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Competitività del Paese/Esigenza divenuta primaria Crescita: meno leggi, più controlli Intervento di Sergio Dompé, presidente Dompé Farmaceutici spa, durante la tavola rotonda di venerdì 26 ottobre 2007 al convegno "Valori liberali: quelli veri e quelli falsi", Circolo della Stampa", Milano. di Sergio Dompé Libertà e crescita: il valore dell'eccellenza Scriveva Albert Camus: "La libertà non è altro che la possibilità di essere migliori". Eccellere, rilanciare continuamente la propria capacità innovativa, essere competitivi assumono nell'attuale contesto una valenza più ampia rispetto al passato. Non più scelte individuali, ma veri e propri valori sociali, come chiave per la crescita economica, sociale, scientifica. La diffusione delle tecnologie e la globalizzazione hanno reso la concorrenza internazionale molto più intensa, con una forte variabilità dei risultati tra chi (Paesi, settori, aziende o territori) sa interpretare questo processo e chi ne rimane sorpreso e, spesso, sconfitto. L'evoluzione economica così è sempre più legata alle caratteristiche individuali e alla capacità di adattarsi alla mutata situazione ed essere competitivi sulla scena internazionale. Tuttavia una crescita legata a performance "di nicchia" ha due limiti: individuale, legato non tanto alla dimensione della stessa, ma alla difficoltà di continuare a perseguire la qualità necessaria a produrre vantaggio competitivo reale sostenibile; sociale, perché in un'economia di risultati "bipolari", la crescita resta bassa e genera comunque tensioni all'interno del Sistema socio-economico. Per questo lo sviluppo non può essere il semplice prodotto degli animal spirits individuali, ma richiede anche regole e scelte politiche, per rendere il nostro Paese competitivo e attraente, mettendo in rete le sue tante eccellenze "di nicchia", nel pubblico e nel privato, e aumentando le opportunità perché esse possano crescere e diventare sempre di più. Deve prevalere la cultura del merito e dell'eccellenza, per identificare i tanti Centri in cui il Paese sa distinguersi nel contesto internazionale, e su questi concentrare gli investimenti, rifiutando la logica della frammentazione delle (già scarse) risorse. Solo così l'Italia può puntare a generare valore, creando le risorse e la massa critica necessaria ad una crescita più ampia e diffusa. Libertà e burocrazia: meno leggi, più controlli Per puntare a una crescita più sostenuta l'Italia ha bisogno di un nuovo approccio culturale, ma non può prescindere da adeguate risorse per gli investimenti. Oggi la spesa pubblica italiana supera il 50% del PIL, mentre gli investimenti pubblici ammontano solo al 4% e il debito pubblico ci costringe ogni anno a destinare il 5% del PIL agli interessi passivi: quasi 10 volte quanto lo Stato spende per investimenti in R&S! La riduzione del debito pubblico è essenziale per aumentare le risorse pubbliche da destinare ai necessari investimenti materiali e immateriali. Un obiettivo che non può essere raggiunto con un aumento della pressione fiscale, ma agendo dal lato della spesa. Bisogna però essere consapevoli che gran parte della spesa pubblica non è comprimibile, perché già più bassa rispetto agli altri Paesi europei (ad esempio la spesa sanitaria pro capite è più bassa del 15%, addirittura del 30% quella per i farmaci), o lo sarà solo lentamente (come nel caso degli stipendi pubblici, della spesa per interessi o della Previdenza per cui spendiamo invece il 10% in più che negli altri Paesi in termini pro capite). È così decisivo razionalizzare al più presto la Pubblica Amministrazione e ottimizzarne i servizi, togliendo un peso significativo che grava sulla competitività del Sistema. Ad esempio (fonte Ambrosetti - The European House): nel 2006 i costi amministrativi in Italia sono stati pari al 4,6% del PIL; gli imprenditori impiegano circa 90 giorni all'anno (il 42,5% del totale) per rispettare gli adempimenti amministrativi e le procedure burocratiche (che arrivano a costare anche il 10% del costo del lavoro); l'Italia è 82ma nella classifica della Banca Mondiale per quanto riguarda l'esistenza di un ambiente normativo ed amministrativo che facilita l'attività di impresa. Si aggiunga poi che la burocrazia in Italia costa più che in altri Paesi (5.564 euro in Italia, 4.115 in Germania, 5.182 nel Regno Unito, 3.427 in Spagna), una differenza che nasce non dal costo del personale ma da quello per il funzionamento della "macchina pubblica", il più alto nell'Unione europea (fonte Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre). "Riqualificare la spesa pubblica è un imperativo urgente e ineludibile per lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni", si trova scritto nel Libro Verde sulla spesa pubblica recentemente