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Elezioni europee: l'intervento di Loredana Pesoli sulle "quote"/Un dibattito della "Voce" sul riequilibrio della rappresentanza femminile La Costituzione ora apre maggiori spazi Nei giorni scorsi la "Voce" ha pubblicato le modifiche elettorali introdotte dal recente Consiglio dei Ministri per le elezioni europee del 13 giugno: tra queste le cosiddette "quote" per le donne. Nel pubblicare un intervento dell'amica Loredana Pesoli, componente della Commissione Pari Opportunità, riteniamo utile aprire sul tema del riequilibrio della rappresentanza un confronto a più voci. L'anomalia italiana in merito alla presenza delle donne nelle assemblee elettive è un fatto noto e grave; l'11% è la percentuale di presenza femminile nel Parlamento italiano, il 10% quella nel Parlamento europeo, nel quale alcuni Paesi sfiorano un tasso di rappresentanza femminile del 50% . Ci si è interrogati a lungo su cosa fare per riequilibrare questo assetto così poco rispondente alla presenza delle donne nella società italiana, donne vincenti soprattutto nei settori dove più forte è la selezione meritocratica. La risposta della pubblica opinione è stata sempre favorevole alla introduzione di meccanismi correttivi, che incidessero soprattutto nella possibilità di partecipazione paritaria alle competizioni elettorali, che può essere interpretata come una sollecitazione ai partiti a svolgere un ruolo di maggiore coinvolgimento di una parte tutt'altro che minoritaria della popolazione: la proposta di legge di iniziativa popolare che prevede la presenza paritaria (50%) di donne e uomini nelle liste elettorali proporzionali e anche nel sistema maggioritario ha raccolto decine di migliaia di firme con una mobilitazione che seppur povera di supporti mediatici, ha trovato nel contatto diretto con la cittadinanza il suo più ampio riscontro. Continuo ad essere convinta che questo sia l'obiettivo a cui tendere, e sarà decisivo intervenire su più fronti; le leggi elettorali, le regole interne dei partiti, l'implementazione del mainstreaming e l'applicazione di norme antidiscriminatorie nel caso delle nomine derivanti da decisioni politiche. La raccolta delle firme, nel 2003, era stata realizzata con il patrocinio della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna della Presidenza del Consiglio, organismo ora abrogato per decreto e non ancora ricostituito nella sua veste di gruppo di lavoro interno al Dipartimento Pari Opportunità; alla Commissione va certamente il merito di avere in venti anni di attività contribuito a formare, nel nostro Paese, una nuova cultura sulle pari opportunità e sulla efficacia delle affirmative actions, nonché aperto le porte al Ministero per le Pari Opportunità nel Governo del nostro Paese; ora il cammino intrapreso non si può e non si deve fermare, poiché ancora incompiuto. La riforma dell'art.51 della Costituzione ha eliminato l'ultimo alibi di quanti si erano fin qui aggrappati ad una distorta interpretazione della parità di accesso alle cariche elettive per donne e uomini, già presente nella nostra Carta Costituzionale, per ricacciare indietro il Paese di venti anni; ora è doveroso dare attuazione alla modifica, realizzata da questo Governo, ma frutto di anni di impegno delle donne, e rispondere alle aspettative che sono sia a sinistra, storicamente, che a destra più recentemente ma in modo consistente, vista la riforma costituzionale decretata, condivise. Alle proposte di legge già presentate si è aggiunto l'intervento nel ddl proposto dalla Ministra per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, nel quadro della riforma della legge elettorale europea. Anche se il ddl del Governo presenta un profilo minore in termini di contenuto (2/3 di presenza per ciascun sesso, sanzione pecuniaria progressiva per liste non conseguenti), rispetto a quanto non fosse stato già rappresentato nelle proposte depositate dagli On.li Mastella-Dentamaro e altri (50% di presenza con alternanza di ciascun sesso e irricevibilità delle liste non conseguenti) e dagli On.li Amato-Dato e altri (30% e irricevibilità delle liste non conseguenti), il ddl assume, come possiamo tutti comprendere, una forte valenza di "riequilibrio sostenibile" fatti i conti con la realtà parlamentare, in termini di presenza di genere (89% uomini, 11% donne) e ciò sta a confermare come, anche in molti altri campi, inevitabilmente l'agenda politica e le sue priorità siano formulate da un punto di vista sbilanciato, pesantemente, verso uno solo dei generi. Dal mio punto di vista, considerata la gravità della situazione e l'essere l'Italia fanalino di coda in Europa e nel mondo, ritengo che tutto sia auspicabile tranne il mantenimento dello status quo, quindi approverei anche liste di sole donne, atteso che questo non leda il rispetto del novellato art. 51, per cercare di raggiungere un maggiore quorum di presenza femminile nelle assemblee elettive, essendo peraltro pervenuta al convincimento che la quantità produrrà anche la qualità. A questo riguardo ritengo utile sottolineare che, essendo le assemblee elettive per loro natura rappresentative, il risultato finale sarà inevitabilmente di una presenza variegata; se valesse il solo indicatore dell'eccellenza, molti dei nostri parlamentari sarebbero posti in seria difficoltà. Per tornare alla questione posta, non nascondo la mia preoccupazione che una proposta al "ribasso", per così dire, quale quella di fonte governativa, possa consentire una ulteriore riduzione della previsione nel corso del dibattimento; comunque vada, e qualcosa succederà, un compito in più attende i Segretari di tutti i partiti; essi saranno chiamati a rendere appetibile una candidatura femminile e dovranno anche farlo in tempi brevi e con argomenti convincenti, visto che la riforma arriva a ridosso dell'appuntamento elettorale e troppo tempo è andato perso, in questi anni, in entrambi gli schieramenti, nell'indifferenza riguardo alla necessità di intercettare il consenso e la volontà delle donne di fare politica e di farla sul serio; forse un "vincolo esterno", ancora una volta, potrà rivelarsi utile. Loredana Pesoli |