pena di misurarsi sul terreno della dialettica politica. Non resta che dirgli - visto che si parla in primo luogo di Napoli - le parole del grande Antonio De Curtis, meglio conosciuto come Totò: "Ma mi faccia il piacere...". Roma, 8 gennaio 2008 Crisi gravissima Da Lamberto Dini un'iniziativa politica utile per il Paese L'Italia ha iniziato il nuovo anno nelle condizioni peggiori. Con una situazione drammatica a Napoli e in Campania che non trova precedenti nelle altre nazioni occidentali e che discredita l'immagine del nostro paese, oltre che penalizzare le condizioni di vita di tanti nostri connazionali. Ma vi è anche una situazione inflazionistica particolarmente esposta. Al rincaro dei combustibili dovuto all'aumento del prezzo del petrolio, si aggiunge quello dei generi di prima necessità, come il pane. I mercati infatti si sono aperti, la competizione è diventata molto più incalzante e molti nostri prodotti, per reggere, dovrebbero ricorrere a tecnologie ogm: ma la cosa, come sappiamo, è dibattuta e ostacolata. In questo modo il pane costerà come le brioche: ma sappiamo da esempi storici che questo non è un buon segno. L'unica iniziativa politica che appare preoccupata dall'esigenza di rilanciare la vita nazionale è quella che il leader dei liberaldemocratici, Lamberto Dini, ha esposto con un articolo sul "Corriere della Sera". Dini ha rivolto al governo una serie di richieste che indicano un percorso che occorrerà intraprendere al più presto se si vuole arrestare la minaccia di un declino che oggi appare sempre più tangibile. Le richieste sono per larga parte da noi condivisibili, quando non sono addirittura - come nel caso della necessità di abolire le province - temi classici dell'impostazione repubblicana. Su altre occorre discutere e qualche altra proposta andrebbe inserita per facilitare la modernizzazione del paese. Ma la domanda che ci poniamo, e che poniamo al senatore Dini, è un'altra. Può l'attuale governo, un governo nel quale - come ha scritto egli stesso - "chi è incaricato di alte funzioni politiche" è ciò nonostante capace di "perdere la precisa cognizione della realtà", essere in grado di compiere i passi necessari per risalire la china? Sinceramente, alla luce di quanto visto anche in questi ultimi giorni, ne dubitiamo. E se avessimo ragione, se il programma comunque di buon senso indicato da Dini fosse disatteso nella maggioranza si sostiene infatti che il programma di governo c'è già e che Dini sostanzialmente deve tacere ed obbedire cosa intende fare l'ex premier? Abbiamo tutta l'intenzione di vedere le sue carte e di iniziare un percorso finalizzato a superare l'attuale quadro politico che, nella nostra valutazione, ha dimostrato ampiamente di non avere né le energie, né le risorse per uscire da questa situazione. Ma il senatore Dini è pronto a trarre tutte le conseguenze necessarie dalla sua iniziativa politica? Roma, 7 gennaio 2008 La proposta Franceschini Come polverizzare il centrosinistra in un colpo solo La proposta del vicesegretario del Partito democratico Fran-ceschini in materia di riforma elettorale - il semipresidenzialismo alla francese - ha spazzato via, in un colpo solo, tutto il lavoro certosino di questi mesi per trovare una soluzione concordata. Di più. Ha tolto il coperchio che finora nascondeva tutti i contrasti dai quali è dilaniato in primo il luogo il centrosinistra, ma in seconda battuta anche lo stesso Partito democratico al suo interno. Come ha detto il segretario del Pri Francesco Nucara in una dichiarazione diffusa nella serata di giovedì scorso, "è stato polverizzato il centrosinistra", orientato com'era nella sua grande maggioranza per il proporzionale alla tedesca. E di conseguenza è stato anche reso più improbabile il dialogo fra maggioranza ed opposizione, visto che lo stesso Partito democratico, latore di una proposta, ora ne rilancia un'altra. Non è però detto che da questa