"Lavorare nel presente pensando all'avvenire"

Relazione del Segretario nazionale del Pri Francesco Nucara per il 43° Congresso Nazionale

I. IL QUADRO GENERALE

L'attacco all'America - Quando ho assunto la Segreteria del Partito, si era consumata da poche settimane la tragedia delle Twin Towers. Una data che troppi in Europa hanno dimenticato nei mesi scorsi e che è rimbalzata sulle prime pagine dei giornali solo in occasione dell'anniversario, più che altro con intenti commemorativi. E invece, come in molti capirono subito, e noi tra gli altri, quello che la CNN definì "l'attacco all'America" avrebbe cambiato - e di fatto ha già profondamente cambiato, modificando le priorità strategiche degli Stati Uniti e accentuandone il senso di isolamento - la "storia del mondo".

Credo sia giusto perciò, aprendo questa relazione a distanza di un anno da quel drammatico 11 settembre, esprimere la solidarietà dei repubblicani alla città di New York e rinnovare il sentimento di amicizia che sempre ha legato il PRI alla grande democrazia americana, anche nei momenti più difficili, quando la sinistra marxista intravedeva negli Stati Uniti non l'alleato ma il nemico da sconfiggere.

Ma l'11 settembre è stato anche, per tutti, un brusco richiamo alla realtà. Qualcuno lo ha definito "la fine dell'innocenza americana". Noi preferiamo dire, con interpretazione crociana, che l'11 settembre ha rappresentato il richiamo doloroso alla storia e ai suoi conflitti, contro quelle dottrine che ne avevano teorizzato la fine e che avevano partorito finte filosofie "buoniste" di cui sono stati disseminati gli anni novanta.

Come ha scritto con efficacia Ernesto Galli della Loggia, "la condizione moderna obbliga alla vicinanza individui e popoli che sono storicamente e antropologicamente lontanissimi; l'11 settembre illustra le tensioni terribili che ciò può provocare a dispetto di ogni buonismo multiculturale". Anche di questo sarà bene tener conto nelle nostre analisi, nelle nostre valutazioni, nella definizione della nostra linea politica.

La lotta al terrorismo - Tre sono gli aspetti di fondo che hanno caratterizzato, a nostro avviso, l'anno che è alle nostre spalle, e che non a caso datiamo dall'11 settembre. Tre aspetti di grande rilevanza, che definiscono il nuovo scenario entro il quale collocare la nostra iniziativa politica: la lotta al terrorismo decisa e avviata dagli Stati Uniti; l'instabilità e l'incertezza dell'economia internazionale; l'esaurirsi in gran parte dell'Europa delle esperienze dei governi guidati dalla sinistra e della loro "spinta propulsiva".

E' difficile comprendere a pieno l'attuale politica dell'amministrazione americana senza rendersi conto di quello che l'11 settembre ha significato per gli Stati Uniti, per il popolo americano, per l'opinione pubblica mondiale. Se è possibile arrischiare un paragone, ha avuto lo stesso effetto che ebbe, nell'impero romano, il sacco di Alarico. Ovviamente con una grande differenza: che ad essere colpita era allora la città-simbolo di un impero agonizzante, mentre oggi è stata la città-simbolo di un paese forte politicamente, economicamente, militarmente, al quale restano affidati - piaccia o non piaccia - i destini e gli equilibri del mondo, la guerra e la pace, lo sviluppo o la crisi.

Dall'11 settembre le priorità degli Stati Uniti sono cambiate. Al primo posto si è collocata la guerra al terrorismo, che il presidente Bush ha definito "compito della nostra generazione".

E' in questo quadro che vanno collocati non solo l'intervento in Afghanistan, che ha prodotto lo smantellamento di molte basi di Al Qaeda e la fine di un regime odioso, non solo l'insistenza sulla necessità di por fine a un altro regime, quello di Saddam Hussein, che rappresenta un pericolo per la pace e la stabilità di tutti; ma anche il riesame di antiche e consolidate alleanze, come quella con l'Arabia Saudita; o il rilancio, nei confronti dell'intero mondo arabo, del tema dei diritti umani, un tema sul quale in quello stesso mondo si registra un pesante deficit; o la modifica di una serie di priorità interne, in un paese che si sente in guerra e che appresta gli strumenti necessari a rafforzare la sua sicurezza.

Ed è in questo quadro che va collocata anche la sfiducia dell'amministrazione americana verso l'attuale leadership palestinese, che non riesce a recidere i suoi legami passati - e purtroppo anche presenti - con il terrorismo; e quindi la sostanziale freddezza verso una iniziativa pacificatrice in quell'area, che può avere successo, a giudizio dell'attuale amministrazione, ma anche facendo tesoro degli inutili sforzi compiuti da Bill Clinton, e solo se prima sarà sconfitto il retroterra che alimenta finanziariamente, politicamente e militarmente il terrorismo.

La stessa percezione, la stessa sensibilità, la stessa determinazione nella lotta al terrorismo non si riscontrano invece in molti paesi e presso molti governi dell'Europa continentale. Non è un caso che Alan Dershowitz, il grande avvocato newyorkese che insegna ad Harvard, consideri "responsabili principali" del terrorismo Germania, Francia e Italia, che "hanno per anni protetto i terroristi, rifiutandosi di catturarli e punirli, e liberando quelli finiti in carcere, così mandando un messaggio chiarissimo: il terrorismo non solo funziona, ma paga"; e ottenendone, in cambio, "di non venire colpiti".

Forse è esagerato ma c'è anche della verità in questa sua affermazione.

Lasciare soli gli Stati Uniti su questo terreno sarebbe un grave errore, una sorta di Monaco compiuta agli albori del ventunesimo secolo. Si possono influenzare, modificare, correggere atteggiamenti od orientamenti americani, solo se si è percepiti dagli americani come alleati sinceri e affidabili. Come ha capito e come fa, appunto, Tony Blair: che è intervenuto con gli Stati Uniti di Clinton per bombardare l'Iraq e a fianco degli Stati Uniti di Bush per stanare i terroristi di Al Qaeda dalle città e dalle montagne dell'Afghanistan.

L'instabilità dell'economia mondiale - Secondo aspetto da considerare, l'instabilità e l'incertezza dell'economia internazionale. Iniziato nell'ultimo anno della presidenza Clinton, il rallentamento della locomotiva americana è proseguito per tutto il 2001 e si è accentuato nelle settimane immediatamente successive all'11 settembre. Solo con l'inizio dell'anno in corso si sono cominciati ad avvertire segnali di ripresa, peraltro ancora incerti e contraddittori.

L'Europa non è riuscita a sostituirsi a sua volta agli Stati Uniti nel ruolo di traino dell'economia mondiale, neppure per una breve fase congiunturale. Malgrado i propositi trionfalistici del Presidente e di altri autorevoli componenti della Commissione, il tasso medio di crescita del PIL nei quindici paesi dell'Unione è rimasto sempre al di sotto di quello americano. E la politica della Banca Centrale o il patto di stabilità non sembrano essere stati di aiuto per stimolare quel rilancio che pure veniva annunciato come prossimo.

Per di più, il ritardo delle riforme del mercato del lavoro e del welfare in Francia e Germania non ha consentito a questi paesi, e alla Germania soprattutto, di assumere quella funzione di guida e di stimolo che pure in passato avevano avuto. Gli ultimi dati sull'economia tedesca sono anzi tutt'altro che incoraggianti, fotografano un paese in sostanziale ristagno e con un forte disavanzo pubblico, ben lontano da quel gigante economico pressoché inarrestabile che eravamo abituati a conoscere e il cui andamento incerto contribuisce a deprimere i mercati finanziari europei.

Buona parte delle speranze di una ripresa stabile e duratura è quindi affidata tuttora all'andamento dell'economia americana. Come si è detto, i segnali sono per ora incerti e contraddittori. Il che è vero, in particolare, nel settore strategico dell'alta tecnologia. Di sicuro c'è che senza una crescita significativa negli Stati Uniti, che serva da traino per tutti, le previsioni formulate per i paesi dell'Unione Europea vengono e verranno puntualmente riviste al ribasso.

La crisi della sinistra europea - Terzo dato di fondo, infine, l'esaurirsi in Europa delle esperienze di governo che hanno caratterizzato la seconda metà degli anni novanta, quelle guidate dalla sinistra. In poco più di un anno, il centrodestra ha vinto le elezioni politiche in Italia, in Portogallo, in Danimarca, in Olanda, in Francia, dove la sinistra appare addirittura priva di una bussola e dilaniata all'interno sulle sue prospettive future.

Il centrodestra, che era al governo solo in Spagna, Austria e Irlanda, è ormai largamente maggioritario, con effetti che non mancheranno di ripercuotersi sullo stesso rinnovo della Commissione. Nella stessa Germania, dove si voterà a giorni e l'esito è incerto, la stella di Schroeder e del governo rosso-verde appare comunque fortemente appannata. Per recuperare sul piano elettorale il cancelliere uscente è stato costretto a cavalcare l'ondata pacifista e antiamericana, con effetti dirompenti sulla consolidata e tradizionale alleanza tra USA e Germania. Per ottenere un vantaggio tattico, rischia di aprire - poco responsabilmente - una voragine strategica.