pubblicato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, che mostra come i risultati del settore pubblico in Italia per performance ed efficienza siano peggiori della media Europea. Con una significativa eccezione: il Servizio Sanitario Nazionale dove, pur esistendo complessivamente margini per significativi miglioramenti gestionali, l'Italia figura ai primi posti delle classifiche internazionali dell'OMS per rapporto qualità/prezzo/accessibilità. Un passaggio importante per rendere più efficiente la nostra PA sarebbe quello di avere metà delle leggi (e delle interpretazioni) e il doppio dei controlli, con un rapporto che, per ogni richiesta da parte delle imprese, domandi delle contropartite, totalmente verificabili a una data prestabilita, e un meccanismo che preveda premi o penalizzazioni a seconda dei risultati. Una logica simile a quella della Borsa, dove si viene puntualmente controllati e, per ogni sbaglio o scostamento da quanto promesso, si è puniti nella quotazione del titolo. Una maggiore qualità della risposta pubblica ai bisogni dei cittadini e degli imprenditori potrebbe anche essere un volano per la crescita. La Commissione Europea stima infatti che una Better Regulation e la riduzione degli oneri amministrativi del 25% entro il 2012 porterebbe un aumento del PIL dell'1,5%, risorse che, se investite in Ricerca e Sviluppo, ci consentirebbero di raggiungere l'obiettivo di Lisbona. Libertà e ruolo del cittadino: diritti e doveri per una crescita sostenibile Negli ultimi mesi si è molto parlato dei diritti del cittadino, ad esempio come consumatore o utente. Una riscoperta dell'individuo che presuppone un richiamo ai valori liberali. Ma il perseguimento degli interessi individuali della tradizione liberale è molto diverso da un freddo egoismo, perché trova due limiti: uno esterno (ad esempio nell'amministrazione della giustizia) e uno interno, nella "simpatia" per i propri simili come la chiama Adam Smith - che fa sì che tra gli interessi personali, vi sia anche l'approvazione da parte loro. Questo ha un'implicazione nell'equilibrio fra i diritti di autonomia e ricerca dell'interesse particolare e i doveri di responsabilità nei propri comportamenti e della loro sostenibilità, quando si considerino tra i propri simili anche le generazioni future. A maggior ragione in Italia, dove i limiti di Sistema e le prospettive economiche e demografiche pongono problemi strutturali di gestione razionale di risorse limitate. La Sanità ne è un esempio tra i più significativi. A fronte delle sfide demografiche è necessario un patto tra Governo, Regioni e tutte le parti interessate per l'appropriatezza delle prestazioni e la responsabilizzazione nei comportamenti di tutti, per evitare, come in questi anni, che una parte, troppo spesso le imprese, sia chiamata illegittimamente a sostenere il ripiano, oltre che delle proprie quote di sfondamento, anche di quelle altrui. A fine 2007 l'Italia avrà una spesa per medicinali ferma sui livelli del 2001, mentre le altre voci di spesa sanitaria saranno cresciute più del 40%. Una situazione incompatibile con lo sviluppo, nella quale la farmaceutica, pesando il 16% della spesa sanitaria pubblica, si è trovata a fare fronte al 50% dei tagli, con gravi effetti sull'occupazione del settore e le sue capacità di crescita. Una visione liberale deve invece saper trovare in modo pragmatico un equilibrio tra diversi obiettivi, ricercando percorsi di sviluppo sostenibile, che non compromettano la possibilità delle future generazioni di usufruire delle attuali risorse, comprese quelle industriali. Ad esempio, per la Sanità - la prima industria del Paese (1,5 milioni di addetti che generano l'11% del PIL) a cui la farmaceutica dà un apporto significativo questo significa rispondere alla crescente domanda di Salute, alla necessità di governare responsabilmente la spesa, ma anche a quella di garantire condizioni che permettano la crescita innovativa delle imprese. Sono tre principi chiave che devono essere perseguiti congiuntamente, perché non c'è crescita sostenibile se anche solo uno di essi viene lasciato indietro. Altri esempi possono essere fatti rispetto al rapporto tra sviluppo e ambiente, domanda energetica, ammodernamento delle infrastrutture, gestione del ciclo dei rifiuti. Infine, un maggiore equilibrio tra diritti e doveri è fondamentale per adottare un approccio più condiviso, sistematico e meno "emergenziale" per la soluzione dei problemi strutturali. Se è infatti necessario imboccare da subito la strada giusta, lo è altrettanto essere consapevoli che i molti nodi del Sistema Paese non saranno sciolti da nessun singolo provvedimento, ma solo dalla costanza e dalla coerenza dei comportanti ("il prezzo della libertà è una continua vigilanza", come sosteneva Karl Popper). |