Documento della Federazione Giovanile Repubblicana

"Uno scontro di diritti"

In questi giorni in tutto il Paese sembrano moltiplicarsi le iniziative a favore della pace e contro l'inizio dell'intervento militare anglo-americano in Iraq. Nulla da obbiettare a tale più che legittimo utilizzo del diritto di manifestare il proprio pensiero, sancito dalla nostra Costituzione. Ma non è questo l'argomento di cui voglio parlare.

Quello che invece è interessante segnalare è un singolare evento occorso nella giornata di Giovedì, 20 Marzo, nelle sedi della Terza Università di Roma. In effetti, più che di un evento si è trattato di un "non evento".

Nella giornata del 20 Marzo alla Terza Università di Roma non si è svolta alcuna attività didattica. Ora, verrebbe da pensare che l'intera Università di Roma Tre abbia voluto levare alta la sua protesta contro la criminale iniziativa imperialista anglo-americana. Verrebbe da pensare che l'adesione del corpo studentesco e del corpo docente alle posizioni del movimento pacifista sia talmente elevata da portare ad una "serrata" generale delle attività, in segno di lutto per la morte del diritto internazionale e la proditoria delegittimazione delle Nazioni Unite. Niente affatto.

La sospensione delle attività non è infatti dovuta a un "comune sentimento popolare", ma ad un decreto. Del Rettore Guido Fabiani. La motivazione? Permettere agli studenti e ai docenti che lo avessero desiderato di partecipare all'ennesima manifestazione-fiaccolata a favore della pace.

Agevolare insomma il diritto di manifestazione di una parte dell'Università calpestando con un'imposizione dall'alto il diritto allo studio di un'altra parte. Un bell'esempio di spirito democratico, non violento e pluralista. Un bell'esempio di rispetto non solo per tutti coloro che "osano" pensarla diversamente riguardo al conflitto in atto, ma anche di chi vuole semplicemente usufruire dei servizi dell'Università dopo aver regolarmente pagato delle cospicue tasse di iscrizione. Cosa significa ciò? Non molto, forse. Oppure sì. Significa innanzitutto che in certe sedi (e la cosa stupisce, vista la presunta valenza culturale ed intellettuale delle stesse) si sta facendo molta confusione sul significato del termine "diritto". Significa che si considera una determinata posizione politica e ideologica sui drammatici eventi attualmente in corso così eticamente elevata e "illuminata" da arrogarsi il potere di ignorare le più elementari regole della convivenza democratica.

Significa che ci si fa scudo della comune aspirazione alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali per giustificare comportamenti che di pacifico hanno ben poco. Qual è il risultato finale di una tale decisione? Uno scontro di diritti. Da una parte, il diritto di chi intende manifestare liberamente una propria opinione. Dall'altra, il diritto allo studio di chi la pensa diversamente o comunque non intende perdere una giornata di attività.

Ma forse sarebbe meglio parlare di scontro tra un diritto (quello allo studio) e l'arrogante atteggiamento di chi, resosi conto dell'intrinseca debolezza delle proprie posizioni, pensa che basti "imporre" coattivamente un'adesione alle stesse per ammantarle della parvenza di un consenso plebiscitario.