Sola eccezione, in questo panorama, è ovviamente, la Gran Bretagna di Tony Blair: che non a caso, peraltro, intrattiene da tempo - soprattutto sul terreno della politica economica e fiscale - rapporti più stretti con governi di centrodestra.

Il dato di fondo, come ha osservato di recente Le Nouvel Observateur, è che la sinistra ha perduto la capacità di proporsi come forza di governo. Dopo aver fallito nell'affrontare i due problemi cruciali dell'Europa di oggi - quello della sicurezza interna e della disciplina dell'immigrazione da un lato, quello delle riforme necessarie allo sviluppo dall'altro - la sinistra appare oggi in Europa (non in Italia soltanto) divisa e ambigua sulle sue prospettive: incapace di liberarsi dalle scorie ideologiche del passato, che anzi la forte presenza degli ex e post-comunisti nell'Internazionale socialista ha rafforzato; incapace di progettare a tutto campo il futuro in un mondo nel quale - per riprendere l'affermazione coraggiosa e incisiva di Tony Blair - "l'Internazionale socialista è inutile".

II. IL GOVERNO BERLUSCONI

Da questo scenario non si può prescindere nel valutare l'azione complessiva del governo Berlusconi, e soprattutto la sua politica economica. Il governo si è trovato quasi subito ad operare in una situazione molto diversa da quella esistente nei mesi che avevano preceduto le elezioni.

Prima la scoperta di un deficit di bilancio maggiore del previsto creato a partire dal 2000 dalla politica "elettoralistica" dei governi di centro-sinistra; poi il rallentamento dell'economia americana e la lunga stagnazione di quella europea; infine la tragedia delle "Twin Towers" e la guerra in Afghanistan. E, da ultimo, le notizie tutt'altro che confortanti sull'andamento dell'economia mondiale, la cui ripresa - più volte preannunciata - sembra ancora lontana.

In queste condizioni era ben difficile realizzare - e soprattutto realizzare subito - gli obiettivi preannunciati in campagna elettorale. E in particolare era difficile accentuare il ritmo di crescita dell'economia italiana mantenendo basso il tasso di inflazione e riducendo il disavanzoavanzo pubblico. C'è semmai da dire, come ha osservato di recente il commissario europeo Pedro Solbes, che i problemi di bilancio di alcuni tra i maggiori paesi - Italia compresa - sono dovuti al fatto che non sono state colte le opportunità di risanamento dei conti pubblici offerte dal periodo di alta crescita 1998-2000: un giudizio che è contemporaneamente una critica nei confronti di chi ha governato in quel periodo e un approccio realistico nei confronti dei problemi che i governi successivi si sono trovati ad ereditare.

Non ha senso alzare il livello della critica nei confronti del governo Berlusconi con riferimento all'attuale deficit pubblico e ignorare che dopo cinque anni di governo rosso-verde la Germania - la Germania che era stata il paese del rigore, del marco forte e dell'inflessibile Bundesbank - ha sforato ufficialmente i parametri di Maastricht. E che la Francia - afflitta dagli stessi problemi - sta rapidamente rivedendo alcuni dei provvedimenti decisi dal governo Jospin.

O pensa il giulivo Rutelli che l'Italia viva in un suo Eldorado e che, se lo stesso Rutelli avesse vinto le elezioni, quei problemi non si sarebbero presentati, magari moltiplicati dalle pressioni del blocco sociale che ne ha sostenuto la candidatura? Rutelli dovrebbe semmai spiegare, non solo ai cittadini italiani ma a quelli europei, come mai la disastrata Italia del governo Berlusconi continui pur sempre a registrare un tasso di crescita superiore e un deficit inferiore alla Germania del governo Schroeder.

Il punto di fondo è che la politica perseguita dai governi di centrosinistra nei maggiori paesi europei durante la seconda metà degli anni novanta - naturalmente con la solita eccezione della Gran Bretagna di Tony Blair - non è riuscita né ad accelerare la crescita economica né a completare il processo di risanamento finanziario. Malgrado - è il commissario Solbes a ricordarlo - il periodo di alta crescita dell'economia mondiale. E i governi di centrodestra che li hanno succeduti hanno ereditato una situazione difficile: aggravata, ovviamente, dalla mutata situazione internazionale, politica oltre che economica.

Sebbene in queste condizioni, il governo Berlusconi ha ottenuto alcuni innegabili successi. In politica estera, è riuscito a svolgere un ruolo significativo nel processo che ha favorito l'ingresso della Russia nella NATO e che si è concluso non a caso a Pratica di Mare. Sul terreno europeo, ha avviato un raccordo sempre più stretto con la Gran Bretagna e la Spagna e con i due leaders politici, Blair e Aznar, attualmente più dinamici e rappresentativi.

Sul piano interno, la firma del patto per l'Italia - senza volerne enfatizzare i contenuti - ha dimostrato che una politica di riforme è ancora possibile con il consenso delle parti sociali: o almeno di quelle parti sociali che siedono al tavolo della trattativa senza lasciare, dietro la porta, il convitato di pietra, sia esso l'ideologismo astratto ed estremista o - forse più concretamente - la strumentalizzazione politica.

Ma anche sui temi più delicati e controversi i fatti sembrano dare ragione al governo. Sulla questione delle rogatorie, per esempio, l'OCSE - chiamata in causa non del tutto disinteressatamente dal governo svizzero - non solo ha sottolineato come la legge approvata dal Parlamento italiano non sia in contrasto con nessuna normativa internazionale, ma ha giudicato il provvedimento uno tra i migliori oggi esistenti in questa materia. E Piero Ostellino ha ricordato che il centrosinistra, all'atto della discussione della legge, sostenne che essa avrebbe facilitato "l'uscita di prigione di migliaia di mafiosi, di spacciatori di droga, e di altri criminali"; mentre poi, "alla resa dei conti, non ne risulta uscito nessuno", per cui il solo risultato che il centrosinistra ha ottenuto "è di passare per catastrofista nel migliore dei casi, per contaballe nel peggiore".

Quanto allo scontro, attualissimo, sulla normativa riguardante il legittimo sospetto, ha scritto lucidamente Galli della Loggia sul Corriere della Sera che questo scontro ne copre un altro, ben più importante e "decisivo", lo scontro "tra chi riconosce che all'origine del nuovo corso politico del maggioritario c'è stato un formidabile cortocircuito tra giustizia e politica" e chi invece non vuole riconoscerlo" (in pubblico, "perché poi, in privato, è quasi sempre disposto ad ammettere che indubbiamente qualcosa di grave é accaduto").

E su questo scontro, "che è la vera questione, l'opposizione non dice nulla, non vuole e non è capace di dire nulla di vero, nulla che abbia a che fare con un decennio di storia reale del Paese, coi suoi problemi e drammi reali; non vuole o non é capace di proporre alcuna accettabile soluzione politica di nulla. Vuole solo sbarazzarsi di un avversario senza passare dalle urne. Ma in uno scontro così impostato essa è destinata a restare minoranza, perché chi ha senso della realtà e non è accecato dal pregiudizio è difficile che possa seguirla: alla fine sarà costretto a ingoiare la cattiva soluzione del governo anziché nessuna soluzione".

Vogliamo con questo dire che siamo pienamente soddisfatti dell'azione di governo? Tutt'altro. Ci sono ministri inadeguati al loro ruolo; c'è troppo spesso uno scollamento che il Presidente del Consiglio è costretto a recuperare in zona Cesarini; non sempre le questioni affrontate sono approfondite come dovrebbero; non sempre c'è coerenza e organicità nelle diverse misure adottate.

Ci sono poi provvedimenti - citiamo tra gli altri quello sulla fecondazione assistita, peraltro di origine parlamentare - che non consideriamo adeguati ad uno stato laico moderno. E dobbiamo purtroppo rilevare che continua ad esserci scarsa attenzione nei confronti della ricerca scientifica e dell'innovazione tecnologica; e che il patrimonio archeologico, storico e culturale del paese non viene salvaguardato e valorizzato come si dovrebbe.

I repubblicani, pur con la modestia delle loro forze e nella piena consapevolezza di tale modestia, non faranno certo venir meno la loro voce critica. Certi che tale critica sarà tanto più ascoltata quanto più leale sarà - nel corso della legislatura - la collaborazione nei confronti della maggioranza.

III. IL PRI TRA IL CONGRESSO DI BARI E QUELLO DI FIUGGI

Perché il Congresso di Fiuggi - Due sono i motivi di fondo che mi hanno spinto a proporre prima alla Direzione Nazionale e poi al Consiglio Nazionale la convocazione del Congresso: congresso, peraltro, che anche autorevoli amici della minoranza avevano sollecitato con una condivisibile valutazione di discussione politica.

