Tremonti e le banche/E gli istituti di credito entrano in allarme

Se il controllo non favorisce i prestiti

Nota sul Credito approvata all'unanimità dal Consiglio nazionale del Pri.

di Riccardo Gallo

La volontà di svolgere un confronto e di responsabilizzare i rappresentanti delle grandi organizzazioni delle imprese, delle banche, del sindacato per la ricerca delle più idonee soluzioni nei momenti di grave crisi economica e finanziaria è sempre stato il metodo di governo migliore nella concezione repubblicana. Ma è stato anche il metodo più avversato o vanificato nei fatti.

Alla fine del 2007 gli 11 maggiori gruppi bancari italiani avevano crediti verso la clientela (1.425 miliardi) coperti per due terzi da raccolta a breve e per un terzo da proprie emissioni obbligazionarie, in una condizione quindi di grande stabilità. Per accrescere la redditività della propria tesoreria, avevano poi attività finanziarie suscettibili di qualche criticità per complessivi 150 miliardi, pari a poco più del 6% dell'attivo totale. Le prime 20 banche europee avevano registrato nel 2007 un preoccupante calo degli utili da trading di tali attività e avevano anche presentato un aumento delle perdite su crediti.

Nel corso del 2008, le banche italiane hanno continuato ad accrescere gli impieghi verso le società non finanziarie e a vantare utili netti molto interessanti. Le ricapitalizzazioni varate da alcune grandi banche sono servite a coprire perdite patrimoniali derivanti dalla svalutazione di titoli e crediti. Danni molto maggiori sono stati subiti da molte primarie banche europee.

La crisi delle istituzioni finanziarie americane ha colpito la domanda aggregata e l'economia di molti paesi. I piani di stabilizzazione delle banche decisi dai governi ammontano a un totale poco inferiore a 500 miliardi di euro (199 in Usa, 133 in Germania, 49 in Olanda, 42 in Uk, 19 in Belgio e Lussemburgo, 17 in Francia, 6 in Irlanda, 4 in Svizzera).

Le banche italiane non vi hanno fatto ancora ricorso. Il loro problema potrebbe esplodere al momento della scadenza delle proprie emissioni obbligazionarie che, come detto, rappresentano un terzo degli impieghi e che in questo clima di sfiducia potrebbero non essere pienamente collocate e rinnovate. In questo caso le banche italiane avrebbero una minore raccolta e se gli impieghi verso la clientela restassero uguali o addirittura aumentassero dovrebbero far ricorso al finanziamento dello Stato.

Il feeling della clientela sul territorio è attualmente negativo, nel senso che si segnalano rientri del credito da parte delle banche, istruttorie più lunghe, maggiori cautele nel concedere prestiti. Dal punto di vista delle banche tutto ciò pare sia dovuto all'aumento del rischio sistemico e a quello individuale. Inoltre, la domanda di credito da parte delle imprese sembra venga soprattutto per programmi di ristrutturazione del debito e non per beni d'investimento. Tant'è vero che anche le operazioni di leasing vanno calando. Abi e Confindustria si stanno adoperando in incontri sul territorio per raccogliere proposte che valgano a rafforzare la collaborazione reciproca.

E' probabile che invece il ministro Tremonti sospetti che le banche vogliano rifiutare l'intervento dello Stato per non avere ingerenze nella loro gestione e che per far bastare un'eventuale minor raccolta al momento del rinnovo delle obbligazioni in scadenza puntino a ridurre fin d'ora gli impieghi (credito alle imprese). E' altrettanto probabile che Tremonti con l'idea di avvalersi dei prefetti nella vigilanza sul credito nel territorio miri proprio ad accrescere ancor di più la preoccupazione delle banche e miri proprio a spingerle verso la soluzione alternativa di ridurre gli impieghi e il credito, per poi denunciarle all'opinione pubblica quando la morsa della recessione sarà più acuta.

Il Pri è preoccupato di questa situazione e del fatto che, mentre la presidenza del Consiglio è impegnata in confronti con gli esponenti del mondo imprenditoriale e bancario, il ministro dell'Economia pur partendo da analisi corrette finisce poi di fatto per rafforzare le remore delle banche e quindi per vanificare gli sforzi congiunti Abi-Confindustria volti ad assicurare le risorse necessarie a sostenere l'attività produttiva soprattutto delle piccole imprese.