Babini: rimozione dei crocifissi nelle aule/Le scuole non devono diventare terreno di scontri religiosi

L'ordinanza del giudice coerente con la separazione tra Stato e Chiesa

Le aule scolastiche non devono divenire il terreno di scontri religiosi ma un momento di condivisione fra tutte le culture. E perché i ragazzi vengano educati alla tolleranza e al rispetto reciproci le scuole - come ogni altro ufficio pubblico - devono rappresentare la neutralità dello Stato di fronte ai molteplici convincimenti religiosi dei cittadini che lo compongono.

Un principio quello della laicità dello Stato che, come quelli della separazione tra Stato e Chiesa e della pari dignità fra tutte le confessioni religiose di fronte alla Legge, è chiaramente ribadito dalla Costituzione. Questo, in sintesi ciò che ho voluto rimarcare in sede di Consiglio Regionale presentando una Risoluzione che chiede alla Regione Emilia-Romagna di porsi a difesa della laicità dello Stato e in particolare a difesa della laicità dell'istruzione pubblica.

Oltre alla fondatezza giuridica che sta alla base della decisione del giudice dell'Aquila, ci sono anche delle motivazioni pratiche di ordine sociale e politico che rivendicano un atteggiamento di imparzialità da parte delle istituzioni necessario a non ledere la sensibilità di coloro che appartengono a diverse confessioni. Bisogna infatti considerare che il numero degli immigrati che vivono nel nostro paese è in costante aumento e ci troviamo quindi a convivere con molti cittadini che fanno capo a credi religiosi diversi dal nostro non è possibile per uno Stato democratico una pacifica convivenza qualora lo stesso ritenga una religione migliore dell'altra: anzi proprio questa convinzione sta alla base dell'intolleranza.

Inoltre, come si può pensare di integrare gli immigrati nel nostro tessuto sociale e pretendere allo stesso tempo una loro conformazione alle nostre tradizioni religiose? Come ha ben sottolineato l'On. La Malfa, infatti, la volontà di rispettare e fare partecipi le minoranze extracomunitarie alla vita politica del nostro paese, espressa in questo ultimo periodo da gran parte dei partiti, e l'intenzione di concedere il diritto di voto agli immigrati sono in palese contraddizione con la pretesa che questi ultimi si debbano adeguare alle nostre tradizioni culturali e ai nostri valori, e in special modo a quelli religiosi.

La decisione di un giudice del Tribunale dell'Aquila di rimuovere il crocifisso da un'aula di scuola ha sollevato un vespaio di polemiche, ma anziché costituire l'occasione di un confronto sereno su un tema come quello dei crocifissi nelle aule che sta molto a cuore al mondo laico italiano, si è optato per le barriere del moralismo affrontando il problema dal punto di vista dello scontro religioso fra cattolici e musulmani. A parte le isolate e pressoché taciute posizioni controcorrente di La Malfa, Pannella e di autorevoli esponenti delle Comunità ebraiche quali Tullia Zevi e Amos Luzzatto - attuale Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane - praticamente tutti i partiti hanno preferito bollare il caso come un episodio di fanatismo islamico e fare da scudo alle istanze della Chiesa Cattolica, che pare non abbia nessuna intenzione di rinunciare al simbolo della propria ingerenza negli affari dello Stato - il crocifisso. E così, per non contrariare un potere forte come la Chiesa Cattolica i partiti hanno proceduto alla strumentalizzazione politica di una vicenda da cui sarebbe stato utile invece prendere spunto per discutere su un problema sentito e mai veramente risolto, almeno nel nostro paese: quello di un autentico affrancamento delle istituzioni dall'ideologia e dalla morale cattoliche. Del resto, che la Chiesa - attraverso il partito cosiddetto "neoguelfo" - eserciti un peso importante nelle decisioni politiche del nostro paese, lo si è visto dalla recente bocciatura del divorzio breve e della legge contro la libera scelta in materia di fecondazione assistita. E se togliere il crocifisso dalle aule può apparire come un usurpazione, che dire dell'imporlo a coloro che non vi si sentono in alcun modo rappresentati? Che dire se coloro che rivendicano l'obbligatorietà del crocifisso nelle aule si rifanno ad un decreto regio del 1924 stipulato sotto il fascismo?

Luisa Babini
Consigliere Regionale Pri Emilia Romagna