Il primo motivo è quello di fare un bilancio, sia pure provvisorio, di una Segreteria che non è scaturita da un'assise congressuale ma si è insediata in seguito alle dimissioni dell'amico Giorgio La Malfa: al quale - lo dico subito - è dovuta la riconoscenza e l'affetto di tutti i repubblicani per la battaglia "di resistenza" che ha fatto in questi lunghi, difficilissimi anni novanta. Vorrei ricordare a tutti che Giorgio La Malfa è stato ed è una risorsa imprescindibile per il Partito Repubblicano Italiano. E male hanno fatto quanti lo hanno logorato spingendolo verso le dimissioni.

Anche per Mazzini furono grandi "i dolori, gli errori e i dubbi che segnarono in modo indelebile la vita del patriota sempre accompagnati alle scelte, alle rinunce e alla completa assunzione di responsabilità, insita nel concetto stesso di scelta" è la vicenda umana "basata su un laico senso di tolleranza, dove i valori in cui si crede non toccano mai il fanatismo, né intaccano la consapevolezza che ne esistono altri, rispettabili".

Le nostre convinzioni non possono "sfociare in un moralismo acido" ma sono "un esempio, da verificare ogni giorno al vaglio del vivere e della storia, mentre il dubbio scalfisce le nostre certezze di ieri".

Il secondo motivo è la naturale proiezione di quanto è stato affermato in apertura di questa relazione. Se è vero - come è vero - che l'11 settembre ha avviato una nuova e difficile fase storica, è anche vero che la piattaforma politica e programmatica del PRI va aggiornata e rivista alla luce delle mutate condizioni storiche, internazionali ed interne. Sia pure, come è ovvio, collocando questa "rivisitazione" all'interno delle tradizioni storiche di cui il partito si onora.

Al bilancio e alle prospettive del partito è dedicata questa terza parte della relazione. Alla ridefinizione della piattaforma politico-programmatica sarà dedicata la quarta parte.

Il PRI dopo il Congresso di Bari - Dando seguito alle conclusioni scaturite dal Congresso di Bari, il PRI partecipò alle elezioni politiche nazionali del 13 maggio in alleanza con lo schieramento della Casa delle Libertà. Fummo presenti, come è noto, in quattro collegi maggioritari ed in uno proporzionale, riportando l'elezione di due parlamentari: Antonio Del Pennino al Senato e Giorgio La Malfa alla Camera.

Questo risultato fu "il risultato possibile" in quel momento e in quelle condizioni organizzative e politiche interne al partito. La decisione di non presentare liste con il simbolo dell'edera fu dettata infatti sia dalla preoccupazione di non configurare il PRI come una lista "civetta", sia dalle difficoltà di raccogliere le firme. E, infine dal rifiuto di alcune organizzazioni periferiche di approntare gli strumenti tecnici per la presentazione di liste con l'Edera. Il sondaggio fatto nella riunione della Direzione Nazionale tra i responsabili regionali confermò la precarietà organizzativa delle diverse situazioni regionali e l'indisponibilità di molti dirigenti ad assumere un impegno certo e concreto per la raccolta delle firme.

Va anche detto con chiarezza, infatti, che la situazione interna del partito aveva consigliato di evitare situazioni che potessero acuire polemiche e divaricazioni, come sarebbe successo con la sottoscrizione di un accordo politico generale con tutte le componenti della Casa delle Libertà o con l'accettazione di un collegio senatoriale in Romagna, che pure c'era stato offerto.

Probabilmente tutti questi fattori hanno influito sui risultati e reso più difficile, specie nel rapporto con le altre componenti del Polo, la stessa campagna elettorale degli altri candidati repubblicani. E non a caso - come vedremo meglio nel seguito di questa relazione - l'analisi di quella fase ha spinto successivamente la segreteria e la direzione a ricercare, con tutti gli alleati della Casa delle Libertà, un rapporto più forte ed organico, come è avvenuto in occasione delle ultime elezioni amministrative, partecipando attivamente alla "Trattativa" nazionale che coordinava la preparazione delle liste e delle candidature.

I risultati elettorali delle elezioni politiche del 13 maggio 2001 furono considerati deludenti dalla minoranza, che si apprestava ad assumere una posizione fortemente critica. Ma alla vigilia del Consiglio Nazionale di luglio, convocato per un esame della situazione politica successiva alle elezioni, l'amico Giorgio La Malfa fece pervenire una lettera con le sue dimissioni da Segretario Nazionale.

"Con il Congresso di Bari del nostro partito e le decisioni conseguenti si è chiusa una fase politica e se n'è aperta un'altra del tutto nuova ..." recitava la lettera. E continuava evidenziando come "... il PRI ha imboccato la strada che nei prossimi anni determinerà un nuovo rafforzamento del partito, così come avvenne nella metà degli anni ‘60 ...", per concludere con la constatazione che "... proprio perché la scelta è ormai avvenuta, la strada è segnata e si vede una luce al termine del tunnel che abbiamo percorso insieme in questi anni, è venuto per me il tempo di lasciare la guida del partito che ho tenuto per un tempo anche troppo lungo."

Una decisione, accompagnata da motivazioni politiche di rilievo, che nasceva anche dall'amarezza di aver dovuto constatare come la scelta del Congresso di Bari avesse determinato, come scriveva "... difficoltà di rapporto tra me e vasti settori del partito ai quali invece sono stato tradizionalmente legato da un rapporto politico ed affettivo molto profondo."

Quelle dimissioni non erano un gesto formale o un espediente per evitare le critiche della minoranza. Furono il risultato di una riflessione politica e di un profondo travaglio. Per cui la Direzione Nazionale fu costretta a prenderne atto e a convocare il Consiglio Nazionale per l'elezione di un nuovo Segretario che operasse in continuità con la linea politica decisa al Congresso di Bari.

La nuova Segreteria e le sue scelte di fondo - Il Consiglio Nazionale, nella seduta del 6 ottobre, procedette alla mia elezione a Segretario e a quella di Giorgio La Malfa a Presidente del Partito. La minoranza contrappose Valbonesi allo stesso Giorgio La Malfa.

Di quella riunione conservo ancora viva l'emozione, per un incarico politico che mi onora ed al quale sto cercando di dare, insieme con altri amici, il massimo delle mie energie.

Ero consapevole allora, come lo sono ancora oggi, delle difficoltà che ci attendono per un rilancio duraturo del partito. Ma questa consapevolezza, unita all'orgoglio di lavorare per salvaguardare una grande pagina di democrazia e libertà come quella scritta in più di un secolo di storia dal PRI, mi ha spronato in questo primo anno a superare le difficoltà politiche, organizzative, finanziarie che ho incontrato.

E' con questo spirito che mi sono accinto all'azione di rilancio del partito. E le successive, difficili tornate elettorali hanno dimostrato come il partito possa recuperare, specie nel Mezzogiorno, il terreno perduto negli anni della diaspora.

A due criteri ho cercato di informare la mia azione: la ripresa elettorale del partito e il miglioramento delle condizioni interne come elemento determinante per il suo rilancio. Senza il primo potremmo essere nella migliore delle ipotesi un'associazione culturale, che è cosa profondamente diversa da un partito politico a dimensione nazionale, come è stato ed è il PRI. Pertanto il Congresso servirà anche a definire, dopo le turbolenze che hanno colpito tutto il sistema politico a cominciare dal ‘93 e che ancora oggi continuano, il tipo di partito che vogliamo costruire, gli strumenti per farlo, le norme per regolarlo.

Le modifiche statutarie dovranno essere perciò l'occasione per una discussione di merito e non un'astratta contesa di tipo giuridico-normativo, come succedeva in passato; l'occasione, in altre parole, per dotare il partito di uno statuto più flessibile, che coniughi garanzie e rapidità decisionali e che sia al passo con i tempi.

Proprio l'esperienza di questi anni ha dimostrato che i partiti non hanno retto all'impatto con i mutamenti della società e la loro crisi ha aperto le porte all'intervento di un potere giudiziario che fino a quel momento era stato inerte, e in qualche caso complice. Se non si compiono analisi approfondite su questo tema, sul finanziamento della politica, anche la cosiddetta "diversità repubblicana" rischia di diventare un comodo alibi per coloro che - dopo aver avuto dal PRI onori e vantaggi - non hanno esitato ad abbandonarlo e denigrarlo, magari agitando una cosiddetta "questione morale".

L'altro criterio, profondamente intrecciato al primo, è il continuo riferimento, in questo anno di segreteria, all'esigenza di mitigare quel clima di litigiosità che ha caratterizzato la vita del partito prima e dopo il Congresso di Bari. E verso questo obiettivo l'ultima riunione del Consiglio Nazionale ha segnato un passo in avanti.

L'esigenza di maggiore distensione nei rapporti interni non può però essere perseguita a scapito della chiarezza della linea politica scelta dalla maggioranza. Il terreno d'incontro non può pertanto essere per noi quello di stravolgere, con ambiguità tattiche, quella linea o di concedere sconti e deroghe che favorirebbero solo la confusione.

E' mio convincimento che esiste un metodo proficuo per far sì che il partito riprenda a crescere nel rispetto del ruolo che gli spetta nella società e delle sue gloriose tradizioni.

Si tratta di consentire a tutti maggiore partecipazione non solo su casi e interessi particolari.