situazione caotica ne derivi un male, né che i repubblicani se ne dolgano, come pure scrive in proposito la cronaca politica dell'"Unità". Premesso che per noi la legge elettorale non è la panacea di tutti i mali, non lo è mai stata e mai lo sarà, e che il nostro partito è sopravvissuto in anni in cui in Italia non c'era la democrazia ed è nato molto prima della stessa Repubblica (per cui possiamo preoccuparci solo fino a un certo punto dei meccanismi che saranno adottati), ci limitiamo a notare che il semipresidenzialismo alla francese è un sistema occidentale come gli altri, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Un difetto è congenito al sistema stesso, e consiste nella possibile condivisione dei poteri fra parti politiche contrapposte, che spesso ha segnato e limitato l'azione di governo in Francia. Ma un secondo difetto riguarda i tempi necessari per adottarlo: sarebbero necessarie significative modifiche alla nostra Costituzione. E, con il referendum alle porte, non osiamo nemmeno immaginare come sia possibile un accordo in tal senso. Dobbiamo dedurne quindi che il serafico Franceschini ha fatto una proposta di rottura, rivolta nei confronti del suo stesso schieramento, che non a caso ha reagito con virulenza. Quanto all'opposizione, può tranquillamente aspettare l'interruzione della legislatura, nella consapevolezza che se si va a votare si vince a mani basse; e il dialogo può essere ripreso semmai da una posizione di forza, all'indomani delle elezioni. E' la maggioranza, insomma, sempre più isolata nel paese - non aiutano di certo nemmeno le effigi della Iervolino e di Bassolino impiccate a Napoli ad aver bisogno del dialogo per non venire travolta dal malcontento popolare. E se il dialogo si interrompe e il Partito democratico compie uno strappo, ecco che la crisi di governo si avvicina come un'ombra inquietante. Ci dispiace per Prodi, D'Alema e quant'altri, ma questa ci pare proprio la prospettiva aperta con la proposta Franceschini - dal vertice del Pd; il quale, come abbiamo avuto modo di dire altre volte, non ha voglia e non si può permettere di subire ancora a lungo il fiato del governo sul collo. Roma, 4 gennaio 2008 La 194 è un'ottima legge Una conquista dello Stato laico a cui non intendiamo rinunciare Nelle ultime ore si è creato un clima intorno alla legge 194 che non ci piace affatto. Innanzitutto teniamo a sottolineare che la 194 è stata ed è tutt'ora un'ottima legge, capace di contrastare la piaga dell'aborto clandestino salvaguardando il diritto di scelta delle donne. Una legge oltretutto a difesa delle fasce sociali più povere, che non hanno a disposizione mezzi finanziari tali da poter interrompere la gravidanza in cliniche di lusso oltre confine. Siamo poi contrari alla discussione "etica" sulla 194, perché non riteniamo che serva. Non è abolendo la 194 che si abolisce l'aborto. Si abolirebbero invece le condizioni di maggiore sicurezza che sono state garantite alle donne in questi anni. Se poi si ritiene di rivederla sotto un profilo scientifico, tecnico e terapeutico, non abbiamo niente in contrario. Ci si spieghi solo quali siano i punti in questione della legge da sottoporre a revisione e saremo ben lieti di partecipare al dibattito. Se qualcuno però crede, attraverso una revisione scientifica, di poter vagliare eticamente la legge, si sbaglia di grosso. La 194 è una conquista dello Stato laico a cui non intendiamo rinunciare per non fare tornare indietro il paese di trent'anni. E non ci interessano minimamente le sottili digressioni sulla differenza fra la vita "in potenza" e la vita "in atto", che pure hanno impegnato a lungo in passato eruditi e dotti editorialisti. Non siamo dei filosofi. A noi basta che alle donne sia garantita la possibilità di scelta per ciò che concerne la maternità: e questa scelta deve essere libera e va rispettata. Nessuna polemica con la Chiesa, che ha una assoluta vocazione