L'Unione Comunale di Ravenna sul referendum sull'art. 18

Il NO dei repubblicani

Il Comitato Esecutivo dell'Unione Comunale del PRI di Ravenna ha esaminato le conseguenze del referendum popolare promosso da Rifondazione Comunista e Verdi, valutato ammissibile dalla Corte Costituzionale riguardante la estensione dell'art.18 della legge n. 300 del 1970 " reintegrazione nel posto di lavoro " a tutte le imprese, quindi anche quelle con meno di 15 dipendenti.

L'iniziativa referendaria appare la logica conseguenza di una campagna demagogica sul tema dei diritti svolta da alcune forze politiche e sociali nel corso del 2002 ove si sosteneva che " l'art. 18 rappresentava una invalicabile frontiera di civiltà, un diritto fondamentale e irrinunciabile dei lavoratori italiani" .

"Milioni di lavoratori italiani occupati in piccole aziende subiscono quindi una ingiusta e inaccettabile discriminazione cui è doveroso porre termine ".

E nessuno che si ponga interrogativi sulla perdita di competitività del sistema economico italiano e del basso tasso di popolazione attiva, appena il53,5% contro il 63,3% dell' Europa ed il 74% degli Stati Uniti.

Per alcuni aspetti si ripropone il dibattito di 40 anni fa fra il PRI di Ugo La Malfa e parti rilevanti del Sindacato dei lavoratori sulla questione del salario quale " variabile indipendente " e sull'impostazione di una corretta " politica dei redditi ".

Il PRI - da sempre impegnato sui temi della competitività economica, dello sviluppo delle imprese, e al tempo stesso dell'occupazione e della "crescita" dei cittadini- avverte con preoccupazione l'ipotesi referendaria che, se approvata, darebbe un colpo mortale all'economia punendo, primi fra tutti, proprio i lavoratori dipendenti che si sostiene di voler tutelare con la probabile conseguenza di un ritorno ad un tasso di disoccupazione a due cifre.

Nel solo territorio Ravennate, oltre a una forte presenza di addetti nel settore della cooperazione, si registra una impresa per ogni 10 cittadini, di cui il 90% di queste sono sotto la soglia dei 15 addetti.

Un tessuto imprenditoriale così diffuso ha prodotto e produce una ricchezza generale su tutto il territorio.

E' fra i nostri impegni stimolare la crescita ulteriore del nostro sistema imprenditoriale con azioni che favoriscano uno sviluppo sia qualitativo che quantitativo con la conseguente creazione di nuovi e stabili posti di lavoro.

La forte presenza del movimento cooperativo e una diffusa rete imprenditoriale (più di uno su quattro sono titolari o soci d'impresa o di cooperativa) mettono in evidenza come a Ravenna ed anche in tutta la Romagna possa perseguirsi l'antica aspirazione mazziniana:"capitale e lavoro nelle stesse mani".

A nostro avviso quindi il quesito referendario va rigettato senza indugi.

Non appaiono prevedibili soluzioni legislative dopo l'approvazione della Legge 108/90 che seguì analoga iniziativa promossa da Democrazia Proletaria.

In questo quadro il PRI di Ravenna incontrerà le Associazioni imprenditoriali e le Organizzazioni sindacali dei lavoratori per conoscere le rispettive valutazione al fine di sostenere una iniziativa che eviti nel nostro territorio ulteriori lacerazioni sociali e divisioni strumentali su tematiche che necessitano invece di un dibattito costruttivo basato sulla conoscenza della realtà e sulla dinamica di una economia e un mondo del lavoro e dei giovani in continuo cambiamento.

Ovviamente il problema non si risolve con il solo no - anche se necessario - al quesito referendario.

Da una parte il Paese, compreso il nostro territorio, perde competitività; dall'altra il mondo del lavoro presenta grandi diversità con alcuni supergarantiti e altri senza tutela alcuna. E' aumentata la forbice fra "chi ha" e "chi non ha".

Il vero nodo da affrontare con intelligenza e senza posizioni estreme o unilaterali è questo!

La progressiva apertura internazionale dell'economia (la stessa integrazione europea si è rivelata un potente acceleratore), le trasformazioni - in parte già avvenute - nella organizzazione delle imprese e tra le imprese impongono un nuovo sistema di relazioni industriali che sappiano valorizzare la responsabilità, la competenza, e il merito dei lavoratori, aggiunto ad un nuovo stato sociale di stampo europeo che sappia dare prospettive certe a tutti quei lavoratori che oggi non hanno tutela alcuna.

Questo è il nostro impegno!