Ciò significa dare massima pubblicità ai processi decisionali, aprirsi al contributo di quanti hanno qualcosa da dire.

Solo per tal via il PRI scongiurerà il pericolo di una implosione cui un'eventuale collocazione politica acritica lo sottoporrebbe.

Le iniziative politiche della Segreteria e del Partito - Delle nostre iniziative politiche, delle posizioni assunte puntualmente in questi mesi - anche se purtroppo solo di rado riprese dalla stampa - è testimonianza il sito del partito. La nota politica, che dal 9 febbraio viene pubblicata quattro volte a settimana, conferma la continuità di una linea che è riuscita ad esprimersi e ad articolarsi su moltissime questioni.

Grande rilievo è stato accordato - in linea con la tradizione del partito - alle questioni di politica estera. Ed è perciò che voglio ricordare, in questa relazione, due iniziative di particolare significato: l'adesione alla manifestazione promossa da "Il Foglio" a favore degli Stati Uniti e quella dell'Israele Day.

Nel primo caso - come sottolineammo nella lettera indirizzata al direttore - la nostra adesione era mirata "a sottolineare la ferma e tradizionale posizione del PRI a favore degli USA e la necessità di modificare una tendenza politica e culturale, molto diffusa nella sinistra, e permeata di un antiamericanismo ingiusto e ingiustificato, soprattutto se rapportato a quanto gli USA hanno fatto per la libertà e la democrazia dell'Italia".

Partecipare a quella manifestazione con le nostre bandiere è stata una maniera per sottolineare anche la rinuncia delle forze dell'Ulivo, specie di quelle di matrice laica, a difendere quei valori caratterizzanti, tra cui il rapporto con gli USA, che erano stati alla base dell'impegno del PRI in politica estera.

Nel secondo caso - l'Israele Day - la manifestazione contribuì ad evidenziare ancora una volta il ritardo delle varie componenti della sinistra nella valutazione della crisi mediorientale, soprattutto di quelle componenti che ritengono Israele responsabile della mancata esistenza di uno Stato palestinese. Quello che sfugge alla sinistra è che ad essere assediato non è il popolo palestinese ma la piccola democrazia israeliana, il solo stato di quell'area che si ispira ai valori politici e culturali dell'Occidente, che sono quelli che il PRI persegue. Ma di tutto questo gli amici che sono stati nel PRI per lunghi anni e ora militano nelle varie formazioni della sinistra non parlano, perché non hanno più né voce né autonomia!

Ed è muovendo da questo quadro internazionale che abbiamo rivolto le nostre critiche alla sinistra e all'opposizione. Perché è questo quadro che tende e tenderà nel prossimo futuro a rappresentare di nuovo uno spartiacque tra le forze politiche italiane. I vari comunicati dell'Ulivo sulla crisi irakena ne sono la conferma. E crediamo di essere facili profeti nel prevedere - per i prossimi mesi - una nuova e drammatica spaccatura interna all'Ulivo stesso, quando quella crisi si andrà acuendo e l'Italia - in questa vicenda ma più in generale nella strategia complessiva della lotta al terrorismo - sarà costretta a scelte difficili.

Abbiamo respinto - e continueremo a respingere - la logica, diffusa in larga parte dell'opposizione, per cui l'opposizione stessa debba essere basata non su proposte alternative a quelle della maggioranza, quanto sulla contestazione della legittimità e del diritto della stessa a governare. Quest'impostazione porta alla formazione di una sorta di cortina di ferro tra maggioranza e minoranza che copre il merito stesso dei problemi e delle soluzioni.

Abbiamo perciò rifiutato - e continueremo a rifiutare - l'idea che la maggioranza sia responsabile della nascita di una sorta di regime, da rovesciare con strumenti extra-parlamentari e per via giudiziaria, come vanno affermando esponenti dell'opposizione ed intellettuali - questi sì - di regime.

I girotondi, i movimenti, la presenza politicamente rilevante dei No Global, non aiutano certo la sinistra a ricollocarsi e ripresentarsi quale forza alternativa di governo, come d'altro canto avverte con preoccupazione lo stesso Massimo D'Alema, che rimane il più lucido interlocutore di quell'area. E d'altro canto i fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Al Congresso di Pesaro Fassino definì il partito dei DS come "il partito del riformismo europeo e centro-motore del processo di modernizzazione dell'Italia"; noi osservammo allora che quello descritto da Fassino era "un tentativo non riuscito perché non basato su di un'analisi anche autocritica di ciò che è successo in Italia in questi ultimi dieci anni". Allora Cofferati era ancora minoranza nel partito. E' bastata, di lì a qualche giorno, la polemica sull'articolo 18 per dimostrare quanto fragili fossero le basi "riformiste" dei DS e per offrire a Cofferati l'occasione per collegarsi al movimentismo e alla piazza, per contrapporsi alle istituzioni e far ripiombare la sinistra nel massimalismo.

Non sono mancate, da parte del PRI, le posizioni critiche anche nei confronti del governo o nell'ambito della maggioranza, soprattutto in difesa della laicità della scuola, della libertà di ricerca, della salvaguardia del patrimonio culturale. Alcune di queste nostre posizioni sono state anche riprese dalla stampa e lungo questa strada continueremo ad operare ogni volta che sarà necessario.

Alle posizioni politiche assunte dalla Segreteria si è affiancato il lavoro prezioso della nostra esigua presenza parlamentare. Quello - difficile e impegnativo - che l'amico Giorgio La Malfa svolge costantemente come Presidente della Commissione Finanze e Tesoro, in settori e in un contesto particolarmente delicati. E quello in Senato dell'amico Antonio Del Pennino, del quale voglio solo ricordare la presentazione in Parlamento della proposta di legge sulla regolamentazione dei partiti.

Il rapporto con la società civile - Muovendo dalla linea politica approvata al Congresso di Bari e perseguita dalla Segreteria Nazionale, abbiamo cercato di allargare i rapporti con la società civile e con le sue organizzazioni più rappresentative, a cominciare da quelle in cui i repubblicani si sono storicamente ritrovati.

In primo luogo, il sindacato. Partecipando al Congresso della UIL a Torino, avevamo sottolineato l'esigenza di una maggiore autonomia del sindacato. E anche qui i fatti ci hanno dato ragione. La scelta, sicuramente coraggiosa, fatta dalla UIL e dalla CISL assumendo un ruolo autonomo e siglando con il governo il Patto per l'Italia, ha rappresentato un avvenimento di grande portata.

Abbiamo dato e diamo atto con soddisfazione a CISL e UIL - di cui abbiamo non a caso incontrato i vertici nazionali - di aver capito la gravità del momento e di essere riusciti a collocare le esigenze del mondo del lavoro all'interno dei problemi generali del paese, esercitando in concreto il compito di un sindacato moderno. Il Patto per l'Italia è stato sottoscritto anche da organizzazioni storicamente schierate a sinistra, come la Lega delle Cooperative e la CNA, a dimostrazione di come il metodo della concertazione -riedizione della lamalfiana politica dei redditi - agevoli e non ostacoli le riforme quando negli interlocutori la disponibilità al dialogo prevale sulle opposizioni pregiudiziali. La CGIL è uscita isolata da questa prova, a dimostrazione che Cofferati è un uomo di divisione, nel sindacato come nella sinistra.

Sulla linea della Segreteria è ripreso il rapporto oltre che con il vertice repubblicano della UIL, anche con numerosi sindacalisti repubblicani che operano nelle diverse situazioni di base: e voglio sottolineare, in particolare, il contributo che molti di loro stanno dando al rilancio del partito nelle Marche.

Proseguendo sempre in questa direzione, il rapporto con l'Endas, ripreso sin dal Congresso di Bari e ulteriormente rafforzatosi, ha prodotto risultati positivi con la nascita, in molte situazioni locali, di azioni sinergiche che, portate avanti nella rispettiva autonomia, hanno rafforzato il tessuto connettivo e le possibilità di rilancio del partito.

Abbiamo ripreso anche i rapporti con l'AGCI, partecipando e intervenendo al loro recente congresso nazionale, e seguiamo con interesse e attenzione l'evolversi nel senso di una maggiore autonomia della situazione interna all'Associazione Mazziniana.

In questa stessa linea, di apertura alla società civile, si collocano le cooptazioni in Consiglio Nazionale di esponenti significativi della società civile: intellettuali, dirigenti, managers, professionisti di chiara fama.

Il rapporto del PRI con questi amici, alcuni già iscritti al partito altri invece nuovi, dovrà svolgersi liberamente e al di fuori di qualsiasi vincolo, com'è sempre stato nella lunga tradizione culturale del PRI. Un rapporto diverso da quello instaurato tra gli intellettuali e la sinistra d'opposizione negli anni della guerra fredda, quando gli intellettuali erano chiamati a legittimare tutte le scelte politiche ed ideologiche del partito-guida. Oggi che quel rapporto è entrato in crisi, una parte di quegli intellettuali ha scelto la via dell'estremismo: e i DS, preoccupati di perdere ogni raccordo con quel mondo, lo inseguono goffamente nei girotondi e nelle piazze.

