Secondo intervento della Fgr sul black out

Forse qualcuno avrà creduto che il grande black-out di domenica sia stato veramente provocato da un albero precipitato su di una linea dell'alta tensione in un cantone svizzero di cui fino ad ora ignoravamo l'esistenza ma, per fortuna, non siamo tutti così ingenui. E' chiaro infatti che il vero responsabile va cercato nel pluridecennale ritardo della nostra struttura energetica, dovuto sia alla miopia dei governi precedenti, sia agli egoistici atteggiamenti di molti amministratori locali contrari alla creazione di nuove centrali sul proprio territorio.

Ora tutti si chiedono cosa fare.

Sappiamo che parte dell'energia elettrica che usiamo nasce in Francia, in Svizzera, in Grecia; forse però non sappiamo che questa energia non la paghiamo in base ai nostri consumi reali, ma a quota fissa. Ecco perché in quelle ore notturne eravamo praticamente "costretti" a smaltire la nostra quota giornaliera di approvvigionamento dall'estero. Ecco perché forse si può cominciare con il rivedere quei contratti e magari anche l'assetto delle linee di interconnessione.

Sul lungo periodo, a meno di occupare militarmente il famoso cantone svizzero per estirpare tutti gli alberi che crescono nelle vicinanze delle linee elettriche, l'unica alternativa pare quella di costruire nuove centrali convenzionali e magari anche nucleari, rivedendo una buona volta la scelta fatta con il referendum del 1987. Tuttavia il viaggio di ritorno verso la fissione si prospetta lungo e accidentato; se anche si prendesse tale decisione domani (cosa molto improbabile, con buona pace degli appelli del Quirinale), saranno infatti necessari almeno sei o sette anni per vedere delle nuove centrali nucleari sorgere nel nostro paese.

Ma questa non è l'unica strada. I promettenti sviluppi delle celle di combustione a idrogeno fanno ben sperare per un futuro in cui l'energia possa essere creata da impianti di piccole dimensioni e senza emissioni nocive. In tale scenario il nucleare e le fonti rinnovabili di energia avrebbero senz'altro il loro posto nell'ambito dei processi elettrolitici di produzione del combustibile. Certo, si tratta solo di prospettive ipotetiche, ma se si pensa a cosa potrebbero essere un mondo e un'Italia liberati dai neri fumi degli idrocarburi (a conti fatti, molto più inquinanti del nucleare) e non condizionati dai capricci dei temporali… allora si comprende come valga la pena di dare il proprio contributo per far sì che tale futuro non rimanga poi così remoto.

Si dice che la vera saggezza consista nell'imparare dai propri errori. Se è vero, allora dobbiamo capire che per ottenere risultati duraturi ed evitare sprechi di denaro pubblico è indispensabile sostenere la creazione di un piano strategico che combini gli idrocarburi, il nucleare, le fonti rinnovabili e le nuove promesse dell'idrogeno in un'unica manovra coordinata: è il solo modo che abbiamo per essere sicuri che il destino energetico del nostro paese e del mondo non dipenda dagli alberi che cadono sui pali della luce, ma da noi stessi.

Riccardo Masini
Fgr