antiabortista. L'importante è che oltre Tevere si ricordino di rispettare le leggi della Repubblica italiana. Come si dice: libera chiesa in libero Stato. Il problema, al dunque, è uno solo e di natura politica. Lo ha posto la senatrice Binetti che vorrebbe una maggioranza trasversale per modificare la legge 194. In democrazia, certamente, ognuno può volere ciò che più ritiene conforme alla sua visione del mondo. In questo caso però vediamo qualche difficoltà, perché se questa maggioranza trasversale si sentisse portatrice di valori cosiddetti etici, contrastati da una minoranza altrettanto trasversale, eccoci di fronte ad un conflitto deflagrante che scuoterebbe dalle fondamenta il nostro Paese, oltre che, come ovvio, lo stesso governo Prodi. Noi non tendiamo a prendere molto sul serio i fieri propositi della senatrice Binetti, ma se davvero si dovesse realizzare una maggioranza come quella da lei auspicata - cioè una maggioranza che si riconosce nei valori della Chiesa e non in quelli dello Stato laico - ecco che gli attuali schieramenti verrebbero devastati come da un tifone conradiano. E un governo debole come l'attuale sarebbe il primo ad andare alla deriva, per usare un termine in tema. Abbiamo poi visto una proposta di moratoria internazionale contro l'aborto. Per quel che servono, le moratorie internazionali, a risolvere i problemi concreti, facciano pure anche questa proposta. Roma, 3 gennaio 2008 La sfiducia degli italiani Il Paese va declinando, il 2008 si apre in salita di Italico Santoro Malgrado il comprensibile ottimismo di Romano Prodi, per il nuovo anno il cammino dell'Italia si presenta in salita. Nelle ultime settimane del 2007 le cattive notizie si sono, per così dire, sovrapposte l'una all'altra. Il rapporto annuale del Censis ha parlato di "paese-poltiglia". Tre prestigiosi quotidiani anglosassoni - due americani, il "New York Times" e il "Wall Street Journal", uno inglese, il "Times" - hanno descritto un'Italia in piena crisi. "I giorni di gloria sono finiti, ha scritto il "Times", l'Italia è di fronte a un futuro di vecchiaia e povertà". E se anche queste analisi non dovessero essere fondate, sarebbero quanto meno il sintomo di un preoccupante isolamento internazionale. Poi sono giunti i dati Eurostat. A colpire più di tutti è stato il "sorpasso" spagnolo, che peraltro Prodi contesta: dopo un lungo inseguimento, nel 2006 i cugini iberici ci avrebbero superato per reddito pro-capite e perfino la Grecia comincerebbe ad insidiare le nostre posizioni. Ma dovrebbe preoccupare ben di più il crescente divario che ci separa dagli altri grandi paesi dell'Unione Europea. Fatta cento la media Ue, il nostro indice è pari a 103, lontanissimo da quello di Francia (111) e Germania (114), per non parlare della Gran Bretagna (118). E pensare che ancora a metà degli anni ottanta era aperto il dibattito, tra noi e gli inglesi, su chi occupasse il quinto posto nella graduatoria dei maggiori paesi industrializzati! Questo scenario già di per sé poco allegro è stato completato dai dati di Renato Mannheimer, pubblicati sul "Corriere della Sera" del 23 dicembre, che denunciano lo scollamento drammatico esistente tra cittadini e governo: in dicembre solo il 25,3 per cento degli italiani ha espresso un giudizio positivo nei confronti dell'esecutivo, sedici punti e mezzo in meno rispetto al già non esaltante dato di inizio anno (41,8). Un paese sfiduciato, insomma. O, come ha scritto Galli della Loggia in un suo recente "Calendario", un paese nel quale "come un cappio l'immobilità ci stringe la gola...non ci fa più pensare e fare nulla di nuovo, nulla d'importante". Certo, sarebbe ingiusto, addirittura puerile, attribuire al governo Prodi tutte le responsabilità di questa situazione. Alcuni problemi - dal debito pubblico al rifiuto del nucleare e alla conseguente dipendenza energetica - risalgono addirittura alla cosiddetta prima repubblica. Ma