Le elezioni amministrative - La posizione assunta dal PRI nei confronti delle elezioni amministrative è stata la logica conseguenza della linea complessiva del Partito. Prima in una riunione plenaria dei segretari regionali e provinciali, poi nel Consiglio Nazionale del 22 febbraio, si decise "di impegnare le organizzazioni locali a ricercare e stringere alleanze elettorali esclusivamente con le forze della Casa delle Libertà".

Due sono le scelte di fondo fatte dal partito a questo proposito. Nei comuni, nelle province, nelle regioni dove si è votato prima delle ultime elezioni politiche, le scelte di schieramento che sono state fatte restano comunque valide - tranne i casi di rottura programmatica che dovessero intervenire - per rispetto degli elettori che hanno accordato il loro voto a quel determinato schieramento. Per i turni elettorali successivi, l'unica possibile alleanza è quella con le altre forze politiche della Casa delle Libertà: tranne i casi, motivati e comunque concordati con la Segreteria Nazionale, di scelte particolarmente inaccettabili riguardanti i candidati ai vertici degli enti o quelle ipotesi in cui i repubblicani dovessero decidere di presentarsi - per particolari condizioni locali - al di fuori dei due schieramenti su una posizione realmente autonoma.

Questa linea comincia a pagare. Già con le elezioni amministrative in Sicilia del 25 novembre 2001 il PRI aveva ottenuto buoni risultati, in particolare a Palermo, ad Agrigento, a Trapani. La tendenza verso una ripresa è stata confermata nel turno elettorale amministrativo del 26 maggio, quando il PRI ha presentato un numero di liste doppio rispetto a quello delle precedenti elezioni, ed è passato da 13.653 a 21.888 voti. Un successo rilevato da un giornale autorevole come il "Corriere della Sera", che ha evidenziato come il PRI sia tornato ad essere "un partito di dimensione nazionale".

Eppure temevamo questo responso. Non è vero quanto affermava in quei giorni l'Ulivo che le forze di governo, tra cui noi, si aspettassero da queste elezioni un pienone di voti, capitalizzando in una clamorosa avanzata un anno di governo e di potere. Semmai era vero il contrario. Temevamo che la lunga e mistificante offensiva sull'art. 18, alcune difficoltà del governo a trovare un sufficiente raccordo tra la sua iniziativa e l'opinione pubblica e le conseguenti difficoltà di comunicazione, avrebbero potuto influenzare negativamente il voto amministrativo.

I nostri timori erano anche maggiori, avendo collegato in maniera pressoché organica le nostre liste alla coalizione della Casa delle Libertà, per cui un insuccesso della coalizione avrebbe condizionato negativamente anche i risultati delle nostre liste. Tutto questo non c'è stato: il centrodestra ha confermato la sua forza e lo ha fatto su un terreno amministrativo che in genere gli è più ostico.

Il Mezzogiorno si è rivelato fondamentale per i risultati del PRI, confermandosi come l'area geografica in cui il Partito potrà riprendere la sua espansione, come avvenne in Sicilia a cavallo degli anni ‘60/'70.

Anche al centro abbiamo avuto buoni risultati, come ad Aprilia, quarta città del Lazio, e a Rieti, dove il passaggio dall'alleanza con le forze di sinistra all'accordo con il Polo ci ha consentito di tornare al governo in una città in cui negli anni ‘70 avevamo espresso il Sindaco.

Nel Nord, il Partito ha incontrato maggiori difficoltà ad essere presente, con l'eccezione sorprendente e positiva di Asti e di Meta.

La questione dell'autonomia - In occasione delle elezioni amministrative è stata di nuovo sollevata, da parte della minoranza interna, la questione della cosiddetta autonomia delle strutture locali. A parte la difficoltà, anche tecnica, di determinare i livelli di tale autonomia, ci sono alcune questioni politiche che vogliamo ribadire e sottolineare.

Secondo la minoranza l'attuale Statuto del Partito attribuirebbe alle organizzazioni locali la scelta delle corrispondenti alleanze elettorali. E invece abbiamo più volte sottolineato come il criterio dell'autonomia non sia legato in maniera automatica ad alcun vincolo statutario, in quanto la struttura periferica del partito è basata sulle Sezioni, sulle Unione comunali, sulle Consociazioni locali e sulle Federazioni regionali, con poteri e compiti diversificati e regolati da norme distinte per ciascun livello. Se l'autonomia fosse regolata rigidamente dallo Statuto, essa dovrebbe applicarsi automaticamente a tutti i livelli della struttura periferica, altrimenti si verrebbero a creare tra i diversi organismi locali gli stessi problemi emersi nel rapporto tra il centro e la periferia. Invece l'autonomia è sicuramente un valore basilare per la vita del partito e fa parte della tradizione politica e culturale dei repubblicani, ma essa non può essere vista soltanto come fatto normativo in sé o come un momento separato dal quadro complessivo.

La verità è che il riferimento della minoranza allo Statuto per la definizione di un rapporto automatico tra centro e periferia è un espediente per aggirare una serie di problemi di linea politica che vanno invece affrontati e risolti in un rapporto di chiarezza e responsabilità tra dirigenti locali e segreteria nazionale del Partito, in una permanente osmosi che arricchisca tutti.

E' questa la linea che la Segreteria Nazionale ha cercato di costruire nelle recenti elezioni. Il PRI è alleato organicamente alla Casa delle Libertà e pertanto noi dobbiamo riempire e rafforzare la scelta fatta al Congresso di Bari con comportamenti elettorali coerenti a quell'alleanza, anche in sede locale. E' questa la linea che abbiamo cercato di costruire in occasione delle elezioni del 26 maggio, raccordando la nostra presenza ad una "Trattativa" nazionale, chiamata a coordinare la presentazione delle liste e delle candidature, con le diverse situazioni locali del partito. Ci siamo mossi fuori da ogni centralismo miope e schematico, ricercando soluzioni equilibrate tra le esigenze locali e il rispetto degli impegni verso i nostri alleati.

Abbiamo in sostanza riadattato alle nuove esigenze locali l'antica ricerca di equilibrio, applicata dal centro nazionale negli anni del centrosinistra. In quegli anni le giunte delle grandi città e spesso anche di quelle medie, la scelta degli stessi sindaci, erano regolate dall'intervento delle segreterie nazionali e dei responsabili degli Enti locali. Questa logica era accettata da tutti, anzi era addirittura sollecitata dalle organizzazioni periferiche che ricorrevano a Roma per avere maggior forza e rappresentatività in sede locale. Con la modifica delle leggi elettorali e la fine del sistema proporzionale questa esigenza si è rafforzata e vanno perciò ricercate soluzioni sul terreno politico, mettendo da parte localismi dannosi e posizioni personalistiche che rischierebbero di pregiudicare l'immagine del Partito.

In questa logica ci eravamo mossi per Carrara e Piacenza nelle recenti elezioni amministrative, favorendo al primo turno la presentazione di liste autonome con il simbolo dell'Edera. Ma nel turno di ballottaggio abbiamo dovuto riscontrare in sede locale tatticismi, ambiguità, resistenze che ci hanno costretto, al di là della nostra stessa volontà, ad interventi forti e tesi a tutelare la dignità e il prestigio del Partito.

Il tema dell'autonomia ricorrerà ancora nella nostra discussione congressuale, ma questa discussione dovrà tenere conto di quanto è successo nella recente campagna elettorale, che ha chiarito molti punti e spazzato via alcuni luoghi comuni, tra cui quello dell'automatismo statutario nella regolazione dei rapporti tra centro e periferia.

Una logica di tale tipo porterebbe in pochissimo tempo alla totale frantumazione del partito, alla scomparsa del suo insediamento e della sua dimensione nazionale con la nascita di potentati locali, basati sulla ricerca di alleanze finalizzate solo al mantenimento del potere.

Assisteremmo in pochissimo tempo alla scomparsa del PRI, come partito nazionale al servizio dell'Italia. E al suo posto avremmo solo una variegata arlecchinata! Una presenza estesa su tutto il territorio nazionale era stata la caratteristica del disegno di Ugo La Malfa per il rilancio del partito negli anni ‘60: partire dalla Sicilia e dal Sud per arrivare a Milano, con il Lazio e la Romagna e zone della Toscana come punti di forza di quell'insediamento territoriale.

Questo era stato anche il modello di Spadolini per il Partito della Democrazia negli anni ‘80. Questi sono stati i punti di riferimento nella nostra azione di rilancio del Partito, a cominciare dalle elezioni del 26 maggio.

E questa è una esigenza di tutti, o almeno di tutti quelli che puntano sul rilancio del Partito. A cominciare dalla Romagna, dove il problema del PRI non è quello - come sostiene qualcuno - "della costruzione di una terza forza per modificare la logica bipolare vigente o assicurare l'autonomia delle federazioni regionali, rispetto alle regole imposte dall'attuale sistema elettorale."

Nel nostro partito le battaglie politiche sono condotte spesso con un'intemperanza che non si addice affatto ai conflitti della ragione e sovente le loro sorti vengono decise dal peggiore segmento del partito.

