La vittoria del Pdl

Tre nodi che vanno sciolti per evitare di rimanere delusi

di Gianni Ravaglia

Il Popolo della libertà ha vinto e convinto. L'alieno Veltroni non è stato creduto. Gli italiani hanno respinto al mittente anche le pagliacciate di quei professori che dalle colonne del "Corriere della Sera" hanno invitato ad esprimere un voto arlecchino. Non abbiamo più comunisti in Parlamento. Siamo finalmente diventati una democrazia europea. Ciò significa, però, che Berlusconi non ha più scuse. Anche per smentire tutti i pregiudizi del suo essere "inadatto", dovrà dimostrare la propria vaglia di statista, affrontando tre nodi non più rinviabili. Il centro studi di Luca Ricolfi ha valutato che, a legislazione vigente, la disorganizzazione dello Stato brucia ogni anno 80 miliardi. Se poi ai tagli degli sprechi a legislazione vigente aggiungessimo quella riforma dello Stato, con il taglio del personale politico, dei centri di spesa inutili come province, comunità montane, consigli del decentramento, - tagli che peraltro i maggiori partiti si sono impegnati a fare - l'Italia potrebbe veramente voltare pagina. La seconda sfida, come ha scritto Giulio Tremonti, è quella di abrogare il 68. Che significa cancellare la cultura dell'appiattimento verso il basso che, nella scuola come nella società, ha portato all'annullamento dell'autorità del sapere e del gusto del rischio per crescere. E' la sfida per invertire quel processo, denunciato da Roger Scruton, di avversione per la propria casa e la propria identità, di disprezzo per la mentalità borghese e la sua cultura nazionale. Un processo in base al quale ciò che era nostro diventa loro, per il solo fatto che sono immigrati, così creando insicurezza, paura del futuro, il venir meno della stessa autorità dello Stato. La sfida è sconfiggere quella cultura che Marcello Veneziani ha chiamato di "intolleranza permissiva". Permissiva sul piano dei valori, dei doveri, dei costumi e dei linguaggi, intollerante verso chi non si riconosce in tale modello ideologico. Della quale la violenta opposizione alla campagna elettorale di Giovanni Ferrara è stato l'esempio più eclatante. Una sfida, questa, rimasta colpevolmente in ombra, a differenza di quanto è avvenuto in Francia, dove Nicolas Sarkozy, con il suo slogan "libertà, autorità, sicurezza", ne ha fatto tema di fondo della propria vittoria. Senza misurarsi con tali sfide, non si andrà da nessuna parte. Sciogliere questi due nodi rappresenta la premessa per affrontare il terzo: quello di una crescita duratura della produttività e del potere d'acquisto. Senza intaccare nel profondo i costi della politica, della disorganizzazione, degli sprechi, dell'opulenza istituzionale, non si libererà il paese dalla mano morta statalista che lo tiene bloccato da decenni. Senza ridare autorità al sapere, al merito, alla competitività, al gusto del rischio, alla nostra identità, alla voglia di conquistare un futuro migliore, non ci saranno gli stimoli per rovesciare quel processo di decadenza che il culturame sessantottino ci ha propinato. Non sarà impresa semplice. La denuncia di Berlusconi circa la prevalenza della sinistra in gran parte dei gangli vitali dello Stato ha una sua ragion d'essere e va accompagnata dall'apertura di un grande dibattito culturale. Che smascheri il fatto che nelle università, nella scuola in genere, negli apparati dello Stato, dove cioè non si è esposti alla concorrenza internazionale e non esistono parametri per misurare la qualità del lavoro e del pensiero, la cultura sessantottina, ancora prevalente, blocca ogni possibilità di sviluppo. Al contrario di quanto ha scritto Scalfari su "Repubblica" lì c'è il vero tappo che ci ha portato al declino. Il declino è dovuto agli scalfariani che in due anni hanno strappato dalle tasche dei cittadini oltre settanta miliardi di nuove tasse senza diminuire il deficit. Chiusa la parentesi del massacro prodiano, l'Italia che si oppone al declino con il proprio lavoro, che vuole abrogare il '68, che vuole governare la globalizzazione e sfidare la concorrenza internazionale, che vuole studiare ed essere giudicata per ciò che vale, è tornata a vincere, dando l'ultima opportunità a chi meglio rappresenta questi valori. Berlusconi ha il dovere di non deluderla nuovamente. Abolisca pure l'Ici e detassi gli aumenti di produttività nel primo Consiglio dei ministri, come ha promesso, ma se vuole dare il segno del cambiamento, accanto a tali scelte ci metta anche il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego e una manovra d'urto contro gli sprechi della pubblica amministrazione. E lanci la sfida alla cultura della decadenza sessantottina nel suo discorso di investitura. Sarebbe questo il miglior segnale per dire alla Nazione che un ciclo di decadenza si è chiuso e che un nuovo futuro sta per cominciare.