sono ormai quindici anni che l'Italia sembra avere smarrito la bussola, con le corporazioni intente a dividersi la residua ricchezza nazionale, la magistratura che sconfina sempre più nel campo dell'azione politica, alcuni partiti che teorizzano la de-crescita come valore positivo e frenano lo sviluppo del paese. E con una società sempre più rassegnata e in calo demografico. Il punto è che a tutto questo il governo Prodi non solo non ha cercato di porre rimedio, è addirittura andato in direzione opposta a quella che avrebbe dovuto percorrere. Invece di risanare i conti tagliando la spesa pubblica e riducendo la pressione fiscale, ha aumentato l'una e l'altra: una miscela esplosiva per un paese che avrebbe dovuto imboccare, di nuovo e con urgenza, il cammino della crescita. La permanenza nella maggioranza della sinistra radicale - dai Verdi alle varie forme di comunismo, rivisitato o meno - si è rivelata incompatibile con le residue speranze di rinascita dell'Italia. E' perciò che di questo governo e di questa maggioranza bisogna liberarsi al più presto. O inaugurando - con un nuovo equilibrio politico fondato sulla collaborazione tra i due maggiori partiti, Forza Italia e il Partito democratico, - una vera stagione di riforme; o mediante nuove elezioni, che tra l'altro il paese sollecita. Rimanere nel pantano rappresentato da questo governo non giova a nessuno: né al neonato Pd e al suo segretario, né alla stessa sinistra radicale che solo all'opposizione può ritrovare un suo ruolo. E tanto meno al paese, che sprofonda verso un declino di cui non si intravede la fine. Roma, 2 gennaio 2008 Pri, bilancio di un anno Il Congresso nazionale, la Convention milanese, la visita in Israele di Francesco Nucara Durante tutte le ultime Feste abbiamo dato gli auguri di fine anno tracciando un bilancio delle iniziative politiche e delle attività ad esse connesse. Non vi è dubbio che quest'anno l'evento principale, che ha assorbito tante energie, sia stato il Congresso nazionale. Un Congresso che si è chiuso con una mozione votata all'unanimità dagli aventi diritto al voto. C'è stato chi ha più volte reputato di poter affermare che l'unanimità era solo apparente, perché frutto di accondiscendenza, causa "troppa generosità" nei confronti del PRI. Anche io credo che il Congresso non sia stato unanime nell'approvazione finale, ma ciò per motivi diversi da quelli accampati da qualche voce ascoltata nel recente Congresso regionale del Lazio. I motivi per cui reputo che l'unanimità possa non esistere non discendono da ragionamenti più o meno veritieri, bensì da uno statuto più che obsoleto, il quale non consente alla minoranza del PRI di essere rappresentata negli organismi dirigenti. Uno statuto vigente dal 1989, che non dovrebbe avere più ragione di sussistere. Un partito che si dichiara ed è proporzionalista non consentiva a delegati che pur possedevano il 10% dei voti congressuali di essere rappresentati. Ecco il motivo della delega del Congresso per le riforme statutarie, che erano quindi ben lungi dall' "impossessarsi" del PRI. Tutt'altro. Infatti l'ingresso in Consiglio Nazionale degli amici che avevano fatto capo a "Riscossa" non era il preludio ad un voto favorevole alle tesi politiche della Segreteria, trattandosi di amici le cui coscienze non sono acquistabili. E così sarà per altre minoranze. Questi correttivi fanno parte di quella "rivoluzione" annunciata in un fondo de "La Voce Repubblicana" del giugno 2006. Un altro evento, pur non importante come un Congresso, ma altrettanto significativo per il rilancio del PRI, è stato la celebrazione della Conferenza sulla Liberal-Democrazia. Nessuno ce ne voglia, ma è stato il modo migliore per dare seguito ai deliberati congressuali. Un successo che tutte le forze politiche ci hanno invidiato e che ha costituito la premessa per allacciare rapporti, per il futuro probabilmente molto importanti: il