A questo segmento appartengono coloro che non si curano dell'innata dignità della politica e degli interessi generali del Paese.

Essi sono animati, in genere, da obiettivi egoistici, dal desiderio di fare carriera, o dalla speranza di conseguire vantaggi.

I principi politici vengono persi di vista. La competizione che dovrebbe essere puramente razionale, senza altro fine che il raggiungimento della verità politica, degenera in una rissa in cui svolgono un ruolo primario la passione, l'interesse particolare, l'egoismo.

Noi pensiamo, e i risultati dell'ultimo turno amministrativo lo hanno confermato, che il PRI possa riprendere la sua crescita partecipando all'alleanza con le forze di centrodestra perché e lì che ritrova il suo spazio elettorale e ritrova il suo rapporto con quegli elettori moderati che l'avevano seguito negli anni del suo massimo consenso.

Le nostre notazioni critiche mirano a ricercare insieme soluzioni politiche e organizzative più adeguate. Proporre una terza forza o una terza via come hanno fatto gli amici romagnoli nei loro recenti congressi senza mettere in discussione, nemmeno per un momento, la partecipazione quasi automatica del PRI allo schieramento di centrosinistra nei comuni, nelle province e alla Regione è una pura finzione. Come lo stesso riferimento "al blocco sociale dei piccoli e medi imprenditori, ai professionisti che rifiutano il metodo della raccomandazione, ai lavoratori che vogliono governare con la concertazione" senza svolgere alcuna critica alla linea della sinistra, tutta basata su interessi e criteri opposti a quelli delle categorie e dei ceti sociali citati, ci sembra soltanto un'esercitazione sociologica non riuscita.

Esistono all'interno del nostro partito molti problemi ma essi vanno affrontati con discussioni serene senza trasformare gli eventuali oppositori in nemici implacabili e senza tradire la fiducia nel Partito e in chi lo guida perché i repubblicani devono comunque e sempre attribuire grande importanza alla propria reputazione di persone leali.

Il formare nuove sezioni, il creare dibattito, l'informazione sull'attività del Partito e soprattutto sull'attività degli amministratori repubblicani, che spesso vivono in dorato isolamento dai problemi del partito e della sua politica: tutto ciò deve contribuire a una migliore conoscenza di molteplici aspetti della vita politica che ovviamente deve essere più specifica tra gli attivisti, gli amministratori, i semplici iscritti, di quanto non lo sia tra i singoli cittadini.

IV. LA PIATTAFORMA PROGRAMMATICA DEL PRI

E' in questo spirito costruttivo, di reciproca osmosi tra centro e periferia, tra maggioranza e minoranza, che dobbiamo lavorare per attualizzare la piattaforma programmatica del Partito.

In questa relazione tenteremo perciò di dare un contributo - e solo un contributo che gli amici non mancheranno di arricchire - in questa direzione, muovendo dai nuovi scenari che abbiamo di fronte e soprattutto dal quadro internazionale che tutto condiziona.

Una politica in Europa - Il punto di partenza, da cui dipanare poi l'intero tessuto delle nostre scelte, non può che essere la collocazione del nostro paese in Europa. Una collocazione, ovviamente, che non può essere messa in discussione ed al cui rafforzamento intendiamo lavorare.

Ma il rafforzamento dei poteri comunitari, l'avvio dell'euro, l'allargamento ormai prossimo ad altri paesi (quasi tutti con prodotto pro-capite nettamente inferiore a quello degli attuali quindici membri), pongono problemi che non possono essere ignorati senza rischiare di far implodere la costruzione finora faticosamente messa a punto. Se fino agli anni ottanta bastava rivendicare la scelta europeistica per indicare una politica, oggi è diventato necessario fare politica in Europa, scegliere tra le possibili opzioni, contribuire in altri termini a definire gli orientamenti internazionali ed interni dell'Unione.

In primo luogo, la politica estera dell'Unione non può contrapporsi a quella degli Stati Uniti, essere strategicamente diversificata rispetto a quella americana. Non conviene agli USA, ma soprattutto non conviene all'Europa. Il solido legame tra le due sponde dell'Atlantico, che così fortemente ha contribuito alla sconfitta del comunismo ed alla vittoria della democrazia liberale e che ha favorito la formazione prima e il consolidamento poi della costruzione comunitaria, deve rappresentare anche per il futuro la stella polare della politica estera degli stati europei.

Condividiamo l'allarme lanciato tra gli altri da Angelo Panebianco, sulle colonne del Corriere della Sera, circa lo stato dei rapporti tra l'Europa e gli USA. Vogliamo solo aggiungere che certe posizioni assunte dagli organismi comunitari - per esempio sul Medioriente -, oltre che essere velleitarie, non hanno favorito la distensione di tali rapporti; come non la favoriscono la sottovalutazione - purtroppo ancora diffusa in Europa - dei problemi del terrorismo internazionale, di cui gli Stati Uniti hanno fatto invece una priorità assoluta.

E vogliamo anche aggiungere che al miglioramento dei rapporti non giova la teoria delle "due Americhe", ancora così diffusa nella sinistra, e non solo in quella di derivazione marxista. Si può avere maggiore simpatia per la politica di una amministrazione piuttosto che per quella di un'altra, ma non bisogna mai dimenticare che gli Stati Uniti rappresentano una unica grande democrazia, che ogni amministrazione interpreta tenendo conto delle esigenze, delle aspirazioni, degli orientamenti dei cittadini che rappresenta. Niente come questa tendenza a distinguere tra un'America buona e un'America cattiva, se si vuole tra Kennedy (che avviò l'impegno degli Stati Uniti in Vietnam) e Nixon (che vi pose fine), così radicata anche nella sinistra italiana di anni recenti, può essere dannosa per un corretto e proficuo rapporto tra le due sponde dell'Atlantico, oltre ad essere lontana dalla realtà.

Un altro punto fermo nella politica verso l'Europa può essere riassunto in uno slogan: "al trasferimento di maggiori poteri verso le istituzioni comunitarie deve corrispondere una loro maggiore rappresentatività". Che oggi esista, nell'Unione, un deficit di democrazia è cosa evidente. E questa condizione oggettiva fornisce argomenti e motivazioni sia agli euroscettici sia a quanti sono critici nei confronti di un rafforzamento delle istituzioni comunitarie.

Da queste considerazioni ne discende un'altra. L'Unione si è sovraccaricata di compiti che meglio sarebbe stato affidare ai singoli stati, anche per salvaguardare quelle diversità che sono una caratteristica e debbono costituire una ricchezza dell'Europa. Mentre appare incapace di crescere proprio su materie che sono peculiari degli organismi centrali.

Un riequilibrio su questo terreno appare indispensabile, anche alla luce di quel principio di sussidiarietà che ormai è patrimonio comune della moderna cultura democratica.

Sempre sul terreno istituzionale, e in un certo senso riassuntiva di queste esigenze, si delinea come realistica la scelta confederale che il Ministro degli Esteri tedesco, Fisher, schierandosi per la politica della gradualità, ha rilanciato di recente e che appare come il naturale punto di equilibrio tra le diverse tendenze. Non sono ancora chiare, allo stato, le linee di fondo lungo le quali si articolerà la discussione in seno alla Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing. Ma siamo convinti che questa partita - se giocata con intelligenza e realismo - potrà far crescere sul terreno istituzionale l'Europa politica.

Terzo punto, infine, le riforme economiche e il patto di stabilità. E' fin troppo evidente che la nascita dell'euro ha creato in Europa una situazione abnorme: centralizzazione della politica monetaria, confusione nella gestione della politica economica. Lo stesso patto di stabilità appare già logoro. Nato in una situazione particolare, e voluto essenzialmente dalla Germania per rassicurare i sostenitori ad oltranza del marco e del rigore finanziario, oggi è disatteso, tra gli altri, proprio dalla Germania; e finisce per essere di ostacolo nei confronti di quelle politiche espansive che avrebbero potuto imprimere all'economia europea maggiore velocità e così riequilibrare il rallentamento di quella americana.

L'idea di una revisione del patto "per tener conto, nel calcolo dei deficit ammissibili, della componente ciclica dell'andamento economico .... e per escludere dal calcolo del deficit le spese di investimento" - come ha scritto Giorgio La Malfa in un recente saggio - ha quindi un suo solido fondamento. Tanto più se venisse accompagnata da una accelerazione di quelle riforme economiche - dal mercato del lavoro alle liberalizzazioni - che sono state approvate al vertice di Barcellona anche sotto la spinta di Gran Bretagna, Italia e Spagna.

C'è infine un'ulteriore considerazione da fare, che può essere riassuntiva di una politica verso l'Europa. La Comunità si era formata inizialmente intorno ad un nocciolo duro, al cuore carolingio dell'Europa; questa necessità nasceva anche dall'esigenza di trasformare in intese i contrasti che avevano provocato due guerre mondiali e insanguinato il Reno. Aveva dato concretezza all'auspicio formulato da Adenauer e De Gaulle dinanzi alla Cattedrale di Reims.

