Dibattito sul futuro del Pri/Non è scontato l'esito finale della costituente del Pdl

La nostra storia non ha paura del bipolarismo

di Franco De Angelis

Il dibattito che si sta svolgendo sulle colonne di questo giornale ci regala comunque una certezza: il PRI non è affatto in punto di morte, anzi. Un partito che sa interrogarsi con tanta passione è vivo e vitale. E questo, per tutti noi che abbiamo dedicato la nostra vita agli ideali repubblicani, rappresenta un grande motivo di gioia e di soddisfazione.

Molti amici, nei loro interventi, hanno fatto riferimento a un valore essenziale: la cultura repubblicana.

Questa cultura, al di là di tutte le scelte che verranno fatte, resterà sempre in noi e continuerà a guidarci. E continuerà, mi permetto di aggiungere, a distinguerci nel variegato panorama politico italiano.

Ma la domanda è: cosa vogliamo fare di questa cultura, come vogliamo utilizzarla? Vogliamo semplicemente usarla per confrontarci fra noi o vogliamo tentare di farne un motore al servizio del Paese?

Pensiamo brevemente alla nostra storia. Il PRI non è mai stato, né ha mai voluto essere, un partito di massa. La sua specificità, ciò che lo ha reso importante per la crescita intellettuale e sociale del Paese, è stata la sua capacità di dialogare con i partiti di massa, stimolandoli, orientandoli, proponendo soluzioni nell'interesse comune.

Questa è la nostra ragion d'essere. E questo, secondo me, dobbiamo continuare a fare.

Come?

Intanto, prendendo atto del fatto che il panorama politico, non solo in Italia, è cambiato. Può piacerci o non piacerci: ma dobbiamo comunque ricordare che tutti i processi che sono avvenuti negli ultimi vent'anni sono stati scelti democraticamente. I cittadini li hanno sottoscritti con il loro voto. E già questo, a mio avviso, è un motivo che dovrebbe impedirci di considerarli con eccessiva sufficienza.

Le ultime elezioni hanno decretato, di fatto, una svolta nella direzione di un modello bipolare. Non dico che sia il modello possibile, anzi. Né dico che questo sarà il modello dei prossimi anni. Ma non possiamo chiuderci a riccio e fingere che nulla sia avvenuto.

Quindi, si tratta di capire come proseguire la nostra battaglia di sempre in un contesto così diverso ed in evoluzione rispetto quello a cui eravamo abituati. Sarebbe riduttivo parlare di scelte tattiche: ci aspettano decisioni importanti di natura politica.

Forse, anche in questo caso, la storia che ci sta alle spalle può indicarci la strada da percorrere. Il PRI non ha mai coltivato il mito dell'Aventino. Ugo La Malfa e Spadolini, è vero, avevano il coraggio di andare controcorrente. Ma sapevano perfettamente che le istituzioni si possono riformare solo dall'interno. Per migliorare concretamente il sistema, è indispensabile stare nel sistema. Non per godere di una rendita di posizione, ma per avere i mezzi per operare.

Personalmente, credo che chiamare fuori il Partito da questa fase politica sarebbe sbagliato. Non per tatticismo, lo sottolineo ancora, ma perché significherebbe venir meno al nostro impegno.

Ci è stato chiesto come Partito repubblicano italiano di partecipare, assieme ad altri partiti, alla fase costituente del PDL. Francesco Nucara ha partecipato alla prima riunione, e sottoscrivo pienamente la sua decisione. Peraltro, già in occasione delle elezioni politiche avevamo condiviso la scelta di aderire come partito alle liste del PDL.

Sono convinto che il partito abbia il diritto e il dovere di partecipare a questa fase costituente del PDL, il cui esito finale è tutt'altro che scontato e definito. Nel PDL, è giusto ricordarlo, si ritrovano molti dei nostri valori di base: la scelta filo atlantica, l'apertura sulle politiche energetiche, la volontà di orientare diversamente gli investimenti pubblici, e più in generale la consapevolezza del fatto che il Paese ha bisogno di riforme profonde. Tutti questi sono temi politici che al di là della simpatia che possono suscitare o non suscitare in noi certi personaggi ci permettono serenamente di partecipare a questo processo.

Credo che non dobbiamo avere paura del bipolarismo. Ritengo che i repubblicani continueranno a impegnarsi per gli ideali in cui credono e saranno in grado di sostenerli con successo anche all'interno di uno schieramento più ampio. Non si tratta di dividerci tra chi è più o meno repubblicano: continueremo a essere repubblicani e conserveremo sempre l'orgoglio della nostra storia e delle nostre origini.

Il nostro impegno per la costituzione di un polo liberal-democratico, ribadita nel convegno di Milano, può trovare nel PDL un bacino d'aggregazione più ampio permettendoci di dialogare con tutte le forze che condividono con noi l'impegno per le riforme.

Infine, non dimentichiamoci che sono alle porte le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, un appuntamento al quale non possiamo assolutamente rinunciare. Di conseguenza, dovremo cercare di individuare qual è la strada migliore che possa permetterci di avere un nostro rappresentante a Strasburgo.

Ciò detto, mi rimetto naturalmente con piena fiducia e serenità alle decisioni che prenderà il Congresso Nazionale.

Con una certezza: il PRI non morirà, comunque vadano le cose. Perché la sua sopravvivenza non è legata a un simbolo, per quanto illustre e ricco di storia. È scolpita nella nostra cultura: e la cultura non muore e non si cancella.