I signori delle tasse/Una vera e propria casta che continua a nutrirsi di un'ideologia statalista

Come ridistribuire le risorse e affossare lo sviluppo

di Gianni Ravaglia

Non c'è argomento sul quale, il peggior governo che si ricordi, sia in grado di decidere alcunché. Le corporazioni che lo sostengono non trovano più stanze di compensazione per soddisfare i propri interessi e, parola di Epifani, frullano come una maionese impazzita, gettando schizzi in ogni dove. Prodi, imperturbabile nella sua ignavia, sorridente, dichiara: " ci penso io". In realtà non sarà in grado di fare nulla di buono. Per il semplice motivo che è stato eletto su di un programma che non teneva conto della Cina. La Cina, direte, cosa c'entra? C'entra perché i prezzi dei suoi prodotti hanno sconvolto il mercato mondiale, creando, di fatto, una ridistribuzione epocale di capitali, impieghi e benessere che, dalle Nazioni di vecchia industrializzazione e alto welfare si sono trasferite alle nuove tigri produttive asiatiche, senza welfare.

Avviene così che l'Asia cresce del 10% all'anno, l'Europa solo dell'1-2%. Dati che dimostrano come l'Europa non abbia più nulla da ridistribuire. E l'Italia ancor meno. Ne consegue che: o si cambia radicalmente, avviando processi di accumulazione di nuove risorse e costruendo un sistema economico-sociale più competitivo, oppure si è destinati ad un grave impoverimento. La stessa scappatoia di fare debiti per mantenere i vizi della vecchia struttura statalista, di cui la vecchia Dc è stata maestra, è bloccata dall'adesione all'Europa. Che in cambio dell'averci concesso di pagare i nostri, troppi, debiti al tasso di interesse del 4-5% invece che del 10-15%, ci inibisce politiche di ulteriore espansione del debito, pena l'allontanamento dall'Europa. Decisione, questa, che innesterebbe una immediata svalutazione della nostra moneta, interessi e prezzi alle stelle e, probabilmente, un fallimento di tipo argentino. Ma la nostra sinistra ideologica e il vecchio democristiano Prodi, non vogliono capire. Continuano a trastullarsi con tesoretti, scaloni e tasse per ridistribuire risorse. Chi può fugge e chi resta è tartassato.

Non si sono accorti che, non solo le industrie, perfino i nostri autotrasportatori trasferiscono le loro società all'Est, dove esiste la flat tax del 20%, e senza i Visco, i Bertinotti e i Pecoraro. Una pacchia per loro. Un ulteriore impoverimento per l'Italia!

Come mai, allora, ci si può chiedere, se i problemi sono così evidenti, questa sinistra ha vinto, seppure di poco, su di un programma ridistributivo? Per meglio comprenderne la ragione, bisogna considerare che le società si dividono tra coloro che pagano le tasse e coloro che vivono delle tasse. Questi ultimi, ricavando benefici dallo statalismo, sono seguaci attivi delle politiche ridistributive. Di solito nei paesi evoluti costoro sono in minoranza. Non è così in Italia. Dipendenti pubblici in genere, insegnanti, professori universitari, magistrati, pensionati, dipendenti della grande industria che gode di incentivi, per finire alla casta politica, sono tutti cittadini che rappresentano un grande blocco sociale statalista, presente in tutti i partiti, massicciamente in quelli della sinistra. Un blocco sociale che, come si può ben comprendere dalla sua composizione, ha dalla sua parte anche la maggioranza degli intellettuali. Non solo in Italia, e non da oggi, i veri pubblicitari dello statalismo corporativo e della benevolenza in favore delle tasse, sono gli intellettuali. Una casta che, in cambio di potere, prestigio, sicurezza economica, ovviamente con le eccezioni dei libertari, è organica allo statalismo. Viene delegata a pianificare l'economia e la società e, a tale scopo, inventa sempre nuovi pericoli: oggi è di moda quello del clima. In cambio diffonde l'idea che i governanti statalisti sono saggi, buoni e, a volte, divini. Senza ricordare le miserie di coloro che dal fascismo passarono direttamente al comunismo, pensiamo al volume di fuoco organizzato dalla casta intellettuale, che scrive sulla grande stampa, oggi, su Veltroni, come ieri, su Prodi.

Naturalmente tale casta è sprezzante con coloro che si ribellano ai propri interessi, esprimono dubbi sulle sue verità e magari vogliono ridurre le tasse. E, allora, comincia a gridare all'antipolitica. E la magistratura comincia a fare politica. Poi, la casta, diffonde sensi di colpa. Per cui un qualsiasi incremento del benessere privato è accusato di essere un'esaltazione della cupidigia e dell'egoismo. Quando, poi, i padroni politici della casta arrivano ad espropriarti fino al 70% del reddito che produci, iniziano gli strali contro l'evasione fiscale. Perché tu, dipendente privato, professionista, piccolo imprenditore o disoccupato, che devi fare? Pagare e tacere! Ma non può durare. Quando non c'è crescita, e per giunta in presenza di gravi distorsioni nella distribuzione del reddito, si crea un forte antagonismo tra tartassati e tassatori. Loro, i padroni delle tasse, continuano a scontrarsi su quanto distribuire alle loro corporazioni. Ma, prima o poi, è sperabile che, nell'interesse di tutti, vengano travolti da una sana rivolta fiscale. Il Paese, infatti, trarrebbe grandi vantaggi se intellettuali organici, sindacalisti e padroni statalisti delle tasse tornassero a casa loro. A studiare la nuova divisione internazionale del lavoro.