L'Unione è oggi una realtà diversa. Senza voler disconoscere il grande ruolo che in essa hanno Francia e Germania - peraltro non più così solidamente alleate tra di loro - è difficile ignorare il dinamismo di altre società e di altri governi, a cominciare da quelli di Gran Bretagna e Spagna. E soprattutto è difficile disconoscere che si vanno formando in Europa alleanze a geometria variabile, nate su singole questioni o su gruppi di problemi (e talora su temi di fondo, come il rapporto con gli Stati Uniti). Sarebbe perciò un errore - e la sinistra lo commette spesso, ancora di recente a Johannesburg - scambiare la fedeltà renana per lealtà europeistica. L'Europa ha una molteplicità di protagonisti, visioni e disegni politici non sempre omogenei, e tutti sono altrettanto legittimi: ancora una volta, forse è il caso di ricordare che è proprio la diversità il patrimonio del Vecchio Continente!

Le priorità della politica economica interna - In un recente documento approvato dalla Direzione Nazionale, a commento del DPEF presentato dal governo, sono state ribadite quelle che i repubblicani considerano le priorità di politica economica e che debbono perseguire - in sintonia con le compatibilità europee e nell'ambito delle competenze ancora nazionali - un duplice obiettivo: tutelare l'equilibrio della finanza pubblica; accelerare lo sviluppo economico, soprattutto nelle regioni meridionali dove è ancora diffusa la disoccupazione strutturale.

In questa prospettiva per un verso vanno realizzate, sia pure con la necessaria gradualità, le riforme di cui il paese ha bisogno e per altro verso vanno rilanciati i programmi di investimento sacrificati negli anni novanta.

Tra le riforme, che debbono avere per obiettivo quello di ridurre il divario di competitività tra il nostro sistema produttivo e quello di altri paesi industrializzati, riteniamo prioritarie: la revisione del sistema previdenziale, che continua ad assorbire, secondo recenti rilevazioni dell'Istat, circa il 15% del prodotto interno lordo e non solo rappresenta un nodo irrisolto per la finanza pubblica italiana ma blocca la possibilità di potenziare altre politiche di welfare; la riforma del mercato del lavoro, anche attraverso una ristrutturazione della tipologia e delle modalità dei contratti, che tenga conto in particolare delle diverse condizioni territoriali; il rilancio della politica delle privatizzazioni, che deve essere aperta anche al concorso del mercato internazionale e deve avere per obiettivo in primo luogo il rafforzamento del sistema produttivo.

A questa politica di riforme va affiancata la ripresa di una vigorosa politica di investimenti, secondo alcune priorità che i repubblicani hanno più volte sottolineato: la ricerca scientifica, che in Italia continua ad essere sacrificata e senza la quale è impossibile quell'innovazione su cui si gioca la vera partita della competitività tra i paesi industrializzati; il settore energetico, per il quale il PRI ritiene - anche in considerazione della sua tradizionale e lungimirante posizione favorevole all'uso civile del nucleare - che debbano essere ripresi gli studi al riguardo, in particolare sui nuovi reattori nucleari a sicurezza intrinseca, anche tenendo conto di quanto stanno facendo in questo campo tutti i maggiori paesi industrializzati e del dibattito sull'energia rinnovabile come si è sviluppato dietro le quinte della Conferenza di Johannesburg; la valorizzazione e la salvaguardia dei beni culturali - che rappresentano un grande patrimonio nazionale e sono il primo biglietto da visita dell'Italia nel mondo - anche attraverso un più ampio coinvolgimento delle Fondazioni bancarie e senza intraprendere la via della vendita-svendita ai privati.

L'opzione meridionalistica - La politica economica deve peraltro essere orientata, sia pure nel rispetto del mercato, verso l'obiettivo del riequilibrio territoriale. Negli anni novanta il divario tra Nord e Sud si è accentuato. A confermarlo basterebbero i dati sulla disoccupazione, che nel Mezzogiorno rimane altissima (18,6%) mentre è pressoché inesistente al Nord (3,8%).

L'on. Fassino, con qualche improntitudine, ha affermato a Reggio Calabria, nel corso di un cosiddetto " Mezzogiorno Day", che oggi "c'è un governo di centrodestra che ignora il Mezzogiorno e che lo ha tolto dall'agenda delle priorità politiche". Potremmo rimandare l'on. Fassino alle responsabilità di chi ha governato il Paese negli ultimi anni e di chi ha gestito i ministeri economici importanti e la stessa politica meridionalista, vale a dire il partito dell'on. Fassino.

Alla chiusura dell'intervento straordinario, non è subentrata alcuna strategia alternativa; e molte delle difficoltà odierne sono dovute proprio a questo, serviva e serve una politica, non solo soldi. D'altro canto, così come il meridionalismo del PCI era stato nel dopoguerra approssimativo, declamatorio e basato su un forte raccordo con la politica della CGIL, impegnata a tutelare anche allora più gli interessi degli occupati delle regioni forti e sviluppate del Nord che quelli dei disoccupati e sottoccupati delle deboli regioni del Sud, così ora di fronte all'iniziativa del governo per la riforma del mercato del lavoro, il recupero del sommerso ed altre iniziative tese a favorire lo sviluppo imprenditoriale del Mezzogiorno - la sinistra si abbandona alla protesta e al massimalismo.

L'obiettivo di una moderna politica meridionalista deve essere invece quello di trasformare - anche con strumenti ordinari - quest'area del paese da area più o meno arretrata in una nuova frontiera dello sviluppo europeo, cogliendo tra l'altro quei segnali di novità che cominciano ad essere presenti in alcune regioni. E di perseguire tale trasformazione affiancando ad un programma di ammodernamento delle infrastrutture, anche immateriali, una valorizzazione del mercato e delle sue potenzialità.

In questa prospettiva, e per evitare errori commessi in passato, il PRI formula tre proposte concrete: mettere a punto programmi di opere pubbliche che tengano conto di tutti gli impatti sulla realtà esistente e della necessità di rimuovere le eventuali strozzature che renderebbero di fatto quelle opere scarsamente efficaci; monitorare i ritardi e le inadeguatezze delle amministrazioni locali, per evitare che finanziamenti utilizzabili, magari di provenienza comunitaria, finiscano per non essere attivati; rinegoziare con gli organismi europei - in vista dell'allargamento dell'Unione a paesi con più basso reddito - un ruolo per il Mezzogiorno nell'ambito di una politica mediterranea, strumento indispensabile all'Europa per allargare la sua influenza politica ed economica verso un'area strategica per l'Occidente.

Basta con le iniziative "manifesto" che producono solo illusioni e diffusione di micro-infrastrutture di stampo clientelare ed elettoralistico. Bisogna invece programmare, progettare e realizzare un "sistema di infrastrutture" per il Mezzogiorno con una politica congruente agli obiettivi di sviluppo che il Governo dice di voler perseguire.

La politica dell'immigrazione - Il PRI fu sicuramente il primo partito a cogliere, già verso la fine degli anni ottanta, la complessità di questo problema. E a capire che, se il fenomeno non fosse stato efficacemente regolato, avrebbe provocato forti tensioni. Noi avvertimmo già allora che in un paese dove c'è ancora, come a Cercola, chi si dà fuoco perché non trova lavoro, un'immigrazione non controllata rigorosamente come quella che si è verificata negli anni scorsi avrebbe creato un duplice e drammatico problema: aprire un conflitto, soprattutto nel Mezzogiorno, tra gli extracomunitari disponibili al lavoro nero e a salari irrisori e i disoccupati italiani, che avrebbero incontrato ulteriori difficoltà per inserirsi nel mondo del lavoro; e accentuare, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, nelle periferie, nelle zone più congestionate del paese, il disordine urbano e il senso di insicurezza, aprendo un varco all'instabilità sociale e politica.

E' quello che puntualmente si è verificato. Né il decreto Martelli né tantomeno la legge Turco-Napolitano sono riusciti a dare risposte efficaci. Né può essere una risposta efficace l'appello all'accoglienza che proviene autorevolmente dal mondo cattolico e che se può essere giustificato sotto il profilo etico, non tiene conto dei termini reali - economici, sociali e politici - di tale questione.

Non ci nascondiamo la complessità del problema, che non a caso è problema europeo. L'obiettivo deve essere quello di accogliere solo - e bene - chi può trovare un lavoro ufficiale e quindi, di conseguenza, vedere agevolata la sua integrazione nella società italiana; e di respingere con fermezza l'immigrazione clandestina, anche quando non è delinquenziale, perché finisce inevitabilmente per accrescere degrado, disordine, insicurezza.

La legge Bossi-Fini è certamente un passo in avanti in questa direzione. Ma molto dipende dalle modalità di applicazione e dalla coerenza e costanza con cui la magistratura e le autorità amministrative vigileranno in concreto sulla sua attuazione. Per quanto ci riguarda, non intendiamo rinunciare ad una battaglia che - lo dimostra il caso della civilissima Olanda - è diventata vitale per le società europee.

