La moschea di Ravenna

Libertà di culto solo nel rispetto dei doveri civili

di Paolo Gambi

Nel dibattito, se così si può chiamare, che si è aperto a Ravenna sul tema della "moschea", fino ad ora i Repubblicani si sono limitati a "suggerire" alla Giunta e al Sindaco di "ascoltare gli artigiani", posto che il sito individuato per la realizzazione del luogo di preghiera dei musulmani è all'interno dell'area produttiva delle "Bassette".

Naturalmente il nostro suggerimento non è semplicemente quello di "ascoltare", ma anche quello di "valutare" e "cercare di comprendere" e dunque di confrontarsi "seriamente" col disagio manifestato, per quella scelta, dai nostri imprenditori.

Potrà sembrare che quello dei Repubblicani sia un approccio timido. Ovviamente non è così. Al contrario il nostro è un atteggiamento basato sul grande senso di misura e di responsabilità che una forza politica "seria" ha l'obbligo di tenere di fronte ad un tema come questo.

Il rischio, infatti, è alto, in dibattiti di questa natura, e difficile è individuare una strada responsabile di governo in una materia che per sua natura è molto delicata.

Noi non siamo, infatti, tra quelli che intendono alimentare l'atmosfera – sempre dietro l'angolo – di "scontro tra civiltà", né, d'altra parte, intendiamo sottovalutare i problemi di impatto sociale che la realizzazione di una moschea o di un centro di cultura islamica pone ad ogni comunità.

Seguendo la prima strada, infatti, si perseguirebbe un disegno di "irresponsabilità" il cui esito sarebbe disastroso, cosa sulla quale dovrebbero riflettere (o avrebbero dovuto riflettere) quei partiti – come AN e FI – che si sono schierati dalla parte della richiesta di un "referendum".

Seguendo la seconda strada, quella della sottovalutazione e, dunque, di un dibattito in sordina, si darebbe il segno di una incapacità di governare i fenomeni complessi che caratterizzano la società di oggi.

L'unica via che deve essere seguita è quella della trasparenza e della chiarezza dei propositi.

Come parte fondamentale della "cultura laica" di Ravenna, non possiamo non affermare che, in linea di principio, ad ogni componente della nostra comunità, italiano o straniero, deve essere garantita la "libertà di culto".

Dire questo, nell'attuale contingenza, di fronte ad un insediamento come quello prospettato non è, però, sufficiente.

Non si possono, infatti, chiudere gli occhi di fronte a quanto è successo in altre città sul rapporto tra certo estremismo islamico ed i luoghi di aggregazione come le moschee ed i centri di cultura, né si può sottacere il fatto che ci sono organizzazioni di quel mondo, come l'UCOII, che su questioni come il terrorismo hanno fino ad ora tenuto posizioni gravemente ambigue.

E siccome è evidente a tutti che non siamo in presenza di un "semplice" problema edilizio ed urbanistico, il dibattito deve chiarire che ogni scelta in merito deve essere assunta dopo che si è accertato chi realizza l'insediamento, chi lo finanzia e come lo finanzia e se vi è la disponibilità a sottoscrivere una "carta di valori" che parli di diritti ma anche di doveri.

In questo modo, a nostro giudizio, noi daremmo un contributo serio anche alla più complessiva politica di integrazione che è un obiettivo che ogni comunità deve necessariamente porsi.