patto federativo con il PLI, gli incontri con Lamberto Dini, le riunioni con forze liberali variamente classificate. Tutto questo lavorio dovrebbe riportarci all'attenzione della politica nazionale, se sapremo essere coesi sul progetto che il Congresso ha indicato. Se qualche Penelope volesse ostacolare la tessitura di questa tela, sarebbe meglio per tutti isolarla. Se sussistono dei dubbi, è meglio chiarirli subito. Non si può camminare con il freno a mano tirato. Infine, per chiudere l'anno politico, il viaggio ufficiale in Israele con la delegazione guidata dal Segretario Nazionale e i contatti politici avuti a New York. Con il Vice-capo di Kadima (il partito di Olmert, capo del Governo di Israele) è possibile che inizi una collaborazione corroborata da uno scambio di esperienze, soprattutto tra giovani. Su questo argomento senz'altro ritorneremo. Per quanto riguarda gli incontri a New York, che per certi aspetti sono il seguito di quelli avuti in Israele, pur considerandoli significativi, dobbiamo ammettere che forse è ancora troppo presto per poterne definire contenuti più concreti. Sono stati dunque questi gli eventi politici più significativi di quest'anno, che spero abbiano coinvolto tutti i repubblicani, ai quali "tutti" rivolgo i miei calorosi auguri di Buon Anno. Roma, 28 dicembre 2007 Dopo le dichiarazioni di Dini Governo in angolo: le dimissioni atto di responsabilità politica Bisogna dare atto al senatore Lamberto Dini di essersi comportato con grande correttezza. Dopo aver votato, per senso di responsabilità, una legge finanziaria messa a punto dalla maggioranza di cui fa parte ma della quale non condivideva molti e qualificanti aspetti, ha tratto ora a bocce ferme - le conseguenze politiche. Il governo Prodi è questo il messaggio dell'ex premier non solo ha esaurito la sua funzione; rappresenta ormai un danno per il paese, sottoposto com'è alle pressioni e al condizionamento della sinistra comunista e radicale. Serve quindi una svolta, servono un'altra maggioranza e un altro esecutivo. Le dichiarazioni del senatore Dini giungono nello stesso giorno in cui fonti ufficiose (ma non per questo meno significative) del Fondo Monetario Internazionale giudicano la manovra del governo sul welfare "poco coraggiosa" rispetto all'esigenza di risanamento dei conti pubblici. Una bocciatura che si somma a quella appena formulata dall'opinione pubblica interna, che solo in misura ridottissima un italiano su quattro esprime un giudizio favorevole nei confronti dell'esecutivo guidato da Romano Prodi. Con una perdita di ben quindici punti rispetto all'inizio del 2007, quando peraltro le valutazioni positive erano già fortemente minoritarie (poco più del quarantuno per cento). Bisogna poi aggiungere che se la manovra finanziaria è poco coraggiosa rispetto alle esigenze di risanamento dei conti, è drammaticamente sbagliata nei confronti di una politica di sviluppo come quella di cui il paese avrebbe bisogno. "L'imprevisto aumento di entrate fiscali….. ha scritto Michele Salvati sull'inserto economico del "Corriere della Sera" è stato usato …per una miriade di aumenti di spesa e per poche riduzioni selettive di imposte"; con la conseguenza di "un ulteriore aumento della spesa pubblica e una pressione fiscale che quasi è tornata ai massimi del ‘97". Il contrario, insomma, di quello che sarebbe necessario per imprimere una spinta al sistema produttivo e favorirne la crescita. D'altro canto queste politiche erano insite nel Dna dell'Unione. La miscela esplosiva tra assistenzialismo mastelliano (e non solo) per un verso e spinta egualitaristica e demagogica della sinistra radicale per altro verso non poteva che portare a queste conseguenze. Ora il governo è in un angolo. In Senato la maggioranza politica e probabilmente anche quella numerica non esistono più. Nel paese l'insofferenza verso Prodi e il suo esecutivo, come si è detto, hanno raggiunto