|
Crocifisso/Non è ragionevole una guerra di religione Abbiamo lasciato trascorrere qualche giorno perché le acque delle polemiche si calmassero, prima di intervenire sulla vicenda della sentenza del giudice di Ofena e del Crocefisso. Ora che sta tornando la calma nei cervelli e nel cuore vogliamo sottolineare alcuni problemi che questa vicenda ha portato in luce. Il primo riguarda l'uso politico della giustizia. Da tempo c'è chi si sbraccia contro i magistrati che cercano la platea, contro le pressioni politiche sulla magistratura, ecc. ecc. Senonché quando un giudice, che non cerca alcuna pubblicità, che fa il suo mestiere a quanto sembra con coscienza e conoscenza, emette una sentenza che tocca la Chiesa Cattolica, i garantisti diventano giustizialisti. Interviene con inusitata tempestività l'avvocatura dello Stato e addirittura un ministro si permette di mandare un'ispezione ministeriale per una sentenza che a lui non piace. Ci chiediamo se sia corretto politicamente e istituzionalmente che un Ministro auspichi e prenda provvedimenti contro un giudice se una sentenza è, a suo parere, sbagliata. Un secondo problema sta nel merito della sentenza, che non conosciamo ancora, (come di certo moltissimi di coloro che sono insorti), però così a primo acchito e a buon senso non ci sembra né scandalosa, né campata per aria. Il giudice in buona sostanza ha rilevato che un articolo di una legge del 1923 dispone che vengano esposte nelle aule la bandiera nazionale, il crocefisso e il ritratto del Re. Sembra evidente che quell'articolo di legge ha qualcosa di superato. Se tutti sono d'accordo nel ritenere che non si possa esporre il ritratto del Re, perché ora siamo in repubblica, non sembra strano che il giudice abbia ritenuto di considerare superato anche l'obbligo di esporre il crocefisso, dal momento che il nuovo Concordato ha cancellato il princìpio giuridico che esiste una religione di stato, nel caso specifico quella Cattolica, e che quindi tutte le credenze religiose sono uguali davanti alla legge. L'obbligo di esporre il Crocefisso (attenzione: simbolo religioso e non culturale. E' sorprendente che autorevoli prelati, ma non il Papa, l'abbiano voluto ridurre a simbolo culturale) indubbiamente pone la religione cattolica su un piano diverso rispetto alle altre. A nostro parere quindi il giudice in questione non ha fatto altro che applicare un dato costituzionale, politico e giuridico basato sul concetto ormai entrato nella coscienza comune di tutti gli italiani (almeno a parole…): quello dell'uguaglianza di tutte le religioni di fronte allo Stato, che nella cultura occidentale non è più confessionale, ma laico. Ci permettiamo anche un commento. Non ci sembra affatto ragionevole e saggio che per questo si cerchi di scatenare una guerra di religione. A meno che non si voglia approfittare dell'occasione per reintrodurre, stante la situazione politica favorevole, il principio della confessionalità dello Stato, o quanto meno un ulteriore privilegio nei confronti della religione cattolica. E ancor più pericoloso ci sembra il fatto che si cerchi di convogliare su questo obbiettivo anche il comune e diffuso sentimento anti-islamico che innegabilmente esiste nella gran parte della popolazione italiana, sfruttando anche la figura poco presentabile del signor Adel Smith. Queste posizioni alla lunga finiscono per generare due sentimenti apparentemente contrastanti: da un lato l'avversione per l'Islam, considerato genericamente islamico (ed infatti le comunità hanno dovuto fare un'operazione di immagine moderata e, per così dire, ecumenica) e dall'altro un implicito apprezzamento per chi, come nel mondo arabo, ritiene che la morale confessionale debba far premio sulle leggi della convivenza civile e della tolleranza. Circolo Culturale Edera di Massa |