La riforma delle leggi elettorali - Abbiamo già avuto modo di illustrare, in un Consiglio Nazionale, la posizione del PRI sulla riforma delle leggi elettorali che regolano gli enti locali. Dicemmo allora che, per realizzare un più equilibrato rapporto tra funzione di governo e funzione di controllo, è necessaria una modifica di tali leggi in senso proporzionale, in modo da costringere "il sindaco - pur eletto direttamente dal popolo - a cercarsi e garantirsi una maggioranza in consiglio ".

Riteniamo che il Congresso Nazionale sia l'occasione giusta per assumere una posizione chiara anche sulla legge elettorale nazionale. E riteniamo che la scelta giusta, per il paese e per il Partito, possa essere quella del premio di maggioranza alla coalizione vincente, che è in grado di assicurare stabilità istituzionale e rappresentanza reale; in qualche modo di comporre le esigenze del bipolarismo con il rispetto delle diversità.

Ad un tale modello elettorale ha fatto riferimento, anche di recente, il Presidente del Consiglio, ritenendolo il più idoneo al governo del paese. Con questa proposta concordiamo e non gli mancherà certo il nostro sia pur modesto sostegno se e quando vorrà condurla in porto.

La riforma del sistema radioteleviso - Il disegno di legge sulla riforma del sistema radiotelevisivo presentato dal Ministro delle comunicazioni e approvato dal governo proprio in queste ultime settimane, dopo anni di inutili attese di interventi in materia da parte dei governi di centrosinistra, può essere certamente considerato un contributo e uno sforzo tecnico apprezzabile per contribuire a risolvere nei fatti il cosiddetto conflitto di interesse; ma soprattutto si tratta di un lodevole tentativo di innovare legislativamente in un settore strettamente legato all'innovazione tecnologica e alla concorrenza dei mercati internazionali e da troppo tempo ingessato in una gabbia normativa ormai inadeguata, la legge Mammì, cui va comunque riconosciuto il merito di aver garantito per oltre un decennio uno stabile equilibrio tra servizio pubblico, privati e carta stampata.

La possibilità per le imprese dell'informazione di operare a tutto campo, nell'editoria cartacea, elettronica e radiotelevisiva via cavo e via etere, superando gli ormai anacronistici vincoli settoriali, pur nel rispetto di limiti di concentrazione adeguati a garantire la concorrenza di mercato e il pluralismo informativo, assicurerà ad un comparto strategico per l'economia nazionale e per la stessa democrazia grandi occasioni di espansione e di sviluppo.

Proprio in questa prospettiva di allargamento del mercato, riteniamo, tuttavia, ancora debole il processo di privatizzazione della RAI che il disegno di legge mette in moto. Affidare il futuro dell'ente radiotelevisivo ad una public company, operativa peraltro in un arco di tempo di dodici anni, rischia, di lasciare sostanzialmente inalterate le cose e di non risolvere con la necessarie tempestività il nodo cruciale e annoso del sistema informativo italiano.

La posizione dei repubblicani su questa materia è nota e non è di oggi: la RAI deve essere in tempi rapidi privatizzata realmente senza alchimie che ne consentano comunque il controllo da parte del potere politico.

CONCLUSIONI

Cari amici,

è mia speranza che il dibattito congressuale sia incentrato più sul futuro che sul passato, più sulle prospettive politiche ed organizzative del Partito che su logoranti e spesso cavillose divisioni interne. E' mia speranza che il Congresso di Fiuggi possa essere il Congresso del rilancio, così come quello di Bari fu il Congresso della svolta.

Un Congresso, quindi, teso alla valutazione dei risultati conseguiti ma anche all'individuazione di nuovi strumenti organizzativi e statutari, capaci di garantire l'autonomia e il rilancio del Partito negli anni che verranno. Un Congresso in grado di andare oltre le vecchie polemiche e di segnare una svolta necessaria nei meccanismi operativi, senza i quali ogni progetto politico rischia di ridursi a pura esercitazione verbale.

Intorno a molti temi programmatici possiamo ritrovare una sostanziale unità con gli amici della minoranza, almeno con quelli che sostengono con reale convinzione l'ipotesi della terza forza. Da questi amici ci divide un solo anche se significativo punto politico, e cioè la consapevolezza che il PRI è chiamato ad operare in un sistema elettorale di tipo maggioritario - da noi, è bene chiarirlo, non voluto e non auspicato -, che allo stato impone precise scelte di campo.

E noi abbiamo scelto di schierarci dalla parte della Casa delle Libertà perché, al di là di ogni valutazione sui gruppi dirigenti, è da quella parte che si ritrovano quegli aggregati sociali che maggiormente spingono per le riforme necessarie al paese e che non a caso votavano, negli anni del proporzionale, il Partito Repubblicano.

Il centrosinistra - e la sua evoluzione lo sta dimostrando - appare sempre più espressione di un blocco sociale conservatore, che si oppone ad ogni significativa trasformazione del paese, al quale si sommano intellettuali confusi ed inquieti e movimenti antistorici. E l'evolversi del quadro internazionale rischia di introdurre, all'interno di questo schieramento, lacerazioni crescenti e forme di infantile estremizzazione.

Alleati con la Casa delle Libertà, dunque, ma in posizione autonoma e - se e quando è necessario - critica. Da questa posizione discende anche la nostra decisione di cercare un raccordo, a livello parlamentare e con la costituzione di un gruppo comune, con quel Nuovo PSI che con noi condivide molte analisi e analoga collocazione. Per guardare, quando possibile insieme, alla creazione di un polo di riferimento che possa irrobustirsi e crescere quando la lunga fase della transizione si sarà esaurita.

Cari amici,

noi abbiamo sentito forte, specie in questi anni di difficile resistenza, l'orgoglio della nostra appartenenza al PRI, l'essere rimasti repubblicani in un Partito che aveva voluto conservare il suo nome e il suo simbolo, mentre fuori tutto mutava e tutto si scomponeva. Questa scelta è stata importante per noi, per la nostra storia, per la nostra identità, per la nostra militanza. Ma da sola essa non può bastare ad assicurare un futuro politico ed elettorale al PRI. Dobbiamo andare oltre la fase della sopravvivenza.

Ugo La Malfa negli anni ‘60, per giustificare le ristrette dimensioni del Partito, diceva: "il PRI non è un residuo del passato ma un nucleo dell'avvenire". Tante volte abbiamo sentito ricordare dai repubblicani i trascorsi meriti del PRI, la sua storia spesso difficile e minoritaria. Ma tutto questo non basta per farne un Partito. Noi dobbiamo attrezzarci pensando al futuro e questo Congresso rappresenta un momento basilare di questo cammino e di questa prospettiva.

"Nucleo dell'avvenire". Questo dobbiamo tornare ad essere. E in questa prospettiva dobbiamo riprendere il dialogo con quelle forze che nel paese si richiamano ai valori liberali, al mercato e all'efficienza delle imprese, alle competenze professionali e alla meritocrazia. Dobbiamo tornare insomma a rappresentare quelle forze che erano il nostro tradizionale riferimento elettorale, che sono sicuramente l'avvenire del paese e che avvertono un crescente disagio verso il partito di maggioranza relativa a mano a mano che questo si va trasformando - come osserva Ostellino - da partito liberale di massa in una nuova democrazia cristiana.

Certo, tra mille difficoltà. Qualche volta anche di comunicazione interna ed esterna, dopo che la chiusura forzata della "Voce Repubblicana" ha privato i repubblicani di uno strumento essenziale d'informazione sulla vita del Partito, sulle iniziative politiche degli organismi centrali, sull'attività dei parlamentari e di conseguenza hanno trovato spazio e anche ascolto voci false e tendenziose tese a minare la credibilità dei dirigenti nazionali.

Né il ruolo di supplenza svolto dal nuovo sito internet, che pure tanti apprezzamenti ha ricevuto, può colmare questo vuoto. La riapertura della "Voce Repubblicana" rimane obiettivo prioritario di questa Segreteria.

E in questa direzione si sta muovendo il nuovo Amministratore del Partito l'amico Giancarlo Camerucci che ringrazio per il suo impegno nell'affrontare vecchi problemi finanziari, resi oggi più difficili dalla carenza di leggi sul finanziamento pubblico dei partiti, coerenti con il nuovo sistema elettorale.

Cari amici,

non abbiamo bisogno di eroi, né di santi, ma di persone, che pur con i loro difetti, sanno compiere quotidianamente il loro dovere senza farlo pesare agli altri e fuori da ogni logica di sudditanza.

Noi abbiamo orgoglio per la nostra storia e speranze per il nostro futuro: nella consapevolezza che solo chi affonda le sue radici in un solido retroterra storico può scommettere sul futuro.

Sappiamo che noi - la nostra generazione - potrà essere più testimone del passato che protagonista nella costruzione del futuro. Che dobbiamo rinnovare e ringiovanire, a cominciare da questo Congresso, la nostra classe dirigente. Che ad altri, più giovani, dovremo consegnare appena possibile le redini del Partito.

Per loro anche lavoriamo, per poter dire domani con orgoglio che il nostro lavoro - magari oggi oscuro - non è stato inutile. E che la stella secolare dell'Edera, rinvigorita, rinnovata, ammodernata, è tornata a splendere.