livelli insostenibili. La sopravvivenza di questa maggioranza prima che improbabile è diventata pericolosa. L'esperienza dell'Unione è decotta e decotto è il governo in cui essa si è espressa. Per ora non resta che staccare la spina, a prescindere anche dal dibattito sulle soluzioni alternative. Ogni giorno di sopravvivenza di questo governo è un lusso che il paese non può consentirsi. E non prenderne atto sarebbe solo una dimostrazione di scarso senso di responsabilità politica. Roma, 27 dicembre 2007 Durare ad ogni costo La permanenza del governo e i rischi che corre il Paese Immaginiamo in queste ore la soddisfazione del portavoce della presidenza del Consiglio, Silvio Sircana, nel preparare i panettoni natalizi da imbustare con l'allegro bigliettino: "e due!". E, visto che siamo a stretto giro festivo e ci sentiamo buoni, dobbiamo prendere atto della capacità di Prodi di essere rimasto in sella anche in occasioni così travagliate, evitando una caduta clamorosa e cruenta. Si tratta di una dimostrazione di una certa navigata esperienza e capacità che merita il nostro, e non solo, riconoscimento. E quindi le spallate non si sono rivelate tali e semmai hanno rafforzato la tempra del presidente del Consiglio e del resto questo lo diciamo da ottobre dell'anno scorso. Poi ci sono però le dolenti note: nell'ultimo voto in Senato, la maggioranza non c'è più. Lo dicono le posizioni espresse da Fisichella e da Dini, i malumori della sinistra, coperti solo dal voto di fiducia e dal sostegno militante al governo dei senatori a vita. E questa prassi della fiducia non è apprezzata dal Capo dello Stato che dall'alto della sua sensibilità istituzionale non può fare a meno di sottolineare come la strozzatura del dibattito comporti la mortificazione del Parlamento. Può essere che il timore di una crisi al buio o la deriva delle elezioni anticipate costringano il Paese a continuare in una situazione tanto anomala e deleteria. Così come può essere che il dialogo fra Berlusconi e Veltroni offra una cintura di salvataggio ai disperati costretti a stare aggrappati al governo per non venire inghiottiti dai marosi. Difatti le manovre e le resistenze a questo dialogo che si incontrano ogni giorno sono indicative dello stato di precarietà in cui ci troviamo. Perché se, come dice il senatore Salvi, questo matrimonio "non s'ha da fare" - in quanto fa venire meno la sacra barriera ideologica fra destra e sinistra, e magari anche l'idea del "nemico" contro cui tutti si devono coalizzare - resta da chiedersi quale soluzione alternativa occorra perseguire. Abbiamo dei dubbi che, nonostante le eccezionali capacità di sopravvivenza dimostrate, lo stesso Prodi non sia ampiamente consapevole del fatto che così non può tirare a campare ancora a lungo, anche considerando che il paese rischia di tirare le cuoia. Abbiamo rincari degli alimentari di base, dal pane alla pasta, agli ortofrutticoli. Il costo della benzina più alto d'Europa. Il 51% degli italiani che non è più in grado di mettere risparmi da parte: il che significa intaccare un fondamentale della ricchezza del Paese. E queste sono solo le condizioni immediate che si registrano nella giornata di giovedì 21 dicembre, senza andare a scartabellare più di tanto moniti e documenti internazionali dall'Unione Europea - che ci riprende ormai ogni settimana - o gli studi del Censis che diventano la base perché grandi quotidiani internazionali, il "Washinghton Post", ad esempio, si facciano beffe dell'Italia. Ci dica il senatore Salvi quale ricetta possa rappresentare, a suo giudizio, una svolta per il paese. Perché non vogliamo credere che un progressista come lui sia ridotto a sperare nell'autoconservazione di un governo che a soli due anni dalla nascita appare tanto vecchio da aver bloccato l'Italia. E non è un modo di dire, visto che del nuovo anno conosciamo solo la data della serrata dei trasporti. Roma, 21 dicembre 2007
|