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La crisi dei servizi pubblici Perché va verso il naufragio la riforma del ministro Lanzillotta di Antonio Del Pennino La prossima settimana l'aula del Senato affronterà il disegno di legge presentato dal Ministro Lanzillotta sul riordino dei servizi pubblici locali. Avevamo salutato favorevolmente l'iniziativa del Ministro in quanto ci sembrava introdurre criteri di liberalizzazione e di sviluppo della concorrenza, in settori in cui il regime di monopolio pubblico ha causato inefficienze, sprechi ed alte tariffe. Le modifiche introdotte in Commissione al Senato, su richiesta dell'ala "antagonista" dell'attuale maggioranza (ma in proposito va rilevato anche il carattere antiliberalizzazioni degli emendamenti proposti dalla Lega) hanno però snaturato il testo, ponendo sostanzialmente sullo stesso piano la scelta del gestore dei servizi locali mediante procedure competitive ad evidenza pubblica e la possibilità di gestione diretta da parte degli enti locali Rinunciando a una scelta e rinviando la decisione agli amministratori locali, non si compie un atto di rispetto della loro autonomia, dato che la Costituzione affida alla potestà legislativa esclusiva dello Stato la materia della tutela della concorrenza. Si scarica piuttosto su di loro la responsabilità di decisioni che saranno inevitabilmente influenzate da preoccupazioni di potere e da pressioni clientelari. Il testo della Commissione vanifica la logica originaria del disegno di legge, riaprendo la strada alla gestione "affidata" a società emanazioni del potere politico sia pubbliche, sia miste, senza passare da alcuna gara. Nel caso delle società miste, poi, la norma che prevede l'affidamento diretto va contro il diritto comunitario e le pronunce della Corte di Giustizia, che hanno precisato che la presenza di un socio privato esclude che il servizio possa essere affidato senza procedure competitive. In realtà la gara per la scelta del socio per la società mista alla quale poi affidare il servizio rischia di essere una finzione e di aprire la strada a pericolose commistioni tra interessi pubblici e privati. Con la conseguenza di confondere il ruolo dell'ente locale, socio del privato nella produzione del servizio, con quello di controllore dello stesso. Un'altra considerazione merita la previsione che nei bandi di gara vengano inserite clausole di preferenza in favore delle imprese che assicurino il mantenimento dei livelli occupazionali preesistenti. Questa previsione introduce un vincolo destinato a pesare negativamente sulla produttività delle imprese e a scoraggiare la partecipazione alle gare dei soggetti più attenti alle esigenze di una gestione economica. La previsione è altresì destinata ad aggravare il carattere duale dell'economia del nostro Paese. E' noto infatti che i maggiori esuberi di personale e la minore produttività caratterizzano le aziende del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord. Ora il vincolo di mantenere i livelli occupazionali preesistenti renderà meno appetibili al mercato le aziende meridionali, che saranno quindi destinate a continuare la loro attività come aziende speciali o società a partecipazione interamente pubblica, con conseguente minore possibilità di sviluppo rispetto alle aziende del Nord che potranno essere più interessanti nelle procedure competitive ad evidenza pubblica e conoscere conseguentemente processi innovativi. A queste considerazioni, vanno aggiunte quelle relative ai limiti che già incontrava l'originale disegno di legge che escludeva dal ricorso alle procedure competitive la gestione dei servizi idrici. Sul punto si è fatto volutamente confusione ipotizzando che una scelta diversa avrebbe comportato anche la proprietà privata delle risorse idriche. E' un equivoco che va dissipato. Una cosa è la proprietà delle risorse idriche, che sono e devono rimanere patrimonio pubblico, altro è il problema della loro gestione. Secondo quanto rilevato dall'Autorità di Vigilanza sulle risorse idriche, rispetto a quella immessa nella rete, il 42% dell'acqua va oggi perduto per colpa dell'inefficienza degli acquedotti italiani e delle loro tubature obsolete. Difendere gli attuali sistemi di gestione pubblica è solo demagogia, destinata ad aggravare il problema, anche recentemente emerso, dell'insufficienza delle risorse. La riforma Lanzillotta, concepita secondo i migliori intenti, sta miseramente naufragando. E ciò, mentre è sempre più chiaro che per migliorare la competitività del nostro sistema economico è necessario ridurre l'intervento pubblico e rivitalizzare le logiche di mercato, proprio partendo dai servizi locali che sono parte rilevante dell'intervento pubblico. Roma, 26 settembre 2007 |