Opposizione culturale e alternativa laica/Movimenti antagonisti crescono

Tra rivoluzione e sedizione meglio la rivolta

di Antonio Suraci

E’ di questi giorni la notizia della nascita di due movimenti ‘antagonisti’: il partito della rivoluzione di Vittorio Sgarbi e quello, ancor non bene delineato, ‘sedizionista’ di Oscar Giannino. A dire il vero, il secondo, più che il primo, sollecita in noi una particolare attenzione in quanto, qualora non desse vita ad un partito politico elettoralmente impegnato ma ad un movimento di idee di cui si sente un particolare bisogno, potrebbe trovare nei repubblicani, già estensori di un progetto liberaldemocratico, un interlocutore attento e disponibile a percorrere insieme il lungo tratto di strada che ci separa dall’obiettivo comune.

Detto ciò, senza entrare nel merito dei programmi che, ad oggi, non sono stati completamente svelati, le due posizioni, legittime, sollecitano alcune riflessioni dalle quali cerchiamo di trarre un’utile conseguenza.

Molti anni fa un nutrito gruppo di giovani repubblicani propose ‘Un’opposizione culturale per un’alternativa laica al sistema’.

Quei giovani erano impegnati a delineare una via alternativa, potremmo oggi definirla liberaldemocratica in alternativa all’imperante dominio delle forze politiche maggiori (Dc e Pci). Erano tutti appartenenti alla Federazione Giovanile, che aveva, nel contempo, accolto un nutrito gruppo di giovani di provenienza liberale, e, oltre al sottoscritto, vi erano Bianco, Amato, Mazzei, Greco, Cauduro, Gattai, Ugolini, Comei, Guerriero, e altri 300 che si ritrovarono a Terni per discutere con gli amici del Partito sulla crisi delle ideologie e il rilancio della democrazia laica. Fu uno sforzo intellettuale notevole e il contributo degli amici del Partito fu importante: da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini, da Oronzo Reale a ‘Dodo’ Battaglia, da Pietro Armani a ‘Paolino’ Ungari, da Bruno Trezza a Oddo Biasini, da Raffaele Vanni a Giovanni Ferrara, da Emanuele Terrana a Giorgio La Malfa, da Giorgio Bogi a Giorgio Medri, da Aristide Gunnella a Oscar Mammi, da ‘Chinchino’ Compagna a Francesco Nucara, da Pasquale Bandiera a Pietro Bucalossi e da gran parte dei dirigenti della Fgr e del Partito.

Voleva rappresentare l’inizio di una rivolta che si basava sul recupero dei valori della democrazia laica e su una pragmatica ricetta intorno ai temi allora sviluppati da Ugo La Malfa, che riconosceva la vitale e vivace presenza in politica dei giovani di allora.

Erano anni alquanto complessi e violenti, dove il conservatorismo, di destra e di sinistra, era imperante e al quale molti giovani si rifacevano sino ad arrivare allo scontro fisico.

Il problema di fondo che veniva sollevato dai giovani repubblicani era che si era giunti ad un conformismo intellettuale soffocante e che vanificava, sia a sinistra che a destra (ove per destra veniva identificata la Democrazia Cristiana di allora), la possibilità di una ripresa del dialogo basata su una diversa visione di sviluppo della società italiana.

Non si incitava alla rivoluzione, bensì ad una rivolta pacifica e intellettuale. Non si era, peraltro come oggi, in una situazione economica florida: la prima crisi energetica (1973/76) preavvertiva le difficoltà del futuro, sia sociali che economiche, e la strada in salita che avrebbe condizionato qualsiasi futuribile riforma.

La pochezza delle idee, l’inserimento nella vita politica di opportunismi manageriali (pubblici e privati) e di vacuità progettuali tutte dedite non allo sviluppo della Nazione ma all’intercettazione dei tatticismi tra partiti con la finalità di annullarsi, hanno provocato in tutti questi ultimi decenni l’immobilismo sino al dissolvimento o, per chi lo preferisce, all’indebolimento della democrazia italiana. Né va sottaciuto che da allora ad oggi scelte scellerate hanno condizionato la crescita industriale italiana che neppure il piano industriale del 1977 (istitutivo del CIPI) riuscì, se non a privilegiarne alcune, a contribuire alla trasformazione dell’ossatura industriale del Paese. Da allora tra fusioni, speculazioni e alienazioni si è distrutta la rete pubblica imprenditoriale che, sebbene accolta da alcuni come una rivoluzione liberista o liberale, ha, di fatto, contribuito all’insterilimento della stessa industria privata. Tutto è stato possibile grazie all’impreparazione e alla non capacità di comprendere quei meccanismi di mercato (che oggi a molti appaiono come panacee per lo sviluppo e la competitività) che avrebbero di lì a non molto affossato anche la più grande industria italiana: quella automobilistica, finanziata troppo e gestita peggio. Con il risultato che non abbiamo più nulla da difendere e che la stessa Fiat, dopo aver fatto la parte del leone, oggi è pronta ad abbandonare il Paese e lasciare al proprio destino le restanti piccole e medie imprese che ad essa fanno riferimento in termini di produzione.

Si afferma che la crisi sia peggiore di quella degli anni settanta, e lo è. Ma non per il debito pubblico o per lo spread o per altro che finanziariamente o con sagge manovre tecnico-fiscali sarebbe possibile recuperare; è peggiore perché, a parte alcune eccellenze ancora in mano italiana, la gran parte del sistema produttivo è in mano straniera o è caduta sul campo o sopravvive per il miracolo dei piccoli e medi imprenditori che senza aver delocalizzato contribuiscono all’economia locale e sostengono l’occupazione seppur ridimensionando il numero degli addetti.

In tali condizioni si chiede ancora a gran voce un altro passo indietro dello Stato, un abbassamento delle aliquote fiscali per le imprese e un minore costo del lavoro. Richieste sagge che condividiamo ma che, a conti fatti, ritengo siano misure non sufficienti a favorire la competitività dell’impresa, in termini di investimento, nel mercato globale. Per realizzare prodotti ad alta tecnologia, per attuare una seria green economy, per tornare ad essere competitivi anche nei prodotti del Made in Italy (quelli originali sono ormai migrati in altre parti del mondo) occorre una radicale riforma dello Stato che partecipi, non sull’esperienza dell’Iri ma su quella delle grandi Agenzie americane, a finanziare Enti di ricerca finalizzati alla produzione industriale.Un esempio per tutti: se non vi fossero stati a monte immensi finanziamenti pubblici americani oggi non avremmo Internet e nemmeno la Silicon Valley sarebbe sorta né tantomeno le innumerevoli iniziative economiche nate per gemmazione dalla rete. Con ciò voglio sostenere ‘l’insostenibilità’ dei costi di ricerca da parte dei gruppi privati se non attraverso forti indebitamenti e alleanze che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza nazionale ed europea.

Peraltro, tra i molti che sostengono la necessità di azioni determinanti per cambiare il sistema Italia annoveriamo quanti negli ultimi vent’anni hanno difeso la strada delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni senza attivare un qualche metodo di controllo ed analisi su cosa si stesse facendo, ma plaudendo per la strada intrapresa a favore del libero mercato. Liberisti e liberali che oggi si ritrovano uniti, orfani del berlusconismo, contro colui che veniva indicato quale unico in grado di avviare il Paese su una strada liberale con venature liberiste contenute.

Pertanto lascerei a casa la rivoluzione e, semmai, per vicinanza prenderei in considerazione il pensiero di Carlo Pisacane ‘che lavorava alla creazione di un mito capace di accendere le masse: non un mito politico ma sociale, non uno schema o una formula imposta, ma speranza in una società nuova che avrebbe dovuto costituirsi su nuovi rapporti umani, opera di volontà non determinate e dominate da leggi, ma sgorganti dal suo interno, per l’impulso stesso dell’organizzazione sociale. Organizzate in libere associazioni e federate tra loro, queste forze spontanee costituirebbero l’intelaiatura della Nazione.’

Lascerei a casa anche la sedizione, elegante formula non lontana da una vagheggiata rivoluzione, che dovrebbe, almeno in termini economici, produrre la ri-creazione di una borghesia liberale, la sola in grado di guidare lo sviluppo della Nazione anche se poco importa quanti, lavoratori o altri, resteranno sul campo piegati dai problemi e, probabilmente, dalla fame. Una visione che non collocherei in alcuno schieramento conosciuto ma che abbisogna di un maggiore approfondimento su come governare le diseguaglianze sociali.

Tornerei, quindi, alla sana ricetta della rivolta pacifica, o disobbedienza civile, per spingere il ‘principe’ (non solo lo Stato, ma tutti coloro che impoveriscono con il loro modus operandi la società italiana) ad attuare quelle riforme che sono indicate nel nostro progetto liberaldemocratico.

Elettoralmente forse non è una posizione vincente e/o avvincente, me ne rendo conto, ma pensiamo veramente che oggi solo semplici slogan rivoluzionari possano cambiare la nostra società? Io credo di no. Anzi, penso che i troppi e diversi soggetti che affollano la già instabile casa democratica creino l’impossibilità che si possa generare un movimento di opinione a supporto di una riforma profonda della democrazia italiana.

Oggi, per dirla con Ugo La Malfa, viviamo in una ‘cittadella assediata’, in cui i partiti non hanno più la funzione di collante del tessuto democratico, ma sono espressione di egoismi, di particolarismi, di spinte centrifughe che si manifestano sia nella società civile che in quella economica. Oggi va riscritta la regola di una nuova convivenza all’interno della cittadella per far sì che la Nazione possa nuovamente ritrovare un proprio ruolo in Europa e nel mondo globalizzato. Educare gli italiani non a dividersi su illusorie proposte ma ad essere attori di se stessi offrendo una grande riforma Istituzionale che riporti a sintesi i diritti e i doveri di ciascuno: sostenendo una nuova lettura della giustizia, accorciando in tal modo la distanza tra eguaglianza e diseguaglianza, sia in termini economici che di solidarietà, senza dimenticarci che l’economia deve essere al servizio dell